- Rinviati a giudizio l’ex ministro, il generale Tullio Del Sette e il manager Filippo Vannoni. Sono accusati di aver rivelato la presenza delle cimici piazzate dall’Arma.
- Il Rottamatore ha sempre sostenuto d’essere vittima di una macchinazione da parte del maggiore Giampaolo Scafarto. Ma per il gup Clementina Forleo il depistaggio non c’è. Anzi, invita ad aspettare il processo a babbo Tiziano.
Lo speciale contiene due articoli.
Luca Lotti, l’ex ministro dello Sport (nonché fedelissimo di Matteo Renzi, anche se ha deciso di non seguirlo nella nuova avventura politica di Italia viva, andrà alla sbarra con l’accusa di aver spifferato l’esistenza dell’inchiesta Consip, proprio nella sua fase più delicata, all’ex amministratore delegato Luigi Marroni, buttando l’indagine dei carabinieri del Noe alle ortiche. Complice, secondo l’accusa, anche il generalissimo Tullio Del Sette, in quel momento al vertice dell’Arma. Anche lui è accusato di favoreggiamento – come pure di rivelazione del segreto d’ufficio – per aver messo in guardia Marroni dalle investigazioni messe in atto dai militari suoi sottoposti, delegati dalla Procura di Napoli a indagare su ipotetici intrallazzi del Giglio magico nei maxi appalti.
La prima udienza – così come ha stabilito ieri pomeriggio il giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Roma Clementina Forleo – sarà il 15 gennaio davanti ai giudici della seconda sezione penale. Quel giorno dovranno presentarsi in udienza anche gli altri tre indagati rinviati a giudizio (che da ieri rivestono la qualifica di imputati): l’ex consigliere economico di Palazzo Chigi, Filippo Vannoni (accusato di favoreggiamento); il generale dei carabinieri Emanuele Saltalamacchia (favoreggiamento anche per lui), all’epoca comandante della Legione carabinieri Toscana; Carlo Russo (accusato di millantato credito), l’imprenditore amico di babbo Tiziano Renzi che negli atti viene definito un «facilitatore». Giornata nera, quella di ieri, per i renziani di stretta osservanza. Anche perché, al processo, il primo nome della lista dei testimoni sarà quello del grande accusatore, il «caramelloso» Luigi Marroni. Così lo definì Vannoni nel rocambolesco verbale in cui incassò le contestazioni della Procura romana e, soprattutto, del procuratore aggiunto Paolo Ielo. Nella circostanza Vannoni cercò – senza successo – di smontare le affermazioni di Marroni riguardanti Lotti. Vannoni arrivò perfino a dire che proprio in quell’occasione quell’appiccicoso di Marroni, che nella versione del numero uno di Publiacqua si presentò addirittura durante la villeggiatura, lo fece litigare con la moglie. A quel punto, stando alla versione di Vannoni, decise di toglierselo di torno. Come? Dicendogli che aveva il telefono sotto controllo. È a questo punto che i magistrati gli contestarono che le dichiarazioni risultavano poco credibili. Ma la posizione di Marroni doveva far proprio tremare il Giglio magico, visti i meccanismi che, stando all’inchiesta giudiziaria, si sono mossi attorno a lui già nel momento in cui erano state piazzate le microspie nel suo ufficio. I carabinieri, infatti, non fecero in tempo a installarle che Marroni era già stato informato. «A luglio 2016», ha fatto mettere a verbale, «durante un incontro Luca Lotti mi informò che si trattava di un’indagine che era nata sul mio predecessore Domenico Casalino e che riguardava anche l’imprenditore campano Alfredo Romeo. Delle intercettazioni ambientali nel mio ufficio l’ho saputo non ricordo se da Lotti o da un suo stretto collaboratore». Ed è lo stesso Marroni a tirare in ballo Vannoni, raccontando ai pm «di aver appreso in quattro differenti occasioni da Filippo Vannoni, dal generale Emanuele Saltalamacchia, dal presidente di Consip Luigi Ferrara e da Luca Lotti di essere intercettato». Il presunto favoreggiamento di Lotti ha una data precisa: 3 agosto 2016. In data 1 agosto i carabinieri del Noe avevano piazzato le microspie negli uffici romani della Romeo gestioni, il 2 le avevano accese e il 3, con incredibile coincidenza di tempi, l’amministratore delegato di Consip venne convocato in uno degli uffici della presidenza del Consiglio dall’allora sottosegretario Lotti.
Ai pm, Marroni descrive anche i suoi legami con i Carabinieri: «Con Saltalamacchia», dice, «intercorre un rapporto di amicizia da diversi anni e anche lui mi disse che il mio telefono era sotto controllo, anche in questo caso l’informazione la ricevetti prima dell’estate 2016». È stato poi Ferrara, sentito in Procura, a tirare in ballo il generale Del Sette. Nella versione di Ferrara sarebbe stato proprio il generalissimo a rivelare l’esistenza dell’indagine su Romeo per una gara da 2,7 miliardi di Consip. Il quadro che ha prospettato al gup la Procura, insomma, è questo.
Una decisione «sconcertante», l’ha definita Del Sette. «È una situazione kafkiana», ha commentato, «e vedermi oggi così diffamato mi sconcerta e mi amareggia profondamente. Non riesco a spiegarmi. Questo non toglie la mia fiducia assoluta nella giustizia per la quale ho lavorato una vita intera». E anche Lotti si è affrettato a commentare: «Il reato di cui devo rispondere è favoreggiamento di un non indagato. Come ho fatto finora, affronterò tutto questo a testa alta». E ancora: «Da parte mia non c’è rabbia o rancore per nessuno, neanche verso chi si è divertito a sbattere il mostro in prima pagina senza assumersi alcuna responsabilità». Toni diversi rispetto a quelli di un tempo, quando con lo stesso piglio del Bullo l’ex ministro dello Sport, mostrando il petto, sosteneva: «Io prima di voi attendo la verità. La verità prima o poi arriva. Quando la verità arriva porta con sé le responsabilità, anche di chi ha mentito». Ora toccherà al Tribunale di Roma occuparsi di quella verità. Palla ai giudici.
Fabio Amendolara
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