«Fecero dossier con le mie telefonate per escludermi dai controlli sui boss»
Sebastiano Ardita (Ansa)
Il magistrato Sebastiano Ardita: «Con Tinebra ebbi molti contrasti, dalla gestione di Provenzano e Giuffrè fino al protocollo che consentiva agli 007 di interrogare i mafiosi in cella. L’ex capo del Dap era massone? La voce girava».

La Procura di Caltanissetta sta indagando sul presunto lato oscuro di Giovanni Tinebra, l’ex procuratore di Caltanissetta scomparso nel 2017 che si occupò delle stragi di mafia del 1992 e del 1993, in particolare di quelle di via D’Amelio e Capaci, dove persero la vita Paolo Borsellino e Giovanni Falcone e le loro scorte.

La Verità domenica ha pubblicato la memoria depositata presso la Procura di Perugia dal maresciallo dei carabinieri (in pensione) Calogero Sortino, per più di vent’anni al fianco di Tinebra come suo factotum. Il militare ha raccontato gli scontri di Tinebra, quando era direttore del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, con l’allora pm Sebastiano Ardita, suo stretto collaboratore (dirigeva l’Ufficio detenuti, il cuore del dipartimento), ma spesso in disaccordo con lui. Sortino ha anche ipotizzato che a un certo punto Ardita fosse intercettato illegalmente con un apparecchio denominato GA900. E ha svelato che quando ne parlò con Tinebra, questi fece cadere il discorso.

Dottor Ardita, la Procura di Caltanissetta sta andando alla ricerca di conferme sull’affiliazione massonica di Tinebra che lei ha conosciuto bene. La sorprende questa cosa?

«Non mi stupisce che si indaghi su questa appartenenza di cui, ai tempi, si parlava diffusamente, anche se non ne ho mai avuto la prova nel periodo in cui lavoravo al Dap. D’altra parte Tinebra era ormai così potente che anche un semplice indizio di quel presunto passato da massone avrebbe potuto indebolirlo pesantemente».

Come ha avuto il sospetto di essere intercettato illegalmente?

«Perché alcune informazioni che erano state trattate solo durante conversazioni telefoniche erano conosciute da altri».

Che cosa intende?

«Alcune questioni interne all’ufficio di cui avevo parlato con persone di massima affidabilità le ho ritrovate riportate in forma distorta all’interno di alcuni dossier anonimi confezionati ai miei danni».

Può fare un esempio?

«In un’occasione un mio collaboratore mi aveva riferito al telefono che un altro nostro dipendente aveva coperto col bianchetto la propria sigla su un atto che doveva essere portato alla firma del direttore dell’ufficio. Prima ancora che potessi accertare questa curiosa richiesta, arrivò un esposto anonimo nel quale c’era scritto che per mia colpa nell’ufficio venivano sbianchettati i provvedimenti».

Ha ulteriori aneddoti?

«Un’altra volta, sempre al telefono, contestai il trasferimento di un detenuto in una sede che non mi sembrava idonea, e prima ancora di farlo revocare mi ritrovai l’anonimo che mi accusava di aver deciso io quello spostamento».

Era solo lei ad avere la sensazione che ci fossero captazioni illegali?

«No. Al Dap si era sparsa la voce che venissero fatte intercettazioni abusive. Tanto che un giorno il Guardasigilli Roberto Castelli fece un’irruzione a sorpresa per sapere se e dove la polizia penitenziaria svolgesse attività di ascolto. Ma lo condussero da tutt’altra parte, almeno quello si disse».

Lei e Tinebra, che faceva parte della sua stessa corrente, Magistratura indipendente, quando eravate insieme al Dap, vi trovaste in disaccordo su molte questioni?

«Durante la sua gestione ci siamo divisi su un numero impressionante di scelte. Solo per citarne alcune ricordo le critiche ai trasferimenti, da me decisi, di Piddu Madonia nel carcere dell’Aquila e di Bernardo Provenzano in quello di Terni, a mio giudizio l’istituto più sicuro, mentre per qualcun altro, in Umbria zio Binnu sarebbe stato poco “gestibile”; da parte mia non ho apprezzato l’idea di consentire colloqui tra detenuti al 41 bis come incentivo alla dissociazione, dal momento che a mio giudizio quella concessione avrebbe fatto passare ai boss la voglia, se mai ci fosse stata, di collaborare».

Sortino ricorda che un’auto con un apparato per le intercettazioni era stata posta sotto il suo ufficio…

«Se fosse vero, si tratterebbe di un fatto gravissimo. Il mio telefono era una delle fonti di informazione più rilevanti se si voleva comprendere quale fosse lo stato della lotta alla mafia, delle collaborazioni con la giustizia, delle indagini più importanti. Perché moltissimi colleghi mi chiedevano consiglio e aiuto per i trasferimenti dei detenuti e interventi nella loro gestione penitenziaria».

Tinebra cercò di impedire che lei venisse confermato nel suo incarico?

«Seppi tempo dopo che aveva chiesto a Castelli di non rinnovarmi. Ma per mia fortuna, tanto il ministro, quanto il capo di gabinetto e il sottosegretario, che apprezzavano il mio lavoro, tutti insieme fecero muro, ed evitai in extremis di essere messo alla porta».

Formalmente come erano i suoi rapporti con l’allora capo del Dap?

«Dall’esterno apparivano più che normali, anche perché era umanamente simpatico e affabile. E, comunque, non avrei mai potuto permettermi di andare a uno scontro aperto, perché avrebbe significato soccombere. Solo una volta, perdetti la calma, tanto che dovette entrare la segreteria nella stanza per capire se andasse tutto bene. Tinebra era copertissimo a destra e a sinistra, dentro e fuori la magistratura. Anche coloro che lo detestavano, in nome del quieto vivere tra correnti, non lo attaccarono mai e preferirono gli accordi di non belligeranza. Di questo ero ben consapevole, avendo chiaro quel che era successo al collega Alfonso Sabella, che, dopo aver denunciato i pericoli della sopra citata dissociazione, venne emarginato e costretto a lasciare l’ufficio ispettivo».

Dentro al Dap non doveva esserci un bel clima…

«A un certo punto per me la vita era diventata impossibile. Venivo costantemente isolato o scavalcato. I provveditori regionali facevano la fila in attesa di essere ricevuti davanti all’ufficio del collega Leopardi, che, in teoria, nell’amministrazione, aveva un grado inferiore al mio. Un giorno arrivarono anche due pacchi bomba, uno per me e uno per Tinebra. Erano pieni di esplosivo, di chiodi, e di bulloni e potevano uccidere. L’indagine della procura di Roma fu subito orientata sulla pista anarchica, perché altri plichi erano stati mandati con analoga modalità. Per questi furono trovati gli autori e celebrati i processi. Gli unici pacchi per i quali non si riuscì a individuare il responsabile erano quelli arrivati al Dap. Nonostante fosse una vicenda inquietante, lui reagì con un atteggiamento quasi di sfida. A un giornalista disse: “Non me ne può fregare di meno”. Io rimasi sgomento e tutt’oggi giudico quella storia francamente oscura».

Quando lei lasciò il Dap i vostri rapporti migliorarono?

«Non proprio. Seppi che dopo il mio rientro in ruolo Tinebra si era opposto alla mia candidatura al Csm con Magistratura indipendente. Tanto che dovetti uscire dalla mia corrente e, grazie al consenso che avevo, fondarne una nuova con altri colleghi».

Ma ha capito da che cosa derivasse l’astio di Tinebra nei suoi confronti?

«La collaborazione di Giuffrè fu certamente una delle cause scatenanti del conflitto con lui».

A che cosa si riferisce?

«Avevo ricevuto dei segnali evidenti del fatto che il capo mafia stesse attraversando un periodo di crisi personale. Ero abituato a trattare in prima persona queste situazioni. E quindi delegai la direttrice del carcere di Novara, la dottoressa Guidi, ad andarlo a trovare più spesso del solito e lei mi informava di tutto. Finché un giorno le dissi di andare a chiedergli a nome mio se fosse intenzionato a collaborare con la giustizia».

E come andò?

«La Guidi mi riferì che aveva rifiutato. Quando le domandai che cosa avesse risposto esattamente il boss, mi spiegò che si era fermato un attimo a pensare e poi aveva detto “lasciamo perdere”. Balzai sulla sedia e replicai: “Significa che ha accettato!”».

Non capisco…

«Un capo mafia quando rifiuta la collaborazione lo fa rispondendo in malo modo e, invece, Giuffrè era stato quasi possibilista. Allora avvisai l’allora procuratore di Palermo Piero Grasso e lo invitai ad andare a trovare al più presto Giuffrè. Grasso si recò a Novara ad interrogarlo e poi passò direttamente da me prima di rientrare a Palermo. Mi chiese di mantenere il segreto con chiunque. È così feci».

E Tinebra che cosa c’entra?

«Quando si seppe della collaborazione di Giuffrè, mi convocò nel suo ufficio. Ricordo che aveva un giornale aperto sul tavolo. Il quotidiano raccontava che Giuffrè stava rilasciando dichiarazioni sul senatore Marcello Dell’Utri. Tinebra mi chiese se ne sapessi qualcosa e io gli dissi la verità. Ovviamente la mia decisione di non avvertirlo gli aveva fatto fare una brutta figura con gli esponenti della maggioranza di governo che lo avevano promosso al Dap e che non aveva potuto preavvisare del terremoto che la collaborazione di Giuffrè era destinata a causare».

Pensa che Tinebra abbia gestito in maniera anomala il procedimento contro Berlusconi e Dell’Utri, per cui ha chiesto e ottenuto l’archiviazione non senza attriti con i colleghi della Procura?

«Non ho conoscenza diretta della vicenda, perché non ho mai lavorato a Caltanissetta. Da quel che riferirono i colleghi credo che il problema dello scontro non riguardasse la scelta in sé dell’archiviazione, ma le parole e i ragionamenti che andavano inseriti nella richiesta. E probabilmente vi era a monte anche una certa ritrosia ad approfondire in modo determinato alcune piste».

Che cosa è successo dopo il confronto su Giuffrè?

«Da quel giorno, non ricevetti mai più telefonate della Guidi e seppi che lei ed altri direttori con cui avevo un rapporto di collaborazione, erano stati invitati ad avere rapporti solo con l’ufficio ispettivo, diretto da Leopardi. Devo dire che dopo il caso Giuffrè ricevetti pochissimi aggiornamenti anche dai direttori degli istituti dove erano detenuti i 41 bis. Era come se avessero ricevuto la disposizione di bypassarmi».

Altri motivi di frizione?

«Sì. Sulle ricadute del cosiddetto Protocollo farfalla, anche se della sua esistenza formale venni a conoscenza soltanto a seguito dell’indagine della Procura di Roma».

Il Protocollo farfalla?

«Sì, un accordo con i servizi segreti per consentire agli 007 di avere rapporti diretti con i boss in carcere. Presupponeva iniziative a mio giudizio fortemente inopportune che potevano realizzarsi solo scavalcando completamente il mio ufficio. Ad esempio consentendo l’ingresso, senza la mia autorizzazione, di personale esterno ed estraneo nelle carceri».

Molti degli agenti pronti a entrare nelle carceri erano ex ufficiali del Ros dei carabinieri che il generale Mario Mori aveva portato con sé al Sisde… «Nonostante avessi collaborato con molti di loro da pm, non avevano rapporti con me. Interloquivano unicamente con il capo del Dap e con l’ufficio ispettivo diretto da Leopardi. Forse perché, a quanto mi risulta, esisteva una forte intesa oltre che una grande amicizia tra Tinebra e Mori. Per questo io venni del tutto escluso da questa collaborazione tra Dap e 007. Un’altra storia tutta da esplorare. Anche se ormai, forse, è troppo tardi, visto che quando questi fatti accadevano le mie richieste di aiuto erano rimaste inascoltate».

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