- Il booster non evita i contagi e, dopo 120 giorni, scherma meno di due dosi. Maria Rita Gismondo: «Troppi stimoli al sistema immunitario».
- Gli opuscoli delle Regioni sugli antidoti non sono aggiornati e sono pieni di fake news.
Lo speciale contiene due articoli
Due dosi di vaccino anti Covid, nel lungo termine, negli over 80, sono praticamente più efficaci di due booster. All’aumentare delle inoculazioni, la protezione da infezioni e ricoveri, dopo un breve miglioramento, cala e, paradossalmente, anche dopo la quarta dose, l’efficacia si allinea alla seconda a cui, a sua volta, si appaia anche il booster. Sono i dati che si evidenziano nel grafico a pagina 27 del report esteso dell’Istituto superiore di sanità (Iss), «Covid-19: sorveglianza, impatto delle infezioni ed efficacia vaccinale», aggiornato al 9 novembre. Il documento, per la prima volta, riporta i risultati anche per il secondo booster che interessa il 15-20% degli ultraottantenni.
Non è in discussione l’efficacia del vaccino: dagli over 60 in poi, ricoveri e mortalità sono evidentemente molto più elevati in chi non ha fatto l’iniezione. A destare particolare sorpresa sono invece i valori registrati in base alle dosi inoculate. La seconda, in chi ha tra 60 e 79 anni, non solo è praticamente efficace come terza e quarta, ma negli over 80 protegge addirittura più di booster e secondo richiamo da più di 120 giorni. Dopo la seconda dose, le altre non migliorano il risultato, se non per i primi tre mesi.
Curiosamente il report Iss segala che la prevenzione da malattia grave è «pari al 92% nei soggetti over 80 vaccinati con seconda dose booster entro 120 giorni e pari all’83% in chi ha fatto quarta dose da oltre 120 giorni» e che è «pari all’80% nella fascia d’età 60-79 anni vaccinati con seconda dose booster» entro tre mesi. Questi numeri però non dicono tutta la realtà dei fatti che raccontano i grafici. Il motivo? Lo ammette lo stesso Iss: l’efficacia dell’immunizzazione è stabilita rispetto ai non vaccinati. Il documento non compara l’efficacia delle varie dosi tra loro, ma solo con chi non ne ha alcuna. I grafici però parlano e sollevano più di qualche domanda sull’opportunità di continuare a fare richiami in anziani e fragili che, spesso, non rispondono al vaccino, nessuno, cioè hanno una risposta immunitaria compromessa.
Basta guardare a quello che succede sul tasso di infezioni ogni 100.000 abitanti riportati nei grafici dell’Iss. Tra i 60 e 79 anni, i vaccinati con secondo booster sono addirittura più a rischio di positività di chi ha due dosi (che ha un valore simile rispetto ai non vaccinati), ma anche di chi ha il booster.
La situazione diventa paradossale negli over 80. Ogni dose successiva aumenta il rischio di positività. La quarta, dopo tre mesi, ha addirittura un tasso che è quasi doppio rispetto alla seconda. Eppure si continua a puntare sul richiamo. Qualcuno potrebbe osservare che ciò sia suffragato da prove evidenti sulla riduzione delle forme gravi tali da richiedere l’ospedalizzazione. E invece no, almeno nel lungo termine.
Tra i 60 e 79 anni, tutto sommato, un booster protegge un pochino in più dal ricovero, ma non fa la differenza negli accessi in terapia intensiva rispetto alle due dosi. In chi supera gli 80 anni, invece, succede una cosa interessante. Dopo la quarta iniezione, per i primi quattro mesi, si riducono i tassi per il ricovero ordinario e in terapia intensiva, rispetto a chi ha meno dosi, ma passati 120 giorni, il rischio aumenta addirittura di più che non nei bidosati.
Nemmeno sulla mortalità i dati sono incontrovertibili. All’aumentare del numero delle dosi, i valori un po’ si abbassano, soprattutto nella finestra dei quattro mesi dopo il secondo booster, ma poi si assestano intorno a quelli della seconda dose, con tassi perfino peggiori del booster. L’efficacia della quarta dose di vaccini a mRna è evanescente, come la terza, del resto. La seconda sembra reggere.
Forse varrebbe la pena porsi qualche domanda, avanzare qualche ipotesi sulla questione e sull’opportunità di continuare a inoculare dosi, a distanza di pochi mesi, in chi è fragile, anziano e con difese che rispondono poco e male. Del resto, non si può escludere di peggiorare la situazione. «Continuando a sollecitare il sistema immunitario a intervalli ravvicinati potremmo causare l’effetto contrario rispetto a quello sperato», osserva Maria Rita Gismondo, direttrice del Laboratorio di microbiologia clinica, virologia e diagnostica dell’Ospedale Sacco di Milano. Sarebbe il danno, oltre alla beffa: quella che è capitata a chi ha ascoltato il ministro Roberto Speranza e si è fatto il secondo richiamo quest’estate. Pienamente coperto quando serviva meno, data la minima incidenza nella stagione calda, si ritrova scoperto dal beneficio passeggero, proprio in vista dell’inverno, dove il rischio d’infezione è attesa in aumento.
In questi giorni, il nuovo ministro della Salute, Orazio Schillaci, è tornato sulla necessità della vaccinazione contro «il Covid-19 e l’influenza stagionale, con una particolare attenzione al target degli anziani e dei fragili». Potrebbe essere il primo esempio di calendario vaccinale per un nuovo approccio al Covid: invece dei richiami praticamente trimestrali, proporre una iniezione all’anno, in autunno, insieme all’antinfluenzale, quando la fugace efficacia è più necessaria.
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