Zingaretti sogna di usare i fondi Ue. E Bruxelles tira subito il guinzaglio
  • Mentre il segretario del Pd presenta il suoi «sette cantieri» e Sergio Mattarella parla di occasione unica, arriva lo stop: Frans Timmermans ricorda che i piani nazionali devono «riflettere gli orientamenti comunitari».
  • Nel bilancio 73 miliardi per la pubblica amministrazione, contro i 22 per controllare l’immigrazione. La solidarietà sulla gestione delle frontiere esiste solo a parole

Lo speciale contiene due articoli

Dopo la giornata di ieri, c’è da chiedersi se Nicola Zingaretti, segretario del Pd, e Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione Ue, abbiano avuto altre occasioni di incontro dopo il 24 maggio 2019, quando abbracciandosi chiusero la campagna per le elezioni europee. A giudicare dalle parole usate da Timmermans sul Recovery fund nell’intervista alla Stampa di ieri, pare proprio che il dialogo si sia interrotto. Altrimenti non avremmo potuto riscontrare, a distanza di poche ore l’uno dall’altro, posizioni così sideralmente distanti a proposito del Recovery fund (ufficialmente Next generation Eu).

Il copione recitato ieri da Zingaretti e dall’olandese non è poi così diverso da quello che va in scena ormai da qualche settimana: in Italia si sogna, e in Europa si sta ai fatti e ai documenti.

Forse ancora nervoso per aver perso la corsa alla presidenza Ue, Timmermans dapprima ha usato toni imperativi: «I piani nazionali per il Recovery fund vanno presentati molto in fretta e devono riflettere gli orientamenti europei per i quali sono stati definiti. La Commissione sarà ferma e chiara nel controllare che si vada nella giusta direzione». Poi ha aggiunto, ove mai qualcuno non avesse compreso, di auspicare che «il governo italiano insista nel percorso di riforme necessario già prima della pandemia e rispetti gli impegni che ha preso sinora». E, per essere definitivamente convincente, ha pure posato sul tavolo la pistola, affermando che «quando le cose andranno meglio, la Bce comprerà meno titoli e il Patto di stabilità tornerà stringente». Per quanto riguarda il debito italiano, ha rimarcato, «molto dipende dalla velocità, dalla direzione e dalla determinazione del governo e degli investitori privati».

Per i nostri lettori, nulla di nuovo. È esattamente quanto andiamo ripetendo dallo scorso 21 luglio: i fondi Ue hanno un ben preciso vincolo di destinazione e la Commissione avrà un ruolo decisivo nel verificare la conformità dei piani nazionali alle linee guida prefissate. L’utilizzo di quei fondi sarà severamente condizionato dal rispetto di condizioni (le solite riforme strutturali) che potrebbero essere molto dannose per il nostro Paese e, qualora l’Italia si azzardi a deviare dalla retta via indicata da Bruxelles, c’è sempre la Bce che potrebbe far volteggiare il manganello dello spread. In ogni caso – in contrasto con le parole di Paolo Gentiloni di qualche giorno fa, che predicavano prudenza sulla sua reintroduzione, dopo i disastri del 2012 – c’è sempre il Patto di stabilità pronto a rientrare in vigore. Roba da far rimpiangere il tedesco Wolfgang Schäuble, in quanto a rudezza dei modi.

L’aggressività verbale dell’olandese potrebbe trovare spiegazione nella situazione di relativa difficoltà in cui versa il suo Paese, che registra il livello di debito privato tra i più alti in Europa ed è da anni sotto il tiro (innocuo) della Commissione a causa delle pratiche fiscali aggressive che ne fanno un semi paradiso fiscale nel cuore del continente. Poiché da quell’orecchio l’Olanda non ci sente, allora la miglior difesa è l’attacco, cioè ricordare gli inadempimenti degli altri, peraltro tutti da verificare, anziché quelli propri, su cui c’è invece cristallina certezza.

Quando Zingaretti ha mostrato davanti alle telecamere la proposta del suo partito per i fondi europei, lo stridore tra le due linee espositive ci è sembrato evidente. Il segretario Pd ha enunciato i titoli di «sette cantieri» (infrastrutture, produttività e innovazione, economia e cura, scuola e formazione, lotta alle diseguaglianze) la cui genericità e mancanza di focalizzazione, rispetto alle linee guida tracciate da Bruxelles, lasciano intendere come egli abbia ancora poco chiaro che non ci sarà consentito toccare palla o quasi. I piani «devono riflettere gli orientamenti europei» e non, come sarebbe invece auspicabile, gli specifici fabbisogni di un Paese che viene da 25 anni di distruttivo avanzo primario del bilancio statale, è assieme alla Grecia un’area a rischio sismico e reca ancora nel proprio tessuto produttivo le ferite inferte dalla sciagurata stretta di bilancio del 2012, che perfino Gentiloni ha definito un errore.

«Non dobbiamo mettere indietro le lancette dell’orologio, vogliamo utilizzare questa opportunità per costruire e puntare a un nuovo modello italiano», ha sottolineato Zingaretti. Condivisibile, se non fosse per il decisivo dettaglio che esiste un unico modello europeo e a quello bisogna uniformarsi.

Constatiamo con rammarico che il presidente Sergio Mattarella, rappresentante dell’unità nazionale, sembra anch’egli appiattito su una posizione acritica, visto che ha parlato di «una occasione unica e forse irripetibile di disporre di risorse consistenti per compiere riforme strutturali in grado non solo di consentire l’uscita dalla crisi ma di assicurare prosperità e benessere alle future generazioni».

Ci permettiamo di obiettare al presidente che, se si vuole puntare a un modello italiano, la soluzione è finanziarlo con soldi italiani e con condizioni dettate dalle nostre istituzioni democraticamente elette, non da burocrati chiusi a Palazzo Berlaymont. L’Italia può farcela.

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