- Sono ben sette le inchieste che cercano di fare luce sui prestiti allegri e la vendita di prodotti finanziari rischiosi ai pugliesi. Gli inquirenti, però, non hanno ancora bloccato né somme di denaro né immobili come forma di tutela per i clienti gabbati.
Il senatore Elio Lannutti da Beppe Grillo a chiedere sostegno Una manina, però, svela che l’erede lavora nell’istituto in crisi. Lui resiste: «Non c’è conflitto di interessi». I gruppi M5s sono pronti a votare un nome di intesa con il Pd.
Lo speciale contiene due articoli
Un fascicolo per ogni segnalazione. Dieci indagati in tutto. Nessun sequestro preventivo di somme o di patrimonio, per mettere al riparo vittime e denuncianti, almeno per ora. E sette inchieste che cercano di far luce sul crac della Banca popolare di Bari, per quasi 50 anni considerata la più grossa cassaforte del Sud Italia (nata il 16 marzo 1960 nello studio notarile Carbone a Bari), con il suo camaleontico portafoglio clienti e impieghi erogati che sfiorano il 10 per cento di tutti i prestiti concessi tra Puglia e Basilicata (le roccaforti della Popolare), tutte coordinate dal procuratore aggiunto Roberto Rossi. Lo stesso magistrato che ieri ha fatto acquisire una registrazione audio pubblicata da Fanpage con i dialoghi di un incontro avvenuto il 10 dicembre scorso tra dirigenti e i preposti delle filiali solo pochi giorni prima del commissariamento della banca. «Non c’è rischio di commissariamento. Entro Natale la banca sarà salva». Gianvito Giannelli e Vincenzo De Bustis, presidente e amministratore delegato, prendono la parola in una riunione. Mancano tre giorni alla decisione di Bankitalia sul commissariamento e cinque al cdm che ha deciso per il salvataggio attraverso un esborso complessivo di 900 milioni di euro. La Procura ha ritenuto la registrazione di interesse investigativo. E il documento finirà in uno dei fascicoli aperti. Probabilmente in uno degli ultimi due più freschi, quello per una segnalazione della Consob. L’altra indagine è stata avviata invece dopo l’esposto di un azionista. Le altre cinque inchieste sono invece in fase avanzata. Una è anche già chiusa. E vanno indietro fino al 2010. Nove anni di fidi per milioni di euro concessi, a parere degli investigatori, senza troppe garanzie. E per nascondere nei bilanci quei buchi, che stavano diventando dei crateri, sarebbero stati venduti titoli a rischio a contribuenti poco esperti di materia bancaria e di finanza. A inciampare nel presunto inganno sarebbero stati in maggioranza i pensionati che, fidandosi del Titanic bancario che sembrava inaffondabile, avrebbero deciso di investire le loro liquidazioni o i risparmi di una vita.
Una delle indagini è concentrata su una sospetta operazione di rafforzamento del capitale: una carta giocata da Bpb con una emissione obbligazionaria da 30 milioni di euro da far sottoscrivere a una società maltese. Ma che non si è concretizzata, creando ulteriori rumori attorno al board dell’istituto di credito. C’è poi quella di cui qualche settimana fa hanno avuto notizia gli indagati, ai quali la Procura ha fatto notificare un avviso di garanzia: tra loro ci sono De Bustis e l’ex presidente Marco Jacobini. Una fetta dell’inchiesta è finita in archivio un anno fa e l’ipotesi di associazione a delinquere finalizzata a truffare i correntisti è andata a farsi benedire. Le indagini della Guardia di finanza sono invece andate avanti sulle altre ipotesi: soprattutto sulle presunte comunicazioni alla Consob di bilanci poco chiari, sulla quantificazione dei crediti e sull’acquisizione di Banca Tercas. L’inchiesta sulla presunta truffa aggravata da 130.000 euro ai danni di una anziana contribuente, che sarebbe stata commessa nove anni fa dall’allora presidente Jacobini, dall’ex direttore generale, oggi ad, De Bustis, dall’ex amministratore delegato, Giorgio Papa e due quadri dell’istituto di credito, Alessandra Silletti e Alfonsa Zotti, invece, è chiusa. E l’avviso di conclusione delle indagini è stato già notificato già da qualche tempo. La ricostruzione dei pm è questa: «Con artifizi e raggiri (…) approfittando della particolare situazione di vulnerabilità della parte offesa, l’avrebbero indotta ad acquistare prodotti finanziari a elevata rischiosità».
Altro fascicolo: risale a luglio la notizia di perquisizioni nella sede della direzione generale della Bpb per il fallimento di due società del gruppo Fusillo di Noci, in provincia di Bari. Le indagini «hanno consentito di far emergere il ruolo della Popolare di Bari», sostennero all’epoca gli investigatori, «quale principale creditore delle imprese sottoposte a procedura concorsuale, risultate esposte con l’istituto per una cifra di poco inferiore ai 140 milioni di euro, a seguito delle ingenti linee di credito elargite». In questo caso il board della banca non è oggetto delle indagini. Ma per gli azionisti questa vicenda ha un peso, perché nel marzo 2019 sarebbero state accordate alle società decotte nuovi finanziamenti per 40 milioni di euro.
E, infine, c’è il fascicolo trasmesso per competenza da Bari a Roma, che riguarda il Bari Calcio: la società sportiva, secondo l’accusa, con la complicità di alcuni funzionari Bpb, per evitare una penalità per la squadra fornirono documenti retrodatati alla Commissione di vigilanza sulle società di calcio professionistiche.
Fabio Amendolara
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