Ditte in rosso, premier impenitente. Perciò sono incazzato con il governo
Il mio amico pasticciere egiziano sta finendo sul lastrico, il fratello e il cugino hanno ricevuto migliaia di dollari di aiuti negli Usa e in Canada. Qui è più urgente la sanatoria sui migranti: quelli che vengono a farsi mantenere.

Ho un amico commerciante. È un immigrato extracomunitario, arrivato in Italia quasi trent’anni fa. Da noi ha messo da parte gli studi per fare il garzone di bottega: prima lavapiatti, poi aiuto pasticciere, infine esercente in proprio. Con i soldi accantonati, alzandosi la mattina presto per preparare brioche e pasticcini da colazione, è riuscito ad affittare dei locali tutti suoi e poi, dopo qualche anno di sacrifici, anche a ingrandirsi per avere uno spazio bar che non fosse limitato al bancone. Sì, la sua è una storia di successo. Lui rappresenta l’immigrato che siamo pronti ad accogliere nel nostro Paese, ossia uno che si rimbocca le maniche e rispetta la legge e che, oltre alla moglie, con la sua pasticceria dà lavoro ad altre cinque persone. Tutto questo fino al 9 marzo, quando per decreto ha dovuto abbassare la serranda, lasciando a casa tutti. Alla mattina presto di quel lunedì, quando si preparava a servire i clienti, offrendo cornetti appena sfornati, sfogliatelle e caffè, aveva già davanti alle vetrine i vigili urbani di Beppe Sala pronti a multarlo per non aver rispettato il «lockdown» e così il mio amico, che non chiamo per nome per non metterlo nei guai, si è rassegnato a prendere le sue brioche, le sue torte e tutti gli ingredienti freschi che aveva in magazzino, uova, burro, lieviti, creme, marmellate e frutta e li ha buttati. Due o 3.000 euro di merce, mi confessa quasi con le lacrime agli occhi.

Ma non è finita, perché una volta sospesa l’attività e mandati a casa i dipendenti, non sono stati sospesi i costi, vale a dire l’affitto, le bollette, le tasse. Ogni mese, solo per i locali, deve corrispondere 9.000 euro e così, tra marzo e maggio, se ne sono andati 27.000 euro. E poi i collaboratori, che anche se non sfornano pasticcini e non servono caffè e cappuccini, sono da pagare, perché nonostante il governo avesse promesso la cassa integrazione per tutti, a loro non è arrivato un soldo. Sì, io ho preso 600 euro, mi dice, ma tra affitto, stipendi e tasse che ogni mese devo versare, dei 50.000 euro che avevo sul conto non è rimasto quasi niente e quel poco che ancora c’è se ne andrà in fretta, perché chi fa il mio mestiere, cioè sforna dolci, il grosso degli incassi lo realizza a Pasqua, con la festa della mamma e a Natale. E noi i primi due appuntamenti li abbiamo persi, perché costretti a restare chiusi. Di fatto, dobbiamo sperare di ritornare a ottobre a un po’ di normalità e augurarci che il fine anno sia meglio dell’inizio.

Lo dice tra lo sconfortato e il preoccupato, come uno che dopo anni di fatica si rende conto che in pochi mesi potrebbe perdere tutto. La sua è una famiglia normale, di persone per bene, quasi tutte emigrate. Il fratello più giovane tre anni fa, senza sapere una parola di inglese, si è trasferito negli Stati Uniti. Stessa trafila del maggiore: lavapiatti, aiuto ristoratore e infine pizzaiolo in un locale non suo. Da quando è scoppiata l’epidemia ha già ricevuto 1.200 dollari, altri 1.200 li ha presi la moglie e 500 a testa sono andati ai due figli. In totale 3.400 bigliettoni. Non è finita. Siccome sono a casa, il sistema di assistenza paga anche 900 dollari al mese e da marzo a oggi il fratello del mio amico ha già incassato 2.700 dollari, che sommati ai precedenti fanno 6.100. Ma non ci sono solo gli Stati Uniti. In Canada, un cugino del pasticciere sta messo più o meno come il parente americano: 2.000 dollari subito e il resto ogni mese. Ecco, mi dice il mio amico mentre prepara brioche e torte da consegnare a domicilio, sempre che ci sia qualcuno che gliele ordina. Qui da noi ci hanno fatto tante promesse, ma di soldi veri niente. Sul mio conto ci sono solo gli euro che avevo messo da parte e che presto finiranno.

Lo capite adesso perché sono incazzato (sì, se questa parola la usa via Facebook il sindaco di Milano, Beppe Sala, per nascondere le proprie responsabilità in fatto di mancanza vigilanza sui Navigli, la posso usare anche io che non ho niente da nascondere, nemmeno la mia rabbia) con chi ci governa. Sono incazzato con Conte, che ancora ieri, nell’ennesima intervista, non si pente di niente, convinto di avere fatto tutto giusto. Oggi è l’11 maggio e il decreto di aprile che doveva erogare 55 miliardi ancora non c’è. In compenso vogliono regolarizzare gli immigrati, non quelli come il mio amico che vengono qui per lavorare, ma quelli che arrivano in Italia per farsi mantenere. Sapete che c’è? Questa banda di incapaci e chiacchieroni deve andare a casa. Anzi: deve andare al diavolo il prima possibile.

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