- Secondo la Procura due assistenti sociali impediscono arbitrariamente a una giovane romena in difficoltà di incontrare i suoi piccoli. Fino a portarla all’esasperazione.
- La banda democratica strilla contro Matteo Salvini: «Va in Val d’Enza per lucrare voti sulla pelle dei bambini». Ma intanto i servizi locali licenziano Federica Anghinolfi e Francesco Monopoli, due figure al centro dell’inchiesta «Angeli e demoni». Altro che strumentalizzazione.
Lo speciale contiene due articoli
Forse l’inchiesta «Angeli e demoni» della Procura di Reggio Emilia comincia a fare scuola. Quel che è certo è che nel mirino della magistratura non ci sono più solo gli assistenti sociali di Bibbiano. Duecento chilometri a est della cittadina finita suo malgrado nello scandalo dei presunti allontanamenti illeciti dei bambini, altri magistrati indagano sugli affidi minorili. Accade a Rimini, dove la responsabile dei servizi sociali, Tiziana Valer, e il capo del servizio tutela minori dell’Azienda sanitaria locale, Laura Pulvirenti, sono indagate per «mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice», reato che prevede fino a tre anni di reclusione.
La Procura di Rimini, che ha appena chiuso le indagini preliminari, ritiene che dal dicembre 2015 le due indagate abbiano arbitrariamente interrotto gli incontri tra una madre romena e i due figli che all’epoca avevano quattro e due anni. Così facendo, le responsabili dei servizi sociali avrebbero violato le direttive del Tribunale dei minori di Bologna, che nel maggio 2013 aveva affidato i bambini ai servizi sociali ma «con il compito di regolare secondo opportunità i rapporti con la madre». Secondo il pm Davide Ercolani, le due indagate avrebbero violato anche le norme sull’affidamento dei minori, in particolare la legge 149 del 2001 dove si prevede che nei confronti dei bambini allontanati il servizio sociale debba sempre agevolare «i rapporti con la famiglia di provenienza e il rientro nella stessa secondo le modalità più idonee».
La vicenda inizia nel 2012, quando Simona, la madre romena, arriva a Rimini con un figlio di un anno e incinta del secondo. Sola al mondo, priva di risorse materiali e affettive, la donna viene accolta da una comunità religiosa e presa in carico dai servizi sociali. Tutto va bene fino al settembre 2014, quando la comunità certifica agli assistenti sociali che la donna segue uno stage di lavoro, «è apprezzata per l’impegno e per il comportamento gentile», «è ordinata» e «gestisce in modo efficace il suo tempo» tra figli e i vari impegni. La situazione precipita all’improvviso nell’aprile 2015, quando i servizi decidono di separare madre e figli. Il motivo è una bruciatura. La madre parla di un incidente: il primogenito, che ha quasi quattro anni ed è vivace, l’avrebbe urtata mentre stirava. Le assistenti sociali credono invece alla versione di una maestra, cui il bimbo avrebbe detto che «la mamma gli ha messo il ferro sul ginocchio perché voleva sentire se fosse caldo». Nella relazione delle operatrici, Simona sembra trasformarsi da Dr Jeckyll in Mr Hyde: ha «atteggiamenti ambivalenti», «toni dell’umore imprevedibili», modi «minacciosi e aggressivi» verso i figli. La donna viene allontanata dalla comunità e i bimbi sono consegnati a un’altra famiglia. «L’affidamento», dice Salvatore Di Grazia, avvocato di Simona, «avviene senza nemmeno avvisare la madre, malgrado quanto prescrive la legge».
Tra agosto e dicembre 2015, la donna vede i figli appena tre volte. Alla fine del primo incontro «protetto», l’operatrice della comunità attesta che i bimbi soffrono e piangono per essere stati separati dalla madre. In dicembre, invece, i servizi scrivono al Tribunale dei minori di Bologna che Simona non si attiene alle «importanti prescrizioni comportamentali» da seguire negli incontri, e dimostra «elevata conflittualità» verso le assistenti sociali. L’avvocato Di Grazia obietta che in realtà la donna si è limitata a non ubbidire al divieto di fotografare i figli con il telefonino. Il servizio, però, sospende gli incontri «in quanto fortemente disturbanti» per i minori. Simona si dispera. Per superare il muro che le viene opposto, nel febbraio 2016 chiede un confronto con le operatrici nascondendo un registratore. Si sente rimproverare perché nell’ultimo incontro con i bimbi, prima di Natale, ha portato loro non «due bambolotti», come concordato, ma tre più un’automobilina. Mostrerebbe «difficoltà caratteriali» e «atteggiamenti di sfida». Simona supplica: «Mettetemi alla prova!».
È tutto inutile, gli incontri non ripartono. Il servizio sociale intanto riferisce al Tribunale dei minori che il figlio più piccolo si è integrato nella nuova famiglia, mentre il primogenito «dopo ogni incontro con la madre manifesta segnali preoccupanti per la sua salute psicofisica». L’avvocato Di Grazia contesta: «È come se quelle reazioni fossero causate dalla mamma e non invece dal dolore per la separazione. Per capire la verità basta dire che la famiglia affidataria, un mese dopo aver preso con sé i due bimbi, voleva restituirli ai servizi perché stavano male e chiedevano continuamente della mamma».
Nel luglio 2016 Simona non vede i figli da sei mesi e continua a chiedere comprensione alle assistenti sociali. Ogni volta registra di nascosto voci che le confermano chiusura totale: «Signora, lei non collabora… lei non comprende… lei ingrana la marcia e va per conto suo». In ottobre, colta dall’irrefrenabile desiderio di rivedere i bimbi, la donna va nella chiesa dove sa che li porta la famiglia affidataria. Il contatto è un errore. Simona viene denunciata e il servizio sociale stende un’altra relazione al Tribunale minorile: certifica che è «inadeguata» come madre e conferma la sua «difficoltà ad attenersi alle indicazioni».
Il giudice Mirko Stifano dispone una perizia psichiatrica, cui il servizio sociale risponde con nuove accuse: i bambini avrebbero rivelato che una notte la mamma li avrebbe portati sulla spiaggia a «vedere degli uomini nudi». In realtà, quando ancora era nella comunità, Simona e altre madri si erano recate con i figli sul lungomare di Rimini per uno spettacolo di ballerini brasiliani. Non servono a nulla foto e video che documentano cosa sia accaduto davvero. Non serve neppure l’autorevole controperizia firmata dallo psichiatra Camillo Valgimigli, cui peraltro non viene permesso di vedere i bambini. Nel gennaio 2019 il giudice dichiara la decadenza genitoriale di Simona. «È stato indotto a farlo», sostiene oggi Di Grazia, «e del resto al giudice i servizi sociali non avevano neppure rivelato che un mese prima, nel dicembre 2018, avevano paradossalmente riammesso i contatti tra madre e figli». L’avvocato sospetta che questo fosse accaduto perché in settembre aveva denunciato alla Procura di Rimini i mancati incontri e qualcuno, tra gli assistenti sociali, aveva saputo dell’avvio dell’indagine. «Di quegli incontri comunque abbiamo fatto dei video», conclude Di Grazia, «e ne traspare solo felicità. Se il servizio avesse informato il giudice, si sarebbe evitata una decisione devastante».
Ora la richiesta del ricongiungimento definitivo tra Simona e i bimbi è sul tavolo della Corte d’appello minorile. Intanto la Procura di Rimini riconosce che la donna «ha sempre agito nell’interesse dei figli» e si prepara a chiedere il rinvio a giudizio per gli assistenti sociali. Proprio come la Procura di Reggio Emilia sta per fare per Bibbiano.
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