Dell’inchiesta sul Qatar gate scoppiata a Strasburgo non va valutato solo l’impatto giudiziario e politico. Ma anche strategico e geopolitico. Bisogna infatti fare molta attenzione a ciò che si sta muovendo attorno ad alcune infrastrutture del nostro Paese che fanno molta gola agli stranieri. Se si uniscono i puntini dei dossier aperti, e dei soggetti all’opera, la sensazione è che il caso sia solo il tassello di un puzzle più complesso. Vediamo perché.
Mentre deflagrava lo scandalo delle mazzette per i Mondiali che vede coinvolto anche Antonio Panzeri, eurodeputato prima del Pd, poi passato nel 2017 nelle fila di Articolo 1 (che ieri lo ha espulso), insieme a Massimo D’Alema, sulle pagine di Repubblica venerdì abbiamo letto che il «leader Maximo» sarebbe tra i consulenti che hanno presentato al governo italiano la cordata di investitori guidata da uno degli uomini d’affari più ricchi del Qatar, Ghanim Bin Saad Al Saad. I qatarini guidati dal cicerone D’Alema sarebbero interessati a rilevare la raffineria Isab di Priolo, oggi controllata dalla russa Lukoil, su cui ha messo gli occhi da tempo anche il fondo americano Crossbridge. Quello della consulenza aziendale è del resto il nuovo lavoro dell’ex segretario del Pd, uscito dal Parlamento nel 2013, come abbiamo già visto con il caso della Colombia ma anche con i think tank organizzati intorno alla «Silk Road Initiative». Tanto da aver creato, nel 2019, la quasi omonima Silk Road Wines srl: per esportare, sulla via della Seta appunto, il vino che produce in Umbria. Anche se nel suo cuore un posto speciale sarà sempre riservato al Salento, nel cui collegio era stato eletto deputato.
Nel frattempo, proprio in Puglia si sta giocando una partita delicata sul futuro del porto di Taranto. Il governo Meloni sembra deciso a fare delle scelte filo occidentali senza alcun azzardo nei confronti di Washington, che ha sempre frenato e cercato di compattare i Paesi europei contro l’espansione economica e commerciale di Pechino. Eppure, in Italia resiste il «feudo» della Regione governata da Michele Emiliano, che continua a gestire autonomamente il «traffico» lungo la sua via della Seta, costruita in questi anni. Le ottime relazioni con Pechino sono state celebrate durante la prima fase dell’emergenza Covid, nel 2020, quando la Puglia ha speso 17,2 milioni per acquistare dalla Cina mascherine ma anche materia prima per la produzione di Dpi e di macchinari e apparecchiature sanitarie. Ampio spazio di manovra al Dragone è stato in cambio consentito nelle infrastrutture. A cominciare dai porti. Come appunto quello di Taranto, dove i cinesi hanno già messo un piede sempre nel 2020 – e sempre ai tempi del governo Conte – con l’accordo per l’insediamento di Ferretti Group, il costruttore di barche di lusso controllato dalla società statale cinese Weichai, nell’area «ex yard Belleli». L’interesse del Dragone non si è spento con la pandemia, anzi. Lo abbiamo visto a fine novembre raccontando la storia della nuova società partecipata da un delegato in Italia del governo di Pechino, che si è fatta avanti per gestire la piattaforma logistica del porto tarantino. Parliamo di una struttura strategica non solo per l’Italia. Infatti ospita la base Nato che controlla una parte rilevante del Mar Mediterraneo. Ecco perché sono sempre accesi i fari sia del Copasir sia della diplomazia e dell’intelligence statunitense. Qualche giorno fa sulla Gazzetta del Mezzogiorno è stato pubblicato un articolo sulle grandi manovre della Nato su Taranto. La base della Marina militare sta, infatti, lavorando all’attivazione del Comando multinazionale marittimo per il Sud dell’Alleanza atlantica che verrà guidato da un nostro ammiraglio di divisione. Sotto il coordinamento italiano, dunque, opereranno staff e unità navali degli altri Paesi membri.
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