Il decreto Rilancio rilancia soltanto i partiti
Sugli italiani pende la scure fiscale, ma intanto i politici si anticipano il 2×1.000: campione d’incassi il Pd.

Fino a 36 ore fa, nelle 766 pagine dell’enciclopedia chiamata decreto Rilancio, non c’era nulla sulle scadenze fiscali. La novità – deludente, però – è maturata ieri, quando è circolata una nuova bozza, più vicina alla versione definitiva che arriverà in Consiglio dei ministri, stavolta di 434 pagine. La parte fiscale è arrivata, ma c’è poco da stare allegri. Il governo si limita infatti a spostare la bomba fiscale da giugno al 16 settembre, giorno dell’Apocalisse per i contribuenti, chiamati a versare ritenute, Iva, contributi Inps e Inail, cartelle, rate della rottamazione ter e del saldo e stralcio, insomma tutto ciò che era stato sospeso da marzo. O si paga tutto il 16 settembre, oppure saranno «concesse» quattro rate mensili. La sensazione è che il governo non si renda conto della pazzesca crisi di liquidità in cui si troveranno i contribuenti. La beffa peggiore è poi quella dell’articolo 155. Come sappiamo, nelle scorse settimane, il governo non aveva sospeso gli avvisi bonari, costringendo molti cittadini a pagamenti onerosissimi. Ora, a babbo morto, il governo, quando già moltissimi hanno pagato, li reinserisce nella maxi scadenza del 16 settembre.

Altro sberleffo è quello dei contributi a fondo perduto per le imprese: presuppongono un crollo di fatturato enorme (di due terzi rispetto all’anno prima), cosa obiettivamente difficile da provare.

In questo campo di macerie, gli unici a festeggiare sono incredibilmente i partiti. Basta leggere l’articolo 133 a pagina 222, che, in materia di 2×1.000, anticipa al 31 agosto, senza aspettare fine anno, l’erogazione ai partiti «a titolo di acconto, di una somma pari all’acconto erogato nell’anno 2019». Successivamente il testo precisa che se l’acconto risulta superiore a quanto dovrebbe spettare, «il partito beneficiario è tenuto a restituire la differenza». Motivo di questa anticipazione? «In considerazione della situazione straordinaria determinatasi a seguito dell’emergenza sanitaria Covid-19». Morale: i partiti possono avere problemi di liquidità, le famiglie e le imprese invece si arrangino. In materia, è campione d’incassi, guarda caso, il Pd, che ha incamerato 8,4 milioni (il 42% di chi ha destinato la proprio quota Irpef ai partiti).

Quanto alla famiglia, siamo in presenza di una Waterloo. Nelle 434 pagine dello Zibaldone governativo, solo 4 riguardano il capitolo «famiglia e disabilità», e con stanziamenti ridicoli di risorse. Per le disabilità, si tratta di appena 90+20+40 milioni per il 2020 (in totale, 150 milioni), e di altri 150 milioni da dare ai Comuni per i centri estivi e per il contrasto alla cosiddetta «povertà educativa». Tutto qui. Sparito dai radar, in particolare, quell’assegno mensile per tutti i figli di cui aveva parlato il ministro renziano per le pari opportunità Elena Bonetti, che avrebbe dovuto portare nelle case, a seconda dell’Isee, da 80 a 160 euro di sostegno al mese. Tutto svanito nel nulla.

Resta valido ciò che la Bonetti disse qualche giorno fa a Tgcom 24: «Le risorse che saranno stanziate dal prossimo decreto le ritengo del tutto insufficienti per rispondere alle reali esigenze delle famiglie. La mia richiesta non è stata accolta, non sono stati stanziati sufficienti soldi». E ancora: «Avevo proposto un assegno per ogni figlio che non è stato accolto dalla maggioranza. Avevo chiesto risorse adeguate per i congedi parentali e i voucher baby sitter da estendere per un maggior utilizzo per i servizi educativi. Da esponente del governo devo accettare fatiche e battaglie perse, anche se giuste». Dunque, ennesima sconfitta per i renziani, che ancora una volta abbiano, non mordono, e subiscono senza combattere.

Da ultimo, trova conferma la scelta – tutt’altro che neutra, anzi di altissimo impatto politico – di allungare lo stato d’emergenza (finora previsto fino al 31 luglio) fino al 31 gennaio 2021: Conte si aggrappa allo stato d’eccezione per tenere vivo il suo fragile governo.

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