Lo speciale comprende tre articoli.
«La lotta alla disinformazione e al discorso d’odio (hate speech) è soltanto un esercizio di controllo prettamente elitario», ha dichiarato giorni fa davanti al Congresso americano il giornalista indipendente Matt Taibbi, coordinatore dei Twitter Files. «Il ragionamento è semplice: se un piccolo gruppo demografico pretende di avere ampio controllo sulla libertà di espressione di un grande gruppo sottostante, ne consegue che uno dei due finirà per avere più potere politico dell’altro. Quale? Probabilmente non quello di cui fai parte tu, cittadino. I progressisti la chiamerebbero “guerra di classe”». Una guerra silenziosamente già vinta: ancora pochi giorni e l’anno nuovo ci porterà, insieme con le elezioni europee e le presidenziali americane, il complesso di leggi appena approvate in tutto il mondo occidentale per monitorare i cittadini e privarli della loro libertà di espressione.
Si tratta, di fatto, di leggi-bavaglio: il modello di riferimento è il Digital Services Act (Dsa) europeo, che dal 17 febbraio 2024 entrerà in vigore per tutte le piattaforme Ue. Concepito, sulla carta, per tutelare gli utenti dai contenuti illegali, il Dsa è in realtà un efficace strumento per scaricare sui distributori di contenuti online la (auto)censura del free speech.
Il funzionamento della tagliola Ue è molto semplice: smantellando il principio su cui è stata regolata l’informazione online dagli anni Novanta ad oggi (nessuna piattaforma è responsabile dei contenuti informativi diffusi dagli utenti), «ciò che è illegale offline, lo sarà anche online». Peccato, però, che i criteri di pubblicabilità, o di legalità, non saranno stabiliti dagli organi di giustizia preposti ma dal neonato «Comitato europeo per i servizi digitali», costituito da funzionari di alto livello e presieduto dalla Commissione europea, organo politico non eletto. Non meglio definite figure sovranazionali decideranno quindi, per conto delle istituzioni, ma per mano delle piattaforme, quali contenuti potranno circolare in rete e quali no. «L’Ue si è dotata di una mole eccessiva di regolamentazioni», ha dichiarato proprio a Roma, sabato scorso, Elon Musk, intervenuto alla festa di Atreju. Il rischio – ha spiegato Mr. Twitter – è che col tempo tutto diventi illegale. «Quando si comincia a censurare, prima o poi la censura si ritorce contro».
La tempistica del Dsa è indicativa: le misure restrittive saranno intensificate «in caso di crisi» («conflitti armati o atti di terrorismo, catastrofi naturali nonché pandemie e altre gravi minacce per la salute pubblica a carattere transfrontaliero»), ipotesi non proprio remota, considerata l’emergenza permanente in cui è precipitato il mondo di oggi tra guerre per procura, cambiamenti climatici e «future pandemie» ormai date per certe. Le piattaforme online che non rispetteranno le regole del Dsa incorreranno in multe fino al 6% del fatturato globale.
La lista dei Paesi che negli ultimi mesi hanno approvato o stanno approvando leggi restrittive della libertà di espressione online si sovrappone, di fatto, a quella degli Stati membri della Nato: oltre agli Stati Uniti, l’Ue, il Canada, l’Australia, il Regno Unito e la Turchia (ma anche il Brasile di Lula).
Il Parlamento irlandese, ad esempio, dopo la rivolta anti-immigrati scoppiata dopo che un uomo di origine algerina aveva accoltellato tre bambini e una maestra davanti a una scuola di Dublino, ha accelerato l’iter dell’Hate Crime Bill. Anche in Scozia, l’Hate Crime Act renderà alcuni argomenti politici punibili fino a sette anni di carcere e colpirà anche le conversazioni private all’interno delle abitazioni. Nel Regno Unito di Rishi Sunak, l’Online Safety Bill appena approvato riprende i postulati del Dsa, delegando alle piattaforme la responsabilità dei contenuti. La clausola 110 chiede infatti ai siti web e alle app di impedire «in modo proattivo» la visualizzazione di contenuti dannosi, anche sui servizi di messaggistica. L’accusa all’Ofcom, il regolatore delle comunicazioni nel Regno Unito, è quella di violazione del diritto alla privacy dei cittadini.
L’Australia, da parte sua, ha approvato l’Online Safety Act nel 2021 per regolamentare la rimozione di contenuti ed è oggi al rush finale anche il Misinformation Bill, strutturato in maniera simile al Dsa europeo: l’Australian Communications and Media Authority (Acma) sarà dotato di nuovi poteri per combattere la disinformazione online e scaricherà l’onere di rimozione alle piattaforme digitali.
Incentrate sul principio della responsabilità dei fornitori online e sulle multe ai provider anche le leggi sulla disinformazione approvate in Turchia e in Brasile. La legge 7418 turca è stata firmata dal presidente Recep Tayyip Erdogan a fine 2022 tra le preoccupazioni per le sue potenziali implicazioni per la libertà di espressione nel Paese. All’articolo 5, ad esempio, è previsto che se un provider non rimuove contenuti falsi, fuorvianti o illeciti entro due settimane, può perdere la pubblicità e i giornalisti possono essere privati del tesserino stampa. Il Pl 2630 brasiliano all’esame del Congresso, che trasferirebbe l’onere di segnalazione di contenuti illegali e fake news sulle piattaforme Internet, è stato stigmatizzato dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, che si è dichiarato «seriamente preoccupato» per le potenziali violazioni della libertà di espressione. Eppure, sia la legge turca che quella brasiliana sono simili a quella europea, che però è passata senza particolari proteste.
In Canada il primo ministro Justin Trudeau ha promesso l’approvazione in tempi rapidi dell’Online Harms Law, annunciando che «il governo dovrà trovare il giusto equilibrio tra la libertà di espressione e le esigenze delle comunità». Infine, gli Usa: la maggior parte delle legislature statali ha introdotto disegni di legge per la regolamentazione dei social media, che vanno a rafforzare i criteri della Section 230. Ma il grande dibattito sulla libertà di espressione avrà luogo in primavera, a ridosso delle elezioni presidenziali, quando la Corte Suprema dovrà discutere il caso Missouri vs Biden scoppiato a seguito della censura perpetrata dalle massime istituzioni del Paese, a cominciare dal presidente Joe Biden, durante la pandemia.
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