Sinistra e tifosi della società aperta esultano per il provvedimento che rinvia i Cpr in Albania alla Corte Ue. Che nasce dal ricorso di un clandestino arrestato per lesioni al parente. E di un altro che picchiò la compagna.
L’uomo che, con il suo ricorso, rischia di mettere in crisi il sistema dei Cpr in Albania è finito al centro delle cronache appena due anni fa. Sui giornali si raccontò che, dopo una nottata a base di droga e alcol, all’alba del 6 maggio 2023, l’allora trentaseienne tunisino, regolarmente residente in una città delle Marche, avrebbe iniziato un violento litigio con la compagna italiana. A questo punto sarebbe intervenuto il fratello minore per placare la discussione. Ma il confronto sarebbe degenerato. Con un coltello da pizza avrebbe colpito al collo e al braccio il parente lasciandolo esanime in una pozza di sangue. Quindi avrebbe lanciato l’arma dalla finestra sul tetto di un altro edificio e avrebbe raccontato al gip che il fratello finito in ospedale e sottoposto a un delicato intervento chirurgico si sarebbe colpito da solo in un attacco di autolesionismo. L’uomo è stato arrestato e il fermo convalidato, ma poi il tunisino è stato scarcerato per la mancanza di «gravi indizi di colpevolezza». Il procedimento è andato avanti e i pm hanno contestato prima il reato di tentato omicidio, poi derubricato in lesioni personali aggravate. L’avvocato Mauro Diamantini, difensore d’ufficio, conferma che «il procedimento è nella fase dibattimentale di primo grado». Poi aggiunge: «Ma io il mio assistito non l’ho mai incontrato e non so che fine abbia fatto». Sempre sulla stampa un paio di mesi fa è stata data la notizia dell’espulsione dello «straniero accusato nel 2023» e «già noto alle forze dell’ordine per reati di rapina, lesioni personali e spaccio di stupefacenti»: «A suo carico pendeva un decreto di espulsione emesso dal prefetto e il conseguente ordine del questore di lasciare l’Italia, al quale lo straniero non ha mai ottemperato». Il tunisino risulta aver fatto ingresso illegale in Italia nel 2004. Dal 2006 al 2024 ha avuto un regolare permesso di soggiorno sino a quando il questore ha rigettato l’istanza di rinnovo a causa delle condanne riportate. È finito nel Cpr di Bari Palese per pericolosità sociale. Un provvedimento convalidato dal giudice di pace il 24 marzo. L’11 aprile è stato trasferito a Gjader. Qui, undici giorni dopo, ha chiesto asilo politico. E la Corte d’appello di Roma il 24 aprile non ha convalidato il trattenimento. È stato quindi riportato in Italia la mattina del 25 aprile. Ma la Cassazione, nella sua decisione, ha preso in considerazione anche il caso di un altro nord-africano: 33 anni, algerino. Ha dichiarato di essere entrato in Italia nel 2008 con visto per ricongiungimento familiare. Dotato di numerosi alias, ha a proprio carico una lunga lista di precedenti penali, tra cui diverse sentenze di condanna: a 1 anno e 4 mesi per furto aggravato (2018), a 6 mesi per danneggiamenti (2018), per due volte a 7 mesi per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale (2022 e 2023). Nel 2015 è stato denunciato per lesioni personali e minaccia; nel 2016, nel Fiorentino, è stato arrestato per il furto in un’abitazione; nel 2017 è stato denunciato per lesioni personali e minaccia ai danni dell’ex compagna; nello stesso anno è stato accusato di spaccio di stupefacenti; infine, il 26 giugno 2024 è stato deferito in stato di libertà per i reati di minaccia e danneggiamento commessi sull’isola di Ponza. È stato titolare di permesso di soggiorno fino al 2016, che, da allora, non ha più rinnovato. Nel 2020 ha ricevuto un decreto di espulsione firmato dal prefetto, con contestuale ordine a lasciare il territorio, mai ottemperato. Rintracciato tre mesi fa, il giorno di San Valentino, è stato trasferito in un Cpr, con provvedimento convalidato dal giudice di pace. L’11 aprile è stato trasferito a Gjader insieme con il tunisino. E il 23 aprile ha presentato richiesta di asilo politico. La Corte d’Appello di Roma, sempre il 24 aprile, non ha convalidato anche il suo trattenimento e ha fatto ritorno in Italia, sempre insieme all’altro straniero. Il Viminale, tramite l’Avvocatura dello Stato, ha impugnato le decisioni della Corte d’Appello. E l’altro giorno la Cassazione, che ha accorpato i due procedimenti, ha sollevato dubbi di compatibilità tra la disciplina italiana e la direttiva rimpatri del 2008. In sostanza, come evidenziato dal difensore dei due ricorrenti, l’avvocato Cristina Durigon, i giudici si chiedono se sia legittimo detenere in Albania, «senza una prospettiva certa di rimpatrio», stranieri «il cui soggiorno è irregolare», colpiti da provvedimenti «convalidati» o «prorogati» da autorità italiane, ma trasferiti in aree al di fuori del territorio nazionale. La seconda questione segnalata dagli ermellini tocca anche la direttiva del 2013 sulle domande di protezione internazionale: è lecito trattenere in Albania chi, una volta portato lì, presenta una domanda d’asilo (anche dal «carattere strumentale»)? Domande che rimettono in discussione l’impianto voluto dal governo. Eppure, solo poche settimane fa, con la sentenza 17150, la stessa Cassazione aveva dato via libera al Piano Italia-Albania, riconoscendo proprio che la legge non impedisce il trattenimento di chi ha presentato domanda d’asilo, quando vi sono fondati motivi per ritenere che la domanda sia «strumentale» e che «miri a impedire l’esecuzione del provvedimento di espulsione o di respingimento». Un punto sul quale l’avvocato Durigon ha battuto molto nelle sue memorie difensive: «Il problema è molto più profondo», spiega Durigon alla Verità, «e riguarda lo status giuridico del migrante che, al momento della richiesta di asilo, cambia. In quella circostanza si applica il diritto di frontiera e non più il trattenimento nel Cpr. Questo comporta che devono tornare in Italia». I due casi esaminati dalla Cassazione, secondo fonti di governo, presentavano condizioni ideali per il rimpatrio: esistevano accordi bilaterali attivi e i documenti identificativi dei migranti erano già agli atti. La direttiva europea citata dalla Suprema Corte prevede che i richiedenti asilo possano restare nello Stato solo fino alla decisione di primo grado. A Gjader, però, i trattenuti sono sotto giurisdizione italiana: nessuna norma violata, insomma. Gianfranco Schiavone, socio dell’Asgi (associazione finanziata dalla fondazione di George Soros per circa 1 milione e mezzo di dollari dal 2018 al 2023, quando ha ricevuto 550.000 dollari), sostiene che i quesiti rimessi alla Corte di giustizia europea solleverebbero «questioni dirimenti». A suo avviso, «il trattenimento deve essere il più breve possibile e deve cessare se non ci sono prospettive ragionevoli di esecuzione dell’allontanamento». E aggiunge: «Tutti aspetti che stridono con il modello di detenzione extraterritoriale in Albania». Una lettura ideologica che rispetto alla decisione degli ermellini appare collaterale. La realtà è che la Cassazione, sconfessando la precedente decisione, ha dato fiato alle trombe del fronte pro immigrazione. E Schiavone ci si è tuffato dentro. «Io seguo l’Asgi ma non sono iscritta», commenta l’avvocato Durigon, «spesso, come alcuni colleghi, c’è chi si attribuisce paternità che non ha, a discapito di chi, pur seguendo il settore da oltre 20 anni, ha scritto libri sul tema e insegna la materia, ma non cerca pubblicità».
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