- La realizzazione del maxi polo delle costruzioni resta appesa alla decisione del tribunale di Roma sul concordato preventivo di Astaldi, così l’idea promossa da Piero Salini va avanti a rilento. Tesoro e Cassa depositi e prestiti non trovano ancora la quadra. Anche gli istituti di credito vogliono avere rassicurazioni. Il prossimo cda di via Goito sarà solo consultivo. Sulla partita si muove il ministro dell’Economia Giovanni Tria affiancato da Claudia Bugno.
- Nel 2010 il patron di Salini Costruzioni acquistò l’azienda dell’ex numero uno di Poste Italiane per poi rivenderla nel 2016 con la benedizione politica di Matteo Renzi. L’acquisizione ha garantito una leva per acquisire Impregilo.
- L’ex presidente di Cdp è nel board di Athena Partecipazioni, la cassaforte di Salini. Alle banche piacerebbe un uomo al vertice come Gaetano Miccichè.
Lo speciale contiene tre articoli
Il tempo stringe per la creazione di Progetto Italia, la newco che dovrà salvare oltre al colosso Astaldi, rami di aziende di costruzioni in Italia da anni in crisi economica come commesse infrastrutturali al momento al palo. Se ne parla da mesi, ma lunedì prossimo si saprà meglio se ci sono le condizioni o meno per realizzare questo progetto ideato e proposto dall’amministratore delegato di Impregilo – Salini Piero Salini con l’aiuto di Cassa depositi e prestiti. Lunedì 15 luglio, infatti, il tribunale di Roma dovrà esprimersi sulla richiesta di concordato preventivo presentata dal gruppo Astaldi, una delle aziende che farà parte del nuovo polo, il 14 febbraio scorso. Due settimane fa Astaldi ha aggiornato la sua richiesta al tribunale, con particolare attenzione alla parte del patrimonio che sarà usata per soddisfare i creditori chirografari e quale per l’aumento di capitale. L’aggiornamento non è casuale, perché a quanto risulta alla Verità gli istituti di credito che dovranno accompagnare il salvataggio stanno cercando nuove garanzie e alcune non si fidano: l’investimento delle banche, da Unicredit a Popolare di Sondrio, si aggira intorno ai 200 milioni di euro. Ma Progetto Italia non nascerà mai se non sarà risolto il concordato di Astaldi.
Per questo corre voce che dopo il consiglio di amministrazione di Cassa depositi e prestiti di venerdì ci sarà la richiesta di prendere ancora tempo, andando oltre lunedì 15 luglio. Non solo. La riunione di venerdì in via Goito sarà solo consultiva, non saranno prese decisioni vincolanti. Quindi è probabile che i giochi non siano ancora chiusi. Eppure la partita è fondamentale, anche per il governo che tiene a salvare il settore delle costruzioni, dopo le difficoltà su Alitalia e sull’Ilva di Taranto. Lo sanno bene al ministero dell’Economia dove il ministro Giovanni Tria, insieme con il consigliere Claudia Bugno, sta seguendo da mesi il progetto. Sui quotidiani si parla infatti di nuovi tavoli istituzionali, richiesti dal Tesoro ma anche dalla stessa Cassa depositi e prestiti che dovrebbe effettuare un investimento di 300 milioni di euro. Non a caso in questi giorni sono infuocate le linee tra via Goito e via XX Settembre, già messe a dura prova nei mesi scorsi. Ma sulla partita stanno con gli occhi bene aperti il presidente di Cdp Massimo Tononi e l’amministratore delegato Fabrizio Palermo, che dovranno trovare anche la quadra sul consiglio di amministrazione della società dove, come è noto, Salini vuole avere la maggioranza e poter scegliere anche il ceo. A quanto pare sempre l’amministratore delegato di Impregilo avrebbe delegato un’agenzia di comunicazione per trovare un nuovo nome alla newco che non si chiamerà Progetto Italia.
Al momento il settore delle costruzioni, oltre a essere strategico, ha una capacità di fatturato di 160 miliardi di euro. Rappresenta l’8% del Pil, con quasi un milione di persone impiegate, con 30 miliardi di investimenti in infrastrutture pubbliche. Se il progetto dovesse andare in porto si prevede una crescita degli investimenti del 3% fino al 2021, con l’investimento di 36 miliardi per sbloccare i cantieri, di cui 26 già annunciati da Anas e Rfi. Progetto Italia si prefigge quindi di salvaguardare 85.000 posti di lavoro e di assicurarne altri 400.000 nei prossimi 5 anni. Avrà un impatto sul Pil annuale dello 0,3%. A questo si aggiunge che potrebbe innescare un volano per l’intero settore e supportare l’intera filiera. In più tra gli obiettivi c’è anche quello di salvare più di 30 progetti infrastrutturali chiave al momento fermi per le aziende in crisi. Nei prospetti si parla di crescita del 2% per i futuri investimenti in infrastrutture e aumento del livello di export. Ma sarà davvero così? O qualcosa rischia di non andare liscio come l’olio. Quali rassicurazioni dà Salini? L’idea di un colosso delle costruzioni rappresenta la vera panacea per il nostro settore? O forse oltre ai timori delle banche, del Tesoro e di Cdp c’è anche la passata politica industriale di Salini.
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