• Domenico Arcuri, che traballa in Invitalia, ha compiuto altre operazioni dubbie, come l’acquisto delle siringhe ignorando i fornitori nazionali o i soldi a Reithera. Va fatta chiarezza.
  • Le pulci a 14 mesi di appalti: il 55% delle spese è passato dai commissari, soprattutto con affidamenti diretti. Previsti 1 miliardo e 200 milioni per i monoposto, ma (prima del Sostegni bis) meno di 3 milioni per i trasporti.

Lo speciale contiene due articoli.

Jorge Solis, l’intermediario ecuadoregno coinvolto nell’inchiesta sulla maxi commessa da 800 milioni di mascherine targate Mario Benotti, il 31 ottobre del 2020, intercettato al telefono, tifava apertamente Covid. E attendeva il lockdown ferreo. A posteriori come dargli torto. Dallo scoppio della pandemia lo Stato ha stanziato e in parte speso poco più di 23 miliardi di euro. Esattamente la metà di questa cifra è stata destinata all’acquisto di mascherine e dispositivi di protezione. Analoga percentuale vale per gli ordinativi che sono passati direttamente dalla struttura commissariale. Lì, a comandare, dal 16 marzo 2020 fino al primo marzo di quest’anno, è stato Domenico Arcuri. Se si pensa che il valore delle commesse portate a casa dal team di Benotti si aggira sul miliardo e 200 milioni di euro, si comprende che questa assegnazione su cui ancora indaga la Procura di Roma vale il 10% della spesa per le mascherine e il 5% di tutto quanto lo Stato ha messo a bilancio per far fronte alla pandemia. E per tutto si intende non solo le protezioni sanitarie, i ventilatori e quanto necessario a tamponare l’emergenza. Ma anche la spesa sostenuta fino a oggi per i vaccini e per gli ospedali. Nel maxi calderone dei circa 23 miliardi c’è pure il budget per la scuola e per i mezzi di trasporto. Se si uniscono i puntini si comprende l’enormità di quel 5% che la struttura di Arcuri ha affidato direttamente al gruppo di Benotti, del quale conosciamo dettagli e incongruenze grazie soprattutto al lavoro di Giacomo Amadori. Il dramma sta tutto però in una domanda. Esistono altri Benotti? La vecchia struttura commissariale ad esempio non ha mai chiarito perché si sia rifornita di luer lock, siringhe di precisione, a prezzi ben superiori del mercato e senza passare da fornitori italiani anche rinomati.

D’altronde, in questa enorme spesa che l’Italia non vedeva transitare dai tempi del dopoguerra, sono molteplici gli aspetti che non funzionano. Sul sito di Openpolis, dove si accede a tutte le informazioni recuperate tramite Foia, è possibile digitare i nomi delle aziende vincitrici di gara o assegnatarie dirette. Wenzhou light industrial product è presente nel database. È uno dei fornitori cinesi di Benotti. Lo stesso nome è nel file delle aziende i cui dispositivi sono stati autorizzati in deroga al Cts. La Procura di Gorizia a metà aprile ha fatto sequestrare 250 milioni di mascherine. Tra queste compaiono i nomi di Wenzhou light industrial product e di Luokai, anch’essa utilizzata per la commessa Benotti. Purtroppo i sequestri ci sono stati anche in Lazio, dove ora si indaga su 5 milioni di mascherine e 430.000 camici. Nellel conversazioni degli indagati compariva il nome di Massimo D’Alema. Così come in un’altro filone di sequestri avviato su segnalazione della Regione Lazio. Qui a non funzionare sono i ventilatori Vg 70 acquistati dalla Silk road global information limited. A incrociare i contatti cinesi con la struttura del commissario fu appunto l’ex segretario dei Ds. Inutile dire che la Silk road compare nel data base di Openpolis. Quindi da un lato consente di arrivare alla cifra di 23 miliardi e aggiunge un tassello al grande impegno economico profuso dallo Stato, ma dall’altro impone una revisione, quanto meno politica, dell’impresa, degli obiettivi e di quanto è stato fatto. Soprattutto del metodo applicato. Perché le inchieste stanno aumentando dal Nord al Sud e gli interrogativi lasciati aperti da Arcuri necessitano urgentemente una risposta.

Bene la commissione d’inchiesta. Non possono essere solo le Procure a dover fare luce. Spetta al Parlamento, sebbene parta già in ritardo. Indagare sulle scelte dell’ex commissario serve anche a trovare la strada migliore per la gestione della pandemia, qualora il virus dovesse diventare endemico. Ad Arcuri toccherà pure chiedere conto delle scelte sul vaccino Reithera. Le recenti motivazioni della Corte dei conti sono emblematiche.

Al termine della primavera del 2020, il commissario, che in quel momento aveva pure le due vesti di controllore (struttura commissariale) e controllato (ad di Invitalia), avvia una trattativa con l’azienda di Castel Romano. Una trattativa che termina il primo febbraio del 2021. Nel frattempo almeno un fondo estero sarebbe potuto entrare nel capitale e mettere i soldi necessari per lo sviluppo della fase 2. Qualcuno ha paventato l’uso del golden power? Fatto sta che si sono persi quasi nove mesi. A quel punto il contratto tra Invitalia e l’azienda farmaceutica prevede una somma consistente per lo sviluppo delle infrastrutture e non del vaccino. Invitalia entra nel capitale ma si ferma lì. La doccia fredda congela l’operazione. Il neo ministro Giancarlo Giorgetti ha detto di voler andare avanti per sviluppare un farmaco nostrano. Ma il rischio concreto è che quando sarà pronto il vaccino tricolore, per prezzo e tipologia, potrà essere competitivo solo per il progetto Covax, quello destinato ai Paesi poveri. Sacrosanta beneficenza, ma una presa in giro, se consideriamo che i giornali italiani sono stati settimane a perdere tempo dietro alle primule. Adesso la poltrona di Arcuri in Invitalia traballa sempre più. Ma non è questo il punto. Per la salute della nostra democrazia serve una commissione d’inchiesta.


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