In via Bellerio la linea ufficiale non cambia: la Lega ha votato a favore delle preferenze e i suoi deputati hanno rispettato l’indicazione del partito.
Ma la bocciatura dell’emendamento della maggioranza, respinto per un solo voto, ha lasciato sospetti e sfumature diverse nelle dichiarazioni dei vertici del Carroccio. Tanto che un deputato leghista, a microfoni spenti, prova a liquidare la caccia ai responsabili con una battuta: «Vuole sapere chi sono stati? Praticamente tutti, o quasi». Lo dice sorridendo. Anche perché agli attenti conoscitori di Montecitorio non è sfuggito un dettaglio: mercoledì mattina né Forza Italia né Lega avevano ancora deciso come votare.
A difendere il gruppo è Riccardo Molinari, presidente dei deputati della Lega alla Camera. «È difficile saperlo col voto segreto», ha ammesso uscendo dalla Camera dei deputati rispondendo a chi gli chiedeva il nome dei «traditori». Secondo i calcoli del Carroccio si sarebbero spostati più o meno 30 voti. Sui suoi, però, Molinari non arretra: la Lega aveva indicato il sì e lui non ha «motivo di pensare che non l’abbiano votato».
Più articolata la posizione di Claudio Durigon, vicesegretario della Lega e sottosegretario al Lavoro. «È stata persa un’occasione», ha detto ieri, rilanciando la possibilità di ripresentare la norma al Senato. Sui franchi tiratori ha però allargato il perimetro: i contrari sarebbero stati «distribuiti un po’ tra tutti i partiti di maggioranza». Molinari protegge il gruppo; Durigon non accusa i leghisti, ma evita anche di scaricare ogni responsabilità su Forza Italia, pur essendo quello azzurro il partito nel quale le resistenze erano apparse più organizzate.
Anche i singoli vanno ridimensionati. Vannia Gava deve essere esclusa dai sospetti. Il viceministro era presente in Aula e aveva partecipato a tutte e 12 le votazioni: la mancata registrazione sarebbe stata dovuta a un problema tecnico riconosciuto dalla Camera. Federico Freni, Giancarlo Giorgetti, Mirco Carloni e Nicola Molteni risultavano formalmente in missione. Gli assenti non in missione erano Antonio Angelucci, Vanessa Cattoi e Valeria Sudano. Sono dati utili a ricostruire la partecipazione, non a individuare i franchi tiratori: un assente sottrae un possibile sì, mentre il dissidente partecipa e vota contro.
Se proprio va capito il malumore della Lega per la riforma bisogna guardare alle conseguenze politiche. L’abolizione dei collegi uninominali ridurrebbe un vantaggio importante della Lega: nelle roccaforti del Nord il partito può oggi ottenere candidature sicure grazie ai voti dell’intera coalizione, anche quando il suo consenso nazionale è più basso. Con un sistema prevalentemente proporzionale, invece, il numero degli eletti dipenderebbe maggiormente dai voti raccolti dal simbolo leghista e diminuirebbe il potere di negoziare i collegi con Fratelli d’Italia. Un timore simile attraversa Forza Italia. Nei due partiti minori del centrodestra si parla del rischio di un «flipper» dei seggi: non un passaggio diretto di eletti da una forza all’altra, ma l’incertezza sul territorio nel quale scatteranno i pochi posti disponibili e, dunque, sui nomi destinati a entrare.
Quando una lista elegge uno o due parlamentari per circoscrizione, lo spostamento di un singolo seggio può salvare un uscente e lasciarne fuori un altro.
L’emendamento aggiungeva un capolista bloccato, scelto dalla segreteria, e fino a tre preferenze per gli altri candidati. Per Lega e Forza Italia il primo seggio sarebbe rimasto spesso nelle mani dell’apparato. Dove ne fosse scattato un secondo, però, sarebbe iniziata la competizione tra parlamentari, amministratori e cordate territoriali. Dietro la rivolta può esserci quindi una ragione molto concreta e banale: la paura di numerosi uscenti di non essere rieletti nella prossima legislatura. A questa preoccupazione se ne aggiungeva un’altra, sentita dalle donne. Nei mesi scorsi tra le firmatarie di un appello bipartisan contro le preferenze figurava anche la leghista Silvana Comaroli. Secondo le deputate, il voto di preferenza tende a penalizzare la rappresentanza femminile, perché favorisce chi dispone di maggiore notorietà, risorse e reti personali.
In ogni caso la scarsa convinzione del Carroccio è emersa anche il giorno successivo, cioè quando ieri la Lega e Forza Italia hanno votato contro un altro emendamento che riproponeva le preferenze. Sullo sfondo rimane poi il calendario. Durigon ha escluso elezioni anticipate e indicato la conclusione naturale della legislatura con elezioni in aprile 2027. È anche l’interesse della Lega. Più passano i mesi, maggiore è il margine per riorganizzarsi, ricucire con i territori del Nord, definire il ruolo dei governatori e affrontare la concorrenza di Roberto Vannacci. Il progetto delle «due Leghe», una a Nord e una Sud, non è mai diventato una struttura reale, ma resta da comporre il rapporto tra la segreteria nazionale e gli amministratori che chiedono più peso sulle candidature.
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