• Il lockdown ha ridotto del 40% gli incassi del settore e l’erario ha perso 4,5 miliardi Crollano tutti i tagliandi a premio. Corre l’online. Ma anche l’attività clandestina
  • L’economista Giampaolo Galli: «Molti, a partire dai 5 stelle, si scagliano contro l’azzardo legale. La verità è che quegli incassi fanno comodo»

Lo speciale contiene due articoli

Lo Stato non gioca più. Il Covid ha fatto cadere la maschera di ipocrisia dei tanti moralisti «da salotto» che dopo anni di battaglie per chiudere le sale da gioco, all’improvviso hanno scoperto che il blocco di questo settore può causare gravi problemi per i conti pubblici, fino a rappresentare un rischio di nuove tasse. Le misure di restrizione decise dal governo per fronteggiare la pandemia hanno causato un drammatico calo dei ricavi per gli operatori del settore e, come conseguenza, un’importante diminuzione delle entrate erariali.

Considerando la chiusura delle sale giochi per oltre 6 mesi, nel corso del 2020 si stimano ricavi fiscali per lo Stato inferiori a 7 miliardi di euro, circa 4,5 miliardi di euro in meno (il 40%) rispetto al 2019 quando il gettito erariale è stato di 11,5 miliardi. Complessivamente il settore ha perso il 25% degli incassi arrivando a una raccolta di circa 82 miliardi contro i 110 miliardi dell’anno scorso. Questo spiega la perdita di gettito per lo Stato. Secondo Agipronews, il crollo maggiore si è avuto per le slot machine e le videolottery che hanno totalizzato una raccolta solo di 4,7 miliardi, cioè il 54% in meno rispetto al 2019. Sono diminuite del 36% le scommesse mentre il Bingo ha perso il 50% degli incassi.

Non è andata meglio alle lotterie e ai giochi numerici che hanno registrato una perdita erariale di 800 milioni di euro. I proventi del lotto sono diminuiti del 22% scendendo a 5,9 miliardi. Il tradizionale appuntamento con la Lotteria Italia è stato un disastro. Solo 4,7 milioni di biglietti venduti, con un incasso di 23 milioni di euro. Mai così pochi da 40 anni, in calo del 31,3% rispetto ai 6,7 milioni dell’edizione precedente. Ora lo Stato ci riprova con la lotteria degli scontrini. L’operazione legata al cashback è però già partita in salita.

La chiusura delle sale giochi non ha fermato i giocatori più incalliti, come era prevedibile, che si sono riversati sul Web o sono stati intercettati dagli operatori clandestini. Le attività online rappresentano ancora un settore di nicchia ma la pandemia ha fatto decollare i flussi sulle piattaforme anche straniere e gli esperti del settore stimano che questa crescita continuerà anche quando i locali saranno riaperti. Il Covid ha contribuito a radicare una tendenza che si era già manifestata soprattutto tra i più giovani. Durante il lockdown, è stato rilevato un incremento delle scommesse e dei giochi online del 39% rispetto al 2019. Le puntate tramite pc e smartphone hanno toccato i 2,5 miliardi di euro. Una buona fetta del fatturato perso dalle sale è finito presumibilmente al mercato clandestino.

Per l’erario, giochi e lotterie hanno sempre rappresentato un gettito importante capace di riequilibrare il bilancio pubblico nei momenti più neri. L’alternativa sarebbe stata un aumento e l’introduzione di nuove tasse. Ma si è cercato di nascondere questa realtà dietro campagne moralistiche. Il M5s ne ha fatto addirittura un pilastro del programma elettorale, salvo fare marcia indietro quando è arrivato a Palazzo Chigi dove si è limitato a promuovere un inasprimento fiscale.

Certo, sarebbe assai difficile rinunciare agli oltre 10 miliardi che ogni anno giochi e lotterie garantiscono alle casse pubbliche. Come riporta il Libro Blu dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli, che annualmente fotografa il settore, nel 2019 il volume di denaro giocato è aumentato del 3,5% attestandosi a 110,54 miliardi di euro e gli incassi erariali sono cresciuti del 9,5% a 11,5 miliardi. Dal 2015 al 2019 le dimensioni del gioco hanno avuto un trend crescente. La raccolta, cioè l’ammontare complessivo delle puntate effettuate dalla totalità dei giocatori, è salita del 25,3%. La spesa, cioè le perdite dei giocatori data dalla differenza tra raccolta e vincite, è aumentata del 14,4% e gli incassi per l’erario del 29,5%.

Una vera manna. Tant’è che i governi negli ultimi anni hanno inasprito la tassazione sul gioco spesso spacciando le maggiori imposte come parte della lotta contro questa forma di dipendenza. Più tasse al settore si trovano nel decreto Dignità, nella legge di bilancio e nel decreto sul reddito di cittadinanza. La legge di bilancio aveva stabilito anche un taglio del 30% del numero di slot machine, scese da 407.000 nel 2017 a 259.130 di metà 2018.

Nonostante le numerose misure penalizzanti e gli aggravi introdotti dal legislatore, dal 2016 a oggi la raccolta totale rapportata al Pil è aumentata di continuo. Maggiori tasse non possono essere considerate strumenti efficaci per contrastare il gioco d’azzardo. Uno studio dell’Osservatorio sui conti pubblici mette in evidenza che le giocate nelle slot machine presenti nei bar e nei tabaccai e le videolottery delle sale giochi e bingo rappresentano una parte importante di tutta la raccolta e sono proprio quelle rimaste ferme con le misure di restrizione del Covid. Il report sottolinea anche che gli aumenti di imposizione fiscale sul gioco d’azzardo trovano largo consenso presso l’opinione pubblica anche perché si pensa che gravino sulle aziende del settore e possano quindi metterle in difficoltà.

In realtà, nella maggior parte dei casi sono a carico dei giocatori, molti dei quali sono problematici o affetti da ludopatia. E questi non si lasciano distogliere da qualche balzello in più, come pure non si sono fatti scoraggiare dalle chiusure dei locali per il Covid. Hanno continuato a giocare altrove, sul Web o in modo clandestino. I soldi che finivano nelle casse dello Stato non sono rimasti nelle tasche dei giocatori, ma in (cattive) mani altrui.

Sul fenomeno ha acceso i riflettori l’Agenzia dei monopoli. Per il direttore generale Marcello Minenna il lockdown «ha determinato una riduzione del 25-30% del gioco legale, facendo però riscontrare un aumento di quello illegale». Numerosi sono stati gli interventi del Comitato per la prevenzione e la repressione del gioco illegale: in più di 50 capoluoghi di provincia sono state controllate 250 sale illegali e inflitte sanzioni per oltre 1 milione di euro.

Sul crollo del fatturato dei giochi è stata presentata una interrogazione al Senato il 13 gennaio nella quale si chiedeva conto al ministro dell’Economia sulle misure da adottare per riaprire i luoghi adibiti a queste attività. Al doppio danno, blocco del gettito fiscale e rivitalizzazione del mercato illegale, si aggiunge il rischio per gli oltre 150.000 occupati che potrebbero saltare non appena finirà lo stop ai licenziamenti. La pandemia ha così svelato quanto di ipocrita ci sia nella battaglia contro le sale gioco. A meno che non si voglia rinunciare agli incassi da tasse che ne derivano. Ma allora bisognerà andare a prelevare i soldi altrove, con qualche mal di pancia in più per i contribuenti.

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