- Nell’inchiesta di «Angeli e demoni» i dettagli sulla vita della piccola Katia con le donne a cui era stata affidata: «Mi disgustano le loro effusioni in casa, mi sento a disagio».
- Recidere alla radice contatti e rapporti sentimentali. E creare sempre nuove strutture d’accoglienza, accrescendo il business. Un obiettivo da raggiungere facendo confessare abusi inesistenti.
- Il leghista sabato a Casalgrande a un convegno organizzato da un’associazione di biker, che protestano anche per la mancata consegna dei regali di Natale ai bimbi «rubati». Poco distante, il candidato dem offre l’aperitivo.
Lo speciale contiene tre articoli
«Sono triste quando mi sono svegliata durante il sonno e la mamma non c’era». Quando la piccola Katia scriveva queste parole su un bigliettino pensava ai suoi genitori naturali. Il papà e la mamma da cui gli assistenti sociali di Bibbiano avevano voluto allontanarla, sostenendo che la maltrattassero. Di più: gli stessi assistenti sociali ripetevano che la bambina con il padre e la madre non voleva più avere nulla a che fare, anzi ne era spaventata. E intanto la piccina annotava: «Sono triste di non essere a casa con i miei».
La storia di Katia, purtroppo, è piuttosto nota. Si tratta della minorenne che fu affidata a due donne, Daniela Bedogni e Fadia Bassmaji, unite civilmente nel giugno 2018. Le «due mamme» (che peraltro percepivano un contributo economico maggiore rispetto ad altri affidatari) avrebbero dovuto prendersi cura della piccina e invece, a quanto risulta dalle carte dell’inchiesta «Angeli e demoni», la vessavano e maltrattavano. Tanto che il gip reggiano Luca Ramponi, mesi fa, ha disposto che la bimba fosse tolta alle due donne e ha vietato ogni forma di contatto.
Katia è stata affidata alla coppia lesbica grazie a una delle protagoniste principali dell’inchiesta, ovvero l’indagata Federica Anghinolfi, dirigente del Servizio di assistenza sociale dell’Unione Comuni Val d’Enza. Costei era anche una fervente attivista Lgbt, e condivideva la lotta arcobaleno con una delle due affidatarie, Fadia Bassmaji. Le due non avevano in comune soltanto la militanza ideologica. Nelle carte dell’inchiesta si legge che Fadia e Federica «risultavano avere avuto in passato tra loro una relazione sentimentale».
I nomi di Anghinolfi, Bassmaji e Bedogni compaiono ripetutamente nelle 71 pagine che compongono l’avviso di chiusura delle indagini della Procura di Reggio Emilia su «Angeli e demoni». Scorrendo le carte, emergono nuovi e disturbanti particolari riguardanti Katia e le sue «due mamme» affidatarie. Tanto per cominciare, le tre donne hanno omesso di riferire al perito del tribunale reggiano «del pregresso e intenso rapporto di amicizia sussistente tra la Bassmaji e la Anghinolfi». Così come hanno evitato di riferire «il loro convincimento di protrarre l’affido della minore fino al compimento della maggiore età». In sostanza, hanno tenuto nascosta le relazione fra l’assistente sociale e una delle affidatarie, e avevano in mente di trasformare l’affidamento di Katia in una sorta di adozione arcobaleno.
Ma questo è niente. Il peggio arriva quando si scopre come le due affidatarie trattavano la piccola. Secondo il pm reggiano Valentina Salvi, Bassmaji e Bedogni «insistevano con la minore ribadendo quanto da lei subito presso la famiglia di origine; colpevolizzavano la bambina, talvolta anche attraverso urla feroci e parolacce». Dicevano a Katia che avrebbe dovuto «svuotare la cantina dei ricordi», cioè confessare gli abusi subiti dai genitori naturali (in realtà mai avvenuti). E poiché lei non collaborava la attaccavano. La Bedogni arrivò a cacciarla fuori dall’auto in una giornata di pioggia, tra insulti e urla («Non ti voglio più!»). Ancora: le «due mamme» la facevano anche sentire in colpa, le ripetevano che, rifiutandosi di parlare, infliggeva loro «sofferenze».
Non è finita. Bassmaji e Bedogni, scrive il pm, «denigravano sistematicamente le figure genitoriali di Katia; incutevano alla bambina la paura e il timore di casuali possibilità di incontro con i genitori, ordinandole di nascondersi all’interno dell’auto e di non frequentare determinati luoghi per evitare di essere vista dai genitori; le facevano compilare un apposito diario contenente le sue emozioni in cui loro stesse formulavano domande suggestive e denigratorie rispetto ai genitori». Insomma, facevano di tutto affinché la piccina temesse o addirittura odiasse papà e mamma. In verità, i genitori cercavano di farsi vivi. Volevano vedere Katia, le mandavano messaggi vocali e scrivevano su Whatsapp. Ma tutte queste comunicazioni venivano tenute nascoste alla piccola. «Ciao bimba mia, il papà non riesce ad avere risposte per portarti a mangiare il sushi fuori, spero che tu stia bene, ti voglio bene», scrive il papà a Katia su Whatsapp. E mentre lui inviava questo messaggio strappacuore, gli assistenti sociali commentavano nella loro chat privata: «Bene, questo messaggio non lo diremo alla bambina».
Sfogliando le carte si capisce che Katia non era spaventata dalla sua famiglia: piuttosto aveva paura delle affidatarie, che insistevano ad attribuirle comportamenti «sessualizzati», sostenendo che fossero frutto di passate molestie.
Gli investigatori hanno trovato un disegno in cui Katia «raffigurava le affidatarie mano per la mano con un fumetto contenente la seguente frase: “Vai via Katia perché se ci sei tu non possiamo fare l’amore”». In un altro disegno Katia raffigura Bassmaji e Bedogni «intente a sposarsi e la bambina raffigurata in un escremento con la seguente didascalia: “Mi sono sentita lontana e distante come una cacchetta”». In un’altra occasione Katia scrive: «Mi ha disgustata vedere la Dani che ha leccato il collo della Fadia che le ha morso l’orecchio sessualmente». E ancora: «Ieri mi ha dato fastidio quando la Fadia mi ha dato la buonanotte nuda».
Katia, inoltre, ha raccontato di aver fatto vari sogni «aventi a oggetto spettacoli teatrali pornografici con “peni finti” messi in scena dalle affidatarie». Le due donne, ovviamente, hanno omesso di raccontare che la bambina temeva di «subire violenze» da loro e sognava «catastrofi e scenari simili» in cui comparivano anche le «due mamme».
Ecco come viveva Katia nella splendida utopia arcobaleno che avevano costruito per lei. E pensare che qualche quotidiano, nei giorni scorsi, ha avuto il fegato di descrivere come vittime del circo mediatico i responsabili di questo sistema allucinante.
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