Le due mazzette, una da 20.000 euro, l’altra da 10.000, attorno alle quali ruota l’accusa di corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio, potrebbero costare all’ex capo della Protezione civile pugliese Mario Lerario sei anni di carcere.
I tempi dei poster con il governatore Michele Emiliano affissi davanti agli stabilimenti in cui venivano prodotte le mascherine (e poi rimossi) sembrano ormai lontani anni luce. Ieri, dopo la requisitoria della Procura, Emiliano ha dovuto mandare giù l’ennesimo boccone amaro per via giudiziaria, mentre Lerario si lamentava in aula per il superlavoro al quale il governatore l’aveva costretto con quell’incarico. «Ero solo in tutta la Regione a fronteggiare il Covid». Declassando anche il prof. Pierluigi Lopalco, la virostar della tv, che all’epoca era assessore regionale alla sanità scelto da Emiliano per fronteggiare l’epidemia dei pugliesi.
L’ex capo della Protezione civile pugliese ha tirato fuori un memoriale, consegnato al giudice dell’udienza preliminare di Bari Alfredo Ferraro, con il quale ha tentato di giustificare quelle bustarelle che due imprenditori (Luca Leccese, che come Lerario ha scelto il rito abbreviato, per il quale sono stati chiesti 4 anni e Donato Mottola, che ha preferito il giudizio ordinario) gli avevano infilato in auto per appalti che gestiva in prima persona: «Ero stressato da un carico di lavoro enorme», si è lagnato Lerario. E ha spiegato: «Non mi sono reso conto della gravità di quello che ho fatto. Ammetto di essere stato superficiale, ma alla base di quello che ho fatto non c’era nessun accordo corruttivo». Anche perché, stando al suo difensore, l’avvocato Michele Laforgia, leader della sinistra bene alla barese, non ci sarebbe prova della correlazione tra le tangenti e gli affidamenti contestati. L’accusa sarebbe quindi da riqualificare nella forma più lieve della corruzione impropria. I magistrati che hanno coordinato l’inchiesta, Alessio Coccioli (procuratore aggiunto) e Roberto Rossi (capo della Procura), però, hanno liquidato subito quelle giustificazioni: «Non valgono a escludere il comportamento illecito che è stato tenuto». L’accusa ritiene che a fronte delle due tangenti Lerario avrebbe truccato almeno cinque gare per complessivi 2,8 milioni a favore di Leccese e altrettanti per 2,5 a favore di Mottola, affidando ai due lavori che non avrebbero potuto ottenere. E non è finita: a Lerario la Procura di Bari contesta anche un’ulteriore mazzetta da 35.000 euro, per la quale due settimane fa sono finiti ai domiciliari l’ex funzionario regionale Antonio Mercurio e l’imprenditore Antonio Illuzzi.
Luca Leccese, titolare della Edil Sella, era risultato vincitore di una gara d’appalto da 2 milioni e 150.000 euro per la realizzazione del Cara a Borgo Mezzanone.
Tre giorni prima degli arresti Lerario aveva chiamato l’imprenditore per informarlo che il 23 mattina si sarebbe recato a San Giovanni Rotondo, chiedendogli di vedersi per fare il «punto della situazione».
Il 22 dicembre Lerario informa Leccese di essere stato contattato dalla Prefettura per problemi alle pompe di calore a Torretta Antonacci: «Manda qualcuno a dare un’occhiata, fai una manutenzione e poi ci dici quanto è venuto».
Il 23 dicembre si incontrano, mentre gli ufficiali appostati in servizio li osservano. Alle 10.39, attraverso la periferica audio-video, mentre Lerario è ancora seduto al posto di guida, Leccese prende dalla tasca interna del soprabito, lato sinistro, un pacchetto di colore bianco avvolto da alcuni elastici, e lo ripone nel vano oggetti situato tra i due sedili anteriori e si fa aprire il cofano.
«Nell’atto di porre la «bustarella» vicino al luogo di collocazione del cambio automatico all’interno dell’auto, Leccese alza leggermente il braccio in direzione di Lerario a fargli intendere che stava adempiendo alla propria obbligazione». Per il gip «esplicito ed inequivocabile anche il gesto del Lerario, che, alla ripartenza del mezzo, occultava la busta contenente il denaro con il proprio soprabito».
Prima di salutarsi, aprono i rispettivi bagagliai. Leccese prende e consegna cesti e pacchi. A quel punto gli ufficiali avviano il pedinamento di Lerario, che viene arrestato poco dopo. Il giorno prima Donato Mottola gli aveva dato 20.000 euro nascosti in una fetta di manzo.
La sentenza è attesa per il 23 marzo.
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