Report di Pfizer:  3.000 morti per il vaccino
Anthony Fauci (Getty images)

In sei mesi la farmacovigilanza passiva ha segnalato 900 casi di cecità, 700 complicazioni in gravidanza. E negli Usa un giudice stanga Biden per le censure delle notizie sul Covid sui social: «Attacco alla libertà».

Non è un caso che la storica sentenza che condanna l’amministrazione di Joe Biden per violazione del Primo Emendamento – attuata censurando gli scienziati che diffondevano evidenze scientifiche diverse da quelle imposte dal governo – sia stata emessa proprio il 4 luglio, festa nazionale degli Stati Uniti che celebra l’indipendenza americana.

Il provvedimento, epocale per il peso degli imputati coinvolti (il presidente degli Stati Uniti, il suo consigliere Anthony Fauci e circa 45 funzionari federali di almeno 11 agenzie istituzionali) è stato adottato dal giudice distrettuale Terry Doughty dopo la causa intentata dai procuratori generali del Missouri e della Louisiana e conferma che durante la pandemia il governo americano ha pesantemente censurato le opinioni contrarie alla gestione pandemica. Oltre ai due procuratori, tra i ricorrenti figurano eminenti rappresentanti della comunità scientifica (Jay Bhattacharya della Stanford University, Martin Kulldorff, biostatistico ad Harvard, lo psichiatra Aaron Kheriaty, direttore di etica medica presso la Irvine School of Medicine e l’associazione Health Freedom Louisiana, rappresentati dalla New Civil Liberties Alliance), che hanno accusato Biden e Fauci di aver censurato, con la complicità delle piattaforme social, tutti i contenuti che hanno messo in discussione le politiche Covid del governo. I ricorrenti hanno denunciato «pressioni su larga scala: un vero e proprio esercito di burocrati federali coinvolto in attività di censura». Il riferimento è a quei funzionari di governo che hanno «segretamente comunicato con le piattaforme social-media per censurare e sopprimere» informazioni scientifiche valutate come «potenzialmente dannose» soltanto perché non allineate con la linea governativa.

Molte di queste email sono ormai pubbliche, così come i contenuti dei cosiddetti «Twitter files», che hanno certificato l’intrusione nei social anche da parte dell’Fbi, pur di mettere a tacere gli autorevoli scienziati che hanno provato a dire che i lockdown erano inefficaci quanto gli obblighi vaccinali. Ecco perché il giudice Doughty ha anche emesso un’ingiunzione preliminare radicale che d’ora in poi limiterà a numerosi funzionari e agenzie federali – tra cui il ministro della salute Usa Xavier Becerra, la portavoce della Casa Bianca Karine Jean-Pierre, tutti i dipendenti del Dipartimento di Giustizia, della Homeland Security, dell’Fbi e dei Cdc – i contatti con le piattaforme social che hanno consentito questa censura.

«Durante la pandemia il governo degli Stati Uniti sembra aver assunto un ruolo simile a un “Ministero della Verità” orwelliano», ha scritto Doughty nel suo parere di 155 pagine, che cita tutti gli argomenti «soppressi» dal governo attraverso cinque piattaforme social (Facebook, Twitter, YouTube, Instagram e LinkedIn) anch’esse citate in giudizio. Si va dall’obbligo vaccinale ai lockdown, passando per la sempre meno credibile tesi della «fuga del virus da laboratorio» fino al nefando obbligo di mascherine imposto anche ai bambini, seppur non supportato da alcuna evidenza scientifica. Misure che anche La Verità ha contrastato fin dall’inizio della pandemia e che saranno probabilmente oggetto dei lavori della commissione Covid che partirà a settembre.

Il giudice ha anche evidenziato il risvolto politico della censura, rivolta agli esponenti del Partito Repubblicano: «Questa soppressione mirata delle idee conservatrici – ha scritto Doughty – è un perfetto esempio di discriminazione del free speech. I cittadini americani hanno il diritto di essere coinvolti in un libero dibattito sulle questioni cruciali che riguardano il Paese (…), le prove prodotte finora descrivono uno scenario quasi distopico». Il giudice ha tuttavia sottolineato che la censura ha colpito anche Robert F. Kennedy Jr., che si è battuto in prima persona contro l’obbligo di vaccinazione anti covid e che ha annunciato di volersi candidare con i Democratici per le presidenziali del 2024, sfidando Joe Biden.

Nessuna delle piattaforme coinvolte ha voluto commentare la sentenza. In compenso, il New York Times, quotidiano dell’intellighenzia di sinistra, si è spinto a commentare la notizia come «un provvedimento che potrebbe ridurre gli sforzi per combattere le fake news sulla pandemia e su altre questioni», scatenando le proteste di molti americani sui social. L’epidemiologo di Stanford Jay Bhattacharya si è dichiarato soddisfatto, pur notando che «se non ci sarà alcuna riforma della Section 230 (la legge americana che conferisce alle piattaforme social ampia discrezione nella moderazione dei contenuti), Big Tech continuerà a poter censurare. Quello che vedremo è un futuro in cui gran parte della libera discussione, che dovrebbe svolgersi pubblicamente, potrebbe essere soppressa».

La sentenza di Doughty avrà effetto immediato, ma potrà essere impugnata dall’amministrazione Biden, che ha rifiutato di commentarla. «Se le accuse dei ricorrenti verranno confermate, il caso attuale comporta probabilmente il più massiccio attacco contro la libertà di parola nella storia degli Stati Uniti», ha chiosato Doughty.

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