Video pro difesa ignorato. Indagati due pm di milano
Una montagna di milioni custoditi all’estero dietro le accuse ai dirigenti dell’Eni smontate dalla sentenza. Però i magistrati della Procura hanno creduto ai due testimoni e non hanno mai bloccato i loro conti: perché?

C’è una montagna di milioni dietro la vicenda che ha portato la Procura di Brescia a indagare per rifiuto di atti d’ufficio i due pm che hanno sostenuto la pubblica accusa nel processo Eni. Ma la montagna di milioni non è quella di una tangente che il gruppo petrolifero avrebbe pagato ad alcuni esponenti politici nigeriani per ottenere la concessione di estrarre il greggio. No, quella vagonata di soldi ipotizzata dalla Procura di Milano semplicemente non esiste e lo hanno stabilito i giudici del Tribunale del capoluogo lombardo, con una sentenza che ha assolto i vertici del cane a sei zampe perché il fatto non sussiste.

La montagna di milioni di cui parlo è quella che i testimoni usati dalla Procura di Milano per processare i capi di Eni hanno accumulato negli anni e nascosto all’estero. Sì, se non si conosce questo tassello della storia non si può capire tutto il resto, comprese le parole con cui Vincenzo Armanna, cioè uno dei due testi chiave del procedimento, minaccia di far arrivare un avviso di garanzia ai vertici del gruppo petrolifero, per spazzare via i capi della Nigeria che intralciano i suoi affari. La storia è ovviamente quella del video «dimenticato» dai pm di Milano, una registrazione attraverso la quale emerge un disegno che punta a gettare discredito sui manager dell’azienda, giudicati un ostacolo ai progetti dello spregiudicato gruppo di affaristi. Tutto ha inizio nel 2014, quando Armanna, ex manager di Eni, davanti ai magistrati di Milano mette a verbale le accuse contro i suoi capi. È quella l’origine della madre di tutte le tangenti, una super mazzetta che secondo il dirigente reo confesso sarebbe stata pagata dal gruppo petrolifero in Nigeria. I pm di Milano aprono un fascicolo e indagano Claudio Descalzi, amministratore delegato del cane a sei zampe, e pure il suo predecessore Paolo Scaroni, oltre a un certo numero di alti dirigenti. Inizia un’inchiesta che porterà al processo conclusosi poche settimane fa con l’assoluzione di tutti gli imputati. Un processo imbarazzante, dove i testimoni si contraddicono, in qualche caso spariscono, altre volte raddoppiano le accuse per cercare un rilancio. La sentenza del Tribunale di Milano demolisce l’indagine e mette in luce l’inattendibilità degli accusatori. Ma soprattutto punta il dito su una curiosa dimenticanza, ovvero sul video che fin dall’inizio avrebbe consentito di valutare diversamente i testimoni chiave dei pm. Una registrazione di cui la procura disponeva, ma che stranamente non venne prodotta nel processo e che, solo per caso, è stata recuperata da uno dei legali degli imputati, il quale peraltro, dopo aver fatto la scoperta di quel supporto con la viva voce di Vincenzo Armanna, finisce indagato, accusato da Piero Amara, ossia dal sodale di Armanna.

Cioè, i magistrati avevano una prova che scagionava i vertici dell’Eni facendoli apparire vittime di una manovra degli accusatori, ma non l’hanno ritenuta utile, preferendo dare credito ai testimoni. La Procura, tuttavia, non ha dimenticato solo il video, ma pure la montagna di milioni che – questa sì – gli accusatori hanno accumulato all’estero.

Già, perché il gruppetto si dà da fare per destabilizzare i vertici di Eni dato che i capi sono d’intralcio ai suoi affari. E quali sono queste operazioni? La difesa ha prodotto nel processo fatture per decine di milioni transitate per conti correnti a Dubai e frutto di strane triangolazioni. Tra queste, un traffico di petrolio iraniano soggetto a embargo che il sodalizio cerca di piazzare proprio a Eni, riuscendo in parte a farsi pagare. Ma ci sono anche partite di polietilene e di nafta, sempre di provenienza sospetta. Un mucchio di soldi che, documenti alla mano consegnati ai pm, viene stimato fra i 70 e i 100 milioni, ma che sorprendentemente non si cerca di bloccare, né si tenta di capire come siano stati accumulati. Possibile che i magistrati abbiano escluso che si trattasse di fondi frutto di operazioni illecite? Possibile che non abbiano valutato come la volontà di rovesciare una «valanga di merda» sui vertici dell’Eni avesse uno scopo preciso, cioè quello di tutelare i propri interessi e i propri soldi? In tutti questi anni non risulta che siano state disposte indagini e nemmeno siano stati messi in atto tentativi di sequestro di questo patrimonio. Eppure, la Procura disponeva delle fatture, dei numeri di conto corrente su cui i soldi erano stati accreditati. Hanno ritenuto il tutto poco interessante? A dire il vero, la necessità di difendere il tesoro a me sembra l’unica spiegazione di tutto ciò che è successo. Di una tangente che non esisteva se non nella testa degli accusatori, di una determinazione a «cambiare i capi dell’Eni per sostituirli con uomini di loro gradimento», come rivela il video dimenticato.

Adesso, su tutto ciò indagheranno i pm di Brescia, che ieri hanno «perquisito» i computer dei colleghi di Milano. Speriamo che serva a fare luce su tutta la vicenda, ma in particolare sulle manipolazioni con cui personaggi come Amara usano le Procure di mezza Italia.

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