- Il racconto di una funzionaria delle Dogane: un documento precompilato dell’allora commissariato Domenico Arcuri ha autorizzato l’ingresso in Italia delle protezioni cinesi importate da Benotti & C. Un’altra testimone: pressioni per liberare subito la merce.
- Il ministro vuole l’obbligo fino a giugno, ma il presidente Kompatscher potrebbe decidere di eliminarlo prima. La prossima settimana la decisione sui luoghi al chiuso.
Lo speciale contiene due articoli
Un ciclostile della struttura del commissario straordinario per l’emergenza ai tempi in cui era guidato da Domenico Arcuri ha sdoganato le mascherine fallate importate con la mediazione di Mario Benotti & C. A svelarlo, in uno degli ultimi verbali dell’inchiesta, che risale al 14 febbraio scorso, è stata una funzionaria dell’Agenzia delle Dogane, Manuela Barone, convocata dagli investigatori della Guardia di finanza come persona informata sui fatti poco prima di chiudere formalmente le indagini. Barone, che ora guida un reparto dell’Ufficio controlli antifrode, è stata, in piena pandemia, fino a febbraio 2021 addetta agli uffici sdoganamenti cargo. E ai magistrati ha spiegato di aver «sempre ritenuto» che nel periodo in cui la pandemia si era acuita, «ci fossero delle criticità nelle importazioni di materiale sanitario destinato al Commissario straordinario». Le importazioni, ha spiegato la funzionaria, «non seguivano le ordinarie procedure di sdoganamento, ma avevano un circuito preferenziale». Le pressioni arrivavano da Roma. Ma alle Dogane, ha spiegato la funzionaria, i controlli andavano avanti: «Noi fermavamo e controllavamo anche le spedizioni di merce per l’emergenza Covid, soprattutto mascherine e Dpi destinati alla Struttura commissariale. Nel corso dei controlli chiedevamo l’esibizione del certificato di conformità, precisamente la certificazione Ce». Cosa che avrebbe impedito di certo di far finire le mascherine non idonee negli ospedali, dove poi i magistrati le hanno dovute sequestrare. Il cortocircuito l’avrebbe innescato una circolare arrivata dagli uffici centrali delle Dogane: «A un certo punto», racconta Barone, arrivò un documento che attestava che una serie di produttori di mascherine e Dpi importati a favore della Struttura commissariale rispondevano ai requisiti previsti dalla normativa vigente. In ogni caso noi non abbiamo mai ricevuto le certificazioni Ce».
Quel documento, insomma, è diventato un «lascia passare», così lo chiama Barone, per sdoganare tutta la merce. E successivamente, spiega ancora la funzionaria, «sono intervenute le procedure di svincolo diretto per le importazioni della Struttura commissariale». La funzionaria non nasconde che a suo parere «anche su queste procedure c’era qualche criticità, in quanto era palese che venisse utilizzata sempre la stessa dichiarazione di svincolo diretto a firma di Fabbrocini». Antonio Fabbrocini era in quel momento il responsabile unico del procedimento per la Struttura commissariale, accusato nell’inchiesta di frode nelle pubbliche forniture, falso e abuso d’ufficio. A quel punto si sarebbe innescato questo meccanismo: la dichiarazione di svincolo diretto veniva ciclostilata e «a penna», svela Barone, «di volta in volta veniva aggiunto il numero» della bolla d’accompagnamento della merce. Gli investigatori hanno mostrato alla funzionaria uno dei prodotti importati dalla Cina il cui certificato Ce «è risultato non valido». E lei ha spiegato che con l’arrivo della circolare che sdoganava a gogo le procedure erano cambiate. E qualora avessero riscontrato l’assenza delle certificazioni era diventato necessario «compilare 12 diverse tipologie di verbale». Disposizioni che, «di certo», afferma Barone, «hanno contribuito a rendere più articolate le procedure di controllo e di sdoganamento».
È stata un’altra testimone, Maria Preiti, direttore dell’ufficio territoriale lombardo delle Dogane (competente su Malpensa), a confermare che erano saltate le verifiche: «Il numero dei controlli sulla merce importata dal Commissario straordinario è stato rimodulato consentendo, in assenza di altri parametri di rischio, il cosiddetto controllo automatizzato. Tale procedura prevede che l’operazione di sdoganamento venga processata telematicamente dal circuito senza l’effettuazione di ulteriori controlli né documentali né fisici da parte del singolo operatore». Bastava il parere del Cts, il comitato tecnico scientifico, per far passare le mascherine. E anche Preiti conferma il pressing esterno: «Come ufficio ricevevamo numerose sollecitazioni sia da soggetti pubblici che privati al fine di sdoganare celermente la merce». Ovviamente in quella fase della pandemia le mascherine erano ricercatissime. Ma questo meccanismo ha permesso l’invio agli ospedali di mascherine non conformi, che poi sono state sequestrate. Quando, però, i finanzieri chiedono alla funzionaria se ricordasse «di qualche privato imprenditore che si recava presso gli uffici per sollecitare lo sdoganamento», lei risponde: «Così a memoria non ricordo di privati che si presentavano nei nostri uffici». La memoria della testimone si fa sempre più labile. «È mai successo che lei o qualche funzionario dell’ufficio doganale di Malpensa abbia dialogato con Fabbrocini per rappresentargli, magari, le criticità emerse durante le operazioni di importazione?», le viene chiesto dai finanzieri. La risposta: «È probabile che io o i miei collaboratori abbiamo dialogato con Fabbrocini, ma in questo momento non so riferirvi circa il dettaglio di queste conversazioni tenuto conto del tempo trascorso».
E le mascherine con la certificazione non in regola? «Ricordo, in generale», conclude la dirigente delle Dogane, «che la gran parte delle operazioni di importazione di Dpi e di mascherine nel periodo iniziale dell’emergenza era gestita in deroga, in base alla normativa emergenziale». Che, come dimostra la fornitura di mascherine non conformi agli ospedali di mezza Italia, è alla base del cortocircuito che ha permesso a Benotti & C. di sdoganare la loro fornitura miliardaria.
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