- Crollo degli ospiti nelle case di riposo diventate il fulcro delle inchieste giudiziarie. L’ultima è a Genova con sei direttori indagati. Troppi morti e tracollo finanziario.
- L’ipotesi di un sindacato: «I 21 milioni di donazioni spesi in modo illegittimo per costruire una struttura poco utilizzata». Silenzio sul «gemello», sempre curato da Guido Bertolaso, nelle Marche. Lì governa il Pd, che lo difende.
Lo speciale contiene due articoli
Non ci sono soltanto i commercianti che riconsegnano allo Stato le chiavi dei negozi. O gli imprenditori schiacciati da recessione e burocrazia. E i milioni di lavoratori che rischiano di perdere il posto. La crisi economica è arrivata anche laddove la crisi sanitaria è partita. Ovvero, in quelle Rsa diventate il fulcro delle inchieste giudiziarie nelle Procure di mezza Italia. L’ultima è della Procura di Genova: sei direttori sono indagati per epidemia colposa. Nelle loro strutture il tasso di mortalità, tra il febbraio e l’aprile 2020, sarebbe aumentato del 200 per cento.
Case di riposo diventate lazzaretti: la giustizia farà il suo corso. Ma, intanto, le residenze per anziani cercano di fronteggiare l’aumento delle spese, il crollo degli ospiti e la chiusura forzata dei centri diurni. Centinaia di dipendenti sono finiti in cassa integrazione. Decine di Rsa vanno verso la chiusura. E cominciano i primi aumenti delle rette: decisione magari inevitabile, ma che non rinsalda certo il già deteriorato legame di fiducia con le famiglie.
Il ritocco all’insù è, ad esempio, di 150 euro nel bolognese. Lo denuncia Silvia Piccinini, consigliera regionale dei Cinque stelle in Emilia Romagna. Quindi, ha chiesto lumi alla giunta guidata da Stefano Bonaccini: il rialzo è compatibile con le procedure per l’accreditamento? E sono saltati sulla sedia anche a Torremaggiore, in provincia di Foggia: qui la retta, attacca la lista civica Italia in Comune, sarebbe lievitata addirittura di 300 euro: «Una cifra spropositata». La richiesta di integrazione è stata inviata ai parenti di alcuni anziani. A loro volta, già in crisi. E l’Anaste, l’Associazione nazionale strutture terza età, ammette che, finita la complessa gestione dell’emergenza, sarà il momento di rivedere i costi.
Accorate lettere sono arrivate, nei giorni corsi, pure a molte famiglie del bresciano. Il tono delle missive sembra desolato: perdonateci, ma la situazione è diventata insostenibile. Per i vostri cari, dunque, servono un centinaio di euro in più al mese. Del resto Marco Drera, segretario provinciale della funzione pubblica della Cgil, aggiunge che già una decina di Rsa sono ricorse alla cassa integrazione: da Ospitaletto a Quinzano d’Oglio. Su 6.800 posti letto, ne rimangono vuoti circa 1.600. Difficilmente, si riempiranno a breve. Anche perché tutte le strutture, chiuse ai parenti, non accettano nuovi ingressi.
Le 65 case di riposo della bergamasca, che registrano quasi 2.000 morti su cui indaga la Procura, hanno un numero simile di posti: 6.196. Oltre 1.500 letti restano però deserti. Nelle residenze sanitarie della provincia orobica, tra dipendenti diretti e indiretti, lavorano 7.000 persone. Che adesso tribolano. Tanto da aver convinto i sindacati a inviare un’allarmata lettera alla Regione Lombardia e all’Ats di Bergamo: «Ancor prima di affrontare il rischio occupazionale, le Rsa stanno affrontando gli effetti del mancato pagamento delle rette e le spese esorbitanti per il reperimento dei dispositivi di protezione. Chiediamo che si faccia di tutto per evitare di perdere posti di lavoro tra dipendenti che, fino a pochi giorni fa, venivano descritti come “eroi”. E ora potrebbero finire senza occupazione».
Sempre in Lombardia, una delle situazioni più drammatiche resta quella della Ambrosetti Paravicini di Morbegno, in provincia di Sondrio. Il bollettino è tragico: 55 deceduti e 60 per cento di anziani contagiati. E alle rette perse, 1.500 euro a ospite ogni mese, si sommano i servizi sospesi e gli ingressi bloccati. I conti non possono tornare. Così, su 195 dipendenti, 47 sono finiti in cassa integrazione. Dall’11 maggio al 31 maggio, intanto. Poi si vedrà.
Walter Gelli, segretario nazionale del sindacato Cub sanità, ammette che molte aziende stanno già pensando di estendere la misura a periodi più lunghi. «Alcune residenze hanno il 25 dei posti vuoti» spiega. «E, in questo momento, la paura non è passata. Chi ha un parente da accudire adesso lo tiene a casa, mentre prima c’erano ovunque lunghe liste d’attesa».
Anche perché, come a Morbegno, ci sono strutture che hanno avuto una percentuale di morti spaventosa. In questi casi, i danni sanitari si accumulano a quelli d’immagine. E la ripartenza diventa ancora più accidentata. «È un settore che, già prima della pandemia, si teneva in piedi grazie a tre cose: la qualità di biscotti nel caffellatte, i risparmi sui pannolini e le turnazioni del personale» dice Gelli. «I ricavi erano modesti. E il rapporto tra assistiti e lavoratori è sempre stato inadeguato. Ma la situazione, ora, sta precipitando».
Anche in Piemonte, al problema economico si aggiunge a quello sanitario: 15 per cento di posti letto non occupati e conseguente rischio di tracollo finanziario. E i costi di gestione, lamentano le case di riposo, continuano a lievitare per il potenziamento delle misure di prevenzione. Così adesso pure le rette, bloccate dal 2013, potrebbero essere ritoccate. Molte strutture, comunque, sono destinate alla chiusura. Meno ospiti, più costi, troppi dipendenti. E un volantino sindacale che sintetizza: «Da eroi a cassintegrati il passo è breve».
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