Il GranBucato di Toscana. Tutte le falle nel bilancio dell’ultima Regione rossa
  • Per Enrico Rossi l’Alta Velocità è «classista» e chi lo critica un «fascioleghista». Cronaca di una crisi acuita dal Covid ma già cominciata da un bel pezzo.
  • Sanità: le Asl erano 12, il governatore le ha ridotte a 3 con pesanti ripercussioni sull’assistenza. Tagliati i fondi a centri di cura di eccellenza. A Massa truccati i bilanci: in apparenza era tutto a posto ma c’era un ammanco di 420 milioni.
  • Strade: errori di progettazione denunciati dall’Università di Pisa si sommano a decenni di manutenzioni mancate.
  • Rifiuti: la raccolta differenziata arranca e molte aziende non sanno dove smaltire gli scarti produttivi, ma le amministrazioni di sinistra si accordano per coprire le inefficienze.
  • Edilizia: la messa in sicurezza degli edifici pubblici non è considerata una priorità urgente.

Lo speciale contiene cinque articoli.

Qualcuno era comunista, qualcun altro lo è ancora. Come Enrico Rossi. «Sono un comunista democratico di stampo berlingueriano», si confessò una volta. Ma erano altri tempi, quando credeva di poter tenere a bada Renzi, ancora segretario del Pd. Poi è successo il cataclisma, Rossi è andato (in Leu) e tornato (nel Pd) senza troppo rumore, mentre Renzi di rumore ne ha fatto tanto per restare con un pugno di zeri virgola. Il governatore della Toscana, e prima ancora assessore alla Sanità per 10 anni, avrebbe chiuso bottega nell’indifferenza se non ci fosse stato questo stramaledetto Covid, che l’ha richiamato in servizio quando già si erano dimenticati di lui. Così ha avuto il tempo e il modo di riguadagnare la scena con la famosa (e infelice) battuta sui «fascioleghisti», rivolta a chi (era il 20 febbraio, al tempo di «adotta un cinese») osava mettere in discussione l’intoccabile sistema toscano, questa volta sulla prevenzione del coronavirus; e poi con il pasticcio delle mascherine, distribuite democraticamente gratis a tutti i cittadini e poi finite nel tritacarne di una produzione cinese a Prato sulla quale indaga la magistratura.

Se nel mondo il concetto di rivoluzione è morto, e anche quello di socialismo non sta tanto bene, Rossi è invece convinto che le idee e le proposte per cambiare l’Italia abbiano i connotati della «Rivoluzione socialista». Del resto, lo ha teorizzato in un libro così battezzato, però anche tradotto in una condotta di governo ventennale della Regione, prima da assessore e poi da presidente. In effetti non si può dire che la mano di Rossi non abbia lasciato il segno sulla Toscana, che non è affatto quell’isola felice che si vuole far passare. Complice una stampa compiacente e una cultura che qui ha poche voci dissonanti e si esprimono con fatica.

La Rivoluzione socialista ha fermato lo sviluppo della regione, nel nome di una visione strategica inorridita dall’ideologia liberista e di una giustizia sociale spesso demagogica. Ci hanno rimesso l’innovazione e la modernità. Anche nel linguaggio. Famosa l’uscita del governatore che, lanciato nella campagna in difesa dei viaggiatori pendolari dei treni regionali, sentenziò che «l’Alta velocità è classista» e quelle parole, «business, vip class e altre ancora, sono idiote». Ringhio da vecchio comunista.

Diciamo che questa politica non ha portato la Toscana a brillare nelle classifiche economiche: è il fanalino di coda fra le Regioni del Nord, galleggia mediocre fra quelle del Centrosud, salvata fino all’epoca pre virus solo dall’export grazie alla moda, all’agro alimentare e all’industria farmaceutica. E l’effetto lockdown ha peggiorato la situazione. Il recente rapporto di Bankitalia prevede il crollo del Pil del 10%, il calo di un quinto nel fatturato dell’industria e fino al 30% nel settore dei servizi, con 40.000 posti di lavoro già persi. Gli esperti però hanno disegnato un quadro che era «impantanato in una dinamica fiacca», e aveva lasciato sul campo aziende illustri, eroso il potere d’acquisto di salariati e partite Iva, provocato la perdita di posti di lavoro. La Regione non ha saputo offrire risposte peculiari alle nuove sfide e ha portato la società toscana a una decrescita che oggi si percepisce piuttosto infelice.

Un modello superato, dunque. Frutto di un impegno andato nella direzione sbagliata. E che anche nella sanità non ha ottenuto i risultati tanto esaltati. Il modello Rossi ha tagliato le spese. Ma andate a vedere che cosa è successo sul territorio, laddove per risparmiare sono stati chiusi i piccoli ospedali che davano sicurezza ai cittadini e dove c’era l’assistenza porta a porta? Una politica sanitaria cancellata e sostituita da niente. Oggi i medici di famiglia sono prescrittori di ricette, tutto fa capo ai grandi ospedali (Rossi ne ha costruiti quattro: Pistoia, Prato, Lucca e Apuane) con la gente che finisce per un nonnulla al pronto soccorso, mentre le liste d’attesa continuano a essere una croce.

È andata benino con il Covid, forse perché la pandemia è stata clemente e l’onda d’urto si è fermata all’Emilia Romagna. Però le buone intenzioni di Rossi, tipo il tracciamento dei positivi, sono promesse rimaste a metà, con tanta gente che vorrebbe farsi il tampone ma non sa come, perché i tamponi non ci sono. In compenso, con una impennata rosso libertaria, ha introdotto la pillola abortiva negli ambulatori. L’ultimo atto amministrativo dell’ultimo presidente della Toscana, comunque vadano le elezioni, con il genoma comunista.


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