Sessanta miliardi di nuove risorse per trasformare la Zes unica in una piattaforma industriale capace di attrarre investimenti italiani ed esteri. È il piano «Zes 2.0» presentato a Bari da Intesa Sanpaolo con Confindustria e il Dipartimento per il Sud. Non è uno stanziamento statale: è credito messo a disposizione dalla banca per investimenti, infrastrutture, adeguamento energetico, internazionalizzazione e crescita dimensionale. Ma la scala dell’operazione è imponente. I 60 miliardi si aggiungono agli oltre 12 già erogati da Intesa per progetti collegati alla Zes e ai 28 miliardi complessivamente concessi dal 2020 alle regioni meridionali.
L’obiettivo è consolidare il rimbalzo del Mezzogiorno e collegarlo alle filiere produttive settentrionali. Il «Check-up Mezzogiorno» di Confindustria e Srm segnala che tra il 2019 e il 2025 il Pil del Sud è cresciuto dell’8,3%, contro il 6,3% medio nazionale. Il piano punta ad attirare nel perimetro agevolato imprese del Nord e capitali stranieri, sfruttando credito d’imposta, autorizzazioni accelerate e posizione logistica nel Mediterraneo. Il messaggio è che la Zes non deve essere letta come assistenza, ma come politica industriale nazionale realizzata attraverso il Sud.
È qui, però, che si apre il problema politico. Anche il Nord chiede da tempo gli stessi strumenti. Lombardia, Piemonte, Veneto, Liguria ed Emilia-Romagna vogliono procedure più rapide, incentivi agli investimenti, sostegno alla decarbonizzazione e una cornice stabile per difendere la manifattura. Una copia integrale della Zes settentrionale, tuttavia, non è praticabile. Le regole europee sugli aiuti di Stato autorizzano i vantaggi fiscali territoriali soprattutto nelle aree svantaggiate indicate dalla Carta degli aiuti regionali. Le regioni più forti non possono quindi ricevere, in modo generalizzato, lo stesso credito d’imposta del Mezzogiorno.
Il governo lavora, quindi, a una soluzione diversa: estendere al Centro-Nord le semplificazioni amministrative, rafforzare le Zone logistiche semplificate e costruire incentivi nazionali o settoriali compatibili con Bruxelles. Il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha escluso una Zes a Nord delle Marche, promettendo però un piano per l’industria settentrionale e una zona logistica più ampia. È ciò che chiedono le imprese: non sottrarre risorse al Sud, ma evitare che la coesione sia l’unica politica industriale disponibile mentre il cuore manifatturiero affronta energia cara, concorrenza asiatica, dazi e transizione tecnologica.
La partita economica si incrocia, poi, con quella istituzionale. Il Senato ha approvato le quattro risoluzioni, atti di indirizzo al governo, sulle pre-intese per l’autonomia differenziata con Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto. Le materie sono protezione civile, salute, professioni e previdenza complementare e integrativa. Dopo il primo voto sulla Liguria, passato per alzata di mano, l’Aula ha dato il via libera anche agli altri tre schemi; soltanto sul Veneto è stato chiesto il voto elettronico. La prossima settimana l’iter dovrebbe completarsi alla Camera.
Le opposizioni hanno reagito esponendo cartelli tricolori con le scritte «No allo SpaccaItalia» e «Una e indivisibile». Matteo Salvini ha invece rivendicato il risultato come il compimento del percorso avviato dalla Lega di Umberto Bossi e Roberto Maroni: «Prosegue il cammino sulla via dell’autonomia e del federalismo fiscale», ha dichiarato, attribuendo il risultato al lavoro del ministro Roberto Calderoli, dei governatori e dei gruppi parlamentari.
Zes al Sud e autonomia al Nord finiscono così nello stesso fotogramma. Da una parte, c’è un grande canale di credito e incentivi per colmare i divari; dall’altra la richiesta delle regioni più produttive di ottenere più competenze e strumenti per la competitività. Quello che è certo è che non si devono ridurre entrambe le questioni a una nuova contabilità territoriale. L’obiettivo è costruire una politica industriale (che in passato non c’è stata) che tenga insieme rilancio meridionale e tenuta del motore settentrionale: perché senza il Sud l’Italia non sarebbe tale, ma se il Nord rallentasse troppo, si finirebbe per non avere risorse da redistribuire.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >