Giovani, iperconnessi e soli. I rischi (anche per la salute) di una «epidemia» nascosta
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  • A sperimentare la solitudine sono soprattutto i nati tra il 1997 e il 2002. Uno studio ha mostrato la correlazione con malattie come demenza e Alzheimer. Dare tutta la colpa ai social è sbagliato.
  • Lo psicoanalista Emilio Mordini: «Si soffre anche senza isolamento fisico, anzi spesso colleghi e amici non mancano. Il disagio non nasce quando non siamo apprezzati, ma quando siamo indifferenti verso chi ci circonda. L’impegno dell’Oms? Errore medicalizzare il fenomeno».

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La notizia non è che siamo sempre più soli ma che la solitudine, che secondo la narrazione mediatica «dilaga», non colpisce gli anziani ma i giovani adulti della generazione Z, nati tra il 1997 e il 2012. È osservando loro, il mondo iper connesso in cui vivono e la loro incomprensibile solitudine, che qualcuno ha cominciato nuovamente a interessarsi all’argomento. Il «la» lo ha dato l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che nel novembre 2023 ha addirittura istituito una commissione sulla solitudine, creata per «promuovere la connessione sociale e affrontare la solitudine come minaccia insistente per la salute». In apparenza i soliti luoghi comuni istituzionali, pompati con la grancassa per sopperire all’incapacità di offrire soluzioni su emergenze più concrete. Gli ultimi dati, tuttavia, fanno riflettere e fotografano impietosamente alcuni sintomi in controtendenza con ciò che statuiva, prima della pandemia, la pubblicazione scientifica Our World in Data (Università di Oxford) sostenendo che «non c’erano prove che ci fosse un’epidemia di solitudine».

Lo studio che ha scatenato nuovamente l’interesse, condotto su 609.000 casi, è uscito su Nature ai primi di ottobre. È la più grande metanalisi sull’associazione tra solitudine, demenza e disabilità cognitiva e dimostra che solitudine e isolamento hanno aumentato il rischio di demenza per tutte le cause, morbo di Alzheimer, demenza vascolare e deterioramento cognitivo. Medscape, uno dei principali strumenti di aggiornamento medico internazionale, ha poi pubblicato un articolo a novembre, cristallizzando i risultati dello studio di Nature: «La solitudine è più di un’emozione: è una seria minaccia sia per il cervello che per il corpo e provoca ansia e depressione ma anche patologie pericolose per la vita come le malattie cardiovascolari, l’ictus, l’Alzheimer e il Parkinson». Con gli studi, sono arrivati i sondaggi: la Gallup a luglio ha reso pubbliche le ultime statistiche, che mostrano che oltre 1 persona su 5 in tutto il mondo (23%, più di 1 miliardo e 800 milioni di persone) si sente «molto o abbastanza sola». Ecco perché l’Oms ha inserito la solitudine tra i fattori di rischio.

La sensazione di solitudine attraversa tutto il globo (dall’Africa al Vietnam passando per Stati Uniti, Europa e Italia) e tutte le fasce anagrafiche, sebbene, a differenza di quanto ritenuto, colpisca molto di più i giovani adulti (il 27%) rispetto agli anziani, che riportano i livelli più bassi di solitudine (17%), lamentando semmai isolamento sociale e fisico. Eppure, è su di essi che si sono concentrati i (pochi) sforzi della stessa Oms e delle grandi associazioni mediche internazionali, pronte adesso a fare retromarcia e a centrare meglio l’obiettivo: la solitudine sembra essere un problema delle giovani generazioni, l’isolamento riguarda invece gli anziani, e non vanno messe nello stesso calderone. I ricercatori stanno però cercando di comprendere per quale motivo le persone sperimentano la solitudine in un mondo in cui le opportunità di contatto sociale sono ormai moltiplicate all’ennesima potenza.

Dirk Scheele, PhD, professore tedesco di neuroscienze sociali, ha condotto insieme con il suo team uno studio in cui è stata utilizzata la risonanza magnetica funzionale per esaminare il cervello di individui sani con percezione di solitudine alta o bassa. I risultati hanno mostrato che gli individui molto soli riducono l’attivazione della corteccia insulare e manifestano anche una reattività ridotta all’interazione sociale positiva, oltre a una minore produzione di ossitocina, soprannominata l’«ormone dell’amore» perché aumenta l’attitudine pro sociale, l’altruismo e l’empatia (è prodotto durante parto e allattamento e facilita i legami affettivi e la coesione di gruppo).

Senza necessariamente arrivare alle conclusioni di Vivek Murthy (nominato Chirurgo Generale degli Stati Uniti dal presidente Joe Biden), che si è spinto a dichiarare che «la solitudine e le deboli connessioni sociali sono associate a una riduzione della vita simile a quella causata dal fumo di 15 sigarette al giorno», gli effetti dell’isolamento sulla salute fisica sono documentati e non è detto che su questi sintomi non possa in futuro concentrarsi l’industria del farmaco. La comunità scientifica nel frattempo continua a far la guerra a vino e sigarette senza preoccuparsi concretamente della solitudine, che forse è il principale fattore di rischio in molte gravi malattie.

Bisognerà anche capire perché il sentimento di solitudine abbia colpito i giovani adulti. Un’analisi della Commissione europea ha evocato, in maniera alquanto semplicistica, l’uso dei social network associandolo alla solitudine. «Circa il 34,5% e il 26,1% degli intervistati di età compresa tra 16 e 30 anni utilizzano rispettivamente siti di social network e strumenti di messaggistica istantanea per oltre 2 ore al giorno» scrive la Commissione, indicando che «oltre un terzo dei giovani intervistati mostra modelli di dipendenza dai social media. Trascorrere più di due ore al giorno sui siti di social network è associato a un aumento sostanziale della prevalenza della solitudine, dunque» , concludono gli esperti europei, «l’uso passivo intenso dei social media è legato a un aumento della solitudine». È così? Non esattamente. L’esperienza virtuale consente ai giovani di essere apparentemente presenti ma in realtà assenti ed è senz’altro una comunicazione che tende a cancellare la partecipazione, esasperando l’assenza e la solitudine: ma non ne è la causa. Molto probabilmente la generazione Z e i «millennial» hanno sperimentato molti traumi sociali collettivi durante i periodi critici di sviluppo della loro giovinezza, tra cui l’11 settembre, la crisi economica del 2008, il terrorismo, la pandemia e le guerre (che però ci sono sempre state). Ma il vero problema, come spiega lo psicoanalista Emilio Mordini, risiede nelle nostre comunità, sulle quali le istituzioni non scommettono più: la società è sempre meno curiosa e sempre più anaffettiva.

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