Fontana attacca Urso sulla Zes per il Nord
Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia (Ansa)

C’è il caso Roggero, c’è la legge elettorale, c’è l’allarme sicurezza e c’è l’Europa che vuole farci affondare in un mare di tasse green. Venerdì la Commissione Ue non ha dato le risposte che si aspettava l’Italia sulla riforma dell’Ets, che imporrà balzelli su tutto quello che in teoria inquina, dai trasporti fino alle case. No, Bruxelles ha proposto un contentino sui certificati verdi gratuiti dopo il 2030 ma ha rincarato la dose, sul fronte costi, annunciando che aumenterà le imposte sul gas, sui carburanti derivanti da fonti fossili e sui biglietti aerei. «Proposta deludente», ha commentato il ministro Adolfo Urso. «Siamo preoccupati», hanno replicato tutti gli industriali europei. Alla luce di questa marcia verso il baratro la manifattura italiana, concentrata al Nord, da settimane sta portando avanti una proposta, sostenuta da Matteo Salvini (si parla di 3 miliardi in campo), affrontata dallo stesso Urso, e dai governatori delle regioni settentrionali. L’idea è questa: estendere al Nord la Zes.

Partiamo dall’Abc. Cos’è la Zes? È una Zona economica speciale, una sorta di zona franca autorizzata dalla Ue, nella quale chi invece beneficia di sgravi fiscali e burocratici. In Italia le Zes nascono a fine anni ‘10. Al Sud. Ogni Regione meridionale poteva attirare capitali e nuovi insediamenti produttivi. Per creare ancora massa di investitori il governo due-tre anni fa ha abolito le Zes regionali, creando una Zes unica, allargata poi a Marche e Umbria. In pratica quasi due terzi del Belpaese è una Zes. E i risutlati di questo cambiamento sono positivi. Secondo un recente studio di Teha Ambrosetti la Zes unica ha attivato 20,1 miliardi di euro di investimenti, di cui 7,7 miliardi legati alle “autorizzazioni uniche” e 12,4 miliardi derivanti dal credito d’imposta. A questi si aggiungono ulteriori effetti indiretti e indotti sull’economia: gli investimenti attivati hanno generato complessivamente 55,1 miliardi di impatto economico, con un moltiplicatore pari a 2,7. Anche sul fronte occupazionale, ai 22.035 occupati diretti si sommano oltre 38.000 occupati indiretti e indotti, per un totale di oltre 60.900 lavoratori sostenuti dalla misura.

Davanti a questi numeri e un’Europa che lega le mani alla manifattura nordica, ovvio che Confindustria, con a partire dal presidente Emanuele Orsini, e i governatori invochino una Zes al Nord. Solo che non tutti spingono in questa direzione, a sentire il presidente della Lombardia, Attilio Fontana, il quale dal palco della festa della Lega di Sumirago e Albizzate, in provincia di Varese, non ha usato giri di parole verso alcuni ministri: «Roma non ci vuole bene, noi le stiamo sulle balle, appena può ci mette due dita negli occhi – ha detto in un video pubblicato sul sito Malpensa24 – Chiediamo da anni le Zes da anni: adesso siamo riusciti a presentare una proposta di legge come Lega. Benissimo, che figata, anche noi abbiamo la Zes? È intervenuto subito il ministro del Made in Italy, come si chiama, Adolfo Urso, e ha detto “sì, la Zes alla Lombardia, ma niente soldi eh”. E allora cosa me ne faccio? Allora vuol dire che mi prendi veramente per il c…».

Urso pochi giorni fa durante un question time in Parlamento aveva spiegato che la Zes unica non è estendibile al Nord perché la Ue direbbe no, aprendo invece alle cosiddette Zls, ovvero Zone logistiche speciali che garantirebbero sulla carta meno burocrazia.

Al di là delle questioni tecniche, c’è comunque anche un freno politico all’estensione dei benefici Zes al Nord. «Sarebbe un grave errore strategico», ha dichiarato il direttore generale della Svimez, Luca Bianchi, ospite della rubrica Settegiorni di Rai Parlamento. Ricordiamolo: lo Svimez è l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno e Bianchi è stato assessore nelle giunte progressiste siciliane ed è vicino al dem Peppe Provenzano. «La Zes rappresenta un’esperienza di successo concepita specificamente per il Sud», ha spiegato ancora Bianchi. «Nel momento in cui questo differenziale a favore del Sud viene meno, è evidente che un investitore preferirà sempre allocare le proprie risorse in aree geograficamente più vicine ai mercati di sbocco, ovvero al Nord. In questo modo rischiamo di interrompere bruscamente un percorso che finora ha dato risultati estremamente positivi». Un discorso legittimo dal punto di vista del dg dello Svimez, che comunque sosteneva come la Zes unica non sarebbe andata bene… Ma allora perché qualsiasi idea di autonomia o specificità chiesta dal Nord viene sempre bocciata al grido di «Vogliono la secessione dei ricchi» oppure «Vogliono cittadini di serie A e di serie B» senza entrare nel merito? Lo Svimez, insieme a tutto il campo largo, ha fatto e continua a fare il diavolo a quattro contro l’autonomia differenziata che stanno portando avanti Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto. Il Senato l’altro ieri ha dato il primo ok allo schema di regionalizzazione di quattro materie: sanità, protezione civile, professioni e previdenza integrativa. Un accordo che, come ha sentenziato l’Ufficio Parlamentare di Bilancio (ente terzo) non porta aggravi allo Stato. E allora perché no? E perché no a una Zes su misura per il Nord?

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