Con 650.000 euro alla stampa locale il Laziogate è passato in sordina
  • Il governatore ha investito un capitale per fare pubblicità sui media. E così lo scandalo dei dispositivi pagati e mai arrivati è stato trattato con i guanti. Per una campagna più piccola il collega Marco Marsilio venne linciato.
  • Zinga perde i pezzi. Tutti gli uomini indagati del presidente dem. I fedelissimi del segretario del Pd sono finiti nei fascicoli più scottanti. Dai rimborsi sanitari allo stadio della Roma, fino a Mafia capitale.

Lo speciale comprende due articoli.

In Abruzzo le opposizioni di sinistra e i pentastellati hanno montato un’aspra polemica per 50.000 euro che il governatore, Marco Marsilio, ha deciso di destinare a una campagna di comunicazione sul Covid-19 in piena emergenza. Nel Lazio, invece, nessuno si è accorto che Nicola Zingaretti ha impegnato quasi 650.000 euro da spalmare sulla stampa locale con due diverse delibere: «Regione vicina» per 157.000 euro, disposta il 16 aprile, e «Campagna informativa sul Covid-19» per 486.000 euro, firmata il 12 marzo. Nel primo caso le società concessionarie che si occupano della pubblicità per le testate giornalistiche coinvolte sono 18: si va da Latina Oggi e Ciociaria Oggi all’edizione romana di Repubblica e a quelle di Rieti e di Viterbo del Corriere. Dal Messaggero a La Notizia, passando per Il Tempo. Nel secondo caso le concessionarie che hanno potuto allattare sono ben 38. Il record tra i quotidiani lo detiene la concessionaria Piemme Spa (per Messaggero, Leggo e Corriere della Sera edizione romana): ai 27.200 euro della campagna sul Covid vanno aggiunti i 25.200 della «Regione vicina». Si attesta subito dietro la concessionaria Manzoni (per Repubblica, Huffington post, Corriere edizione di Rieti e di Viterbo) con 33.500 euro della campagna Covid da sommare ai 19.950 della seconda delibera.

E oltre alle agenzie di stampa, Adnkronos e Ansa con 3.000 euro ciascuna, ci sono Il Sole 24 Ore, L’Inchiesta e addirittura il sito Web Giornalettismo. Tutti per cifre che si aggirano tra i 3.000 e i 6.000 euro. Non mancano le agenzie Web per le campagne digitali e sui social network.

Proprio la stampa tanto ben voluta da Zingaretti ha scoperto solo ieri quello che La Verità ha scritto tra il 23 e il 30 aprile. La Stampa ha titolato: «E sulla fornitura mai arrivata Bankitalia sconfessa Regione Lazio». Il Corriere, invece, «La mail alla Regione Lazio sulla fornitura mancata “La polizza non è valida”». Notizie che al grande pubblico potrebbero apparire fresche, ma che il nostro giornale aveva già diffuso il 30 aprile. Ovvero l’esistenza di una lettera che l’Ivass, Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni, ha inviato alla Regione Lazio, nella quale lo stesso istituto comunicava che «con la denominazione “Seguros Dhi-Atlas Ltd” non esiste alcuna società, italiana o estera, autorizzata a esercitare l’attività assicurativa in Italia». Poche parole dalle quali emerge che le garanzie fideiussorie legate al mascherina gate sono farlocche. Un danno da 14 milioni di euro, visto che la Regione non potrà escutere le due polizze. A questo punto non resta che chiedersi se i contributi alle concessionarie di pubblicità non abbiano concorso a migliorare la qualità dell’informazione dei principali quotidiani. Ma torniamo alla tempestività, visto che il nostro giornale le prime verifiche sulle garanzie le aveva iniziate a fare già lo scorso 21 aprile. Infatti, utilizzando fonti aperte, ci eravamo accorti che qualcosa nelle polizze fideiussorie non quadrasse. Non a caso il giorno successivo in un nuovo articolo titoliamo: «Polizza farsa di Zinga sulle mascherine: firmata due giorni fa ed è anche farlocca». Bisogna, però, riconoscere che anche la Regione Lazio ha fatto le sue verifiche su Seguros Dhi-Atlas. Peccato che le due ricerche abbiano condotto a risultati diametralmente opposti: visto che per gli uomini di Nicola Zingaretti, in particolare per il capo della Protezione civile regionale, Carmelo Tulumello, la Seguros fosse un intermediario autorizzato, verificato «sul sito Internet» della Fca, l’ente di regolazione britannico. In questa cronistoria il 22 aprile rappresenta una data molto importante, perché il nostro giornale chiede delucidazioni, in merito alla posizione di Seguros Dhi-Atlas, all’Ivass. «La Seguros Dhi-Atalas Ltd è una società con sede nel Regno Unito che non risulta abilitata all’esercizio dell’attività assicurativa in Italia, né in regime di stabilimento né in regime di libera prestazione di servizi». Ma non è finita qui, l’Ivass spiega: «Da una ricerca sul Financial service register tenuto dall’autorità Uk Financial conduct authority risulta che questa società è iscritta nel Registro Uk ma non come compagnia assicurativa. Non risulta nemmeno nel Registro Uk un’abilitazione della compagnia ad esercitare attività assicurativa in Italia». È la stessa risposta che verrà fornita il 29 aprile alla Regione Lazio. Che sei giorni prima, dopo aver letto l’articolo della Verità, contatta a sua volta l’Ivass per capire chi abbia fatto da garante nell’affaire mascherine. Un particolare che si evince dalla revoca degli affidamenti alla Eco Tech del 25 aprile. Invece sempre il 23 aprile anche la Banca d’Italia ci ha aiutato a fugare i nostri dubbi scrivendoci: «La Seguros Dhi-Atlas non risulta iscritta all’Albo degli intermediari finanziari ex articolo 106 Tub (norma del Testo unico bancario che stabilisce chi può concedere finanziamenti, ndr), né risulta aver effettuato alcuna comunicazione di avvio di operatività in Italia». Il 27 aprile, infine, avevamo notato altre contraddizioni contenute nella documentazione della Regione Lazio. I giornali di ieri hanno riportato anche che l’Anac, Autorità nazionale anticorruzione, ha iniziato a occuparsi del mascherinagate, richiedendo al Lazio una serie di informazioni e la documentazione dei rapporti tra Eco Tech e la Regione. Che continua ad avere problemi nel reperimento o nella certificazione del materiale sanitario, come testimoniano le vicende delle aziende European network Tlc srl e Seco spa. Sulla prima pende un carico bloccato di mascherine dall’Agenzia delle dogane per problemi con la certificazione; la seconda, invece, ha rifornito il Lazio di ventilatori polmonari che, in seguito sono stati sequestrati, sempre per motivi legati alla qualità.


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