«Se non sai leggere i segnali di fumo vai a sbattere». Il giorno dopo, Montecitorio sembra una giungla impenetrabile e perfino il veterano patriota sta sulle sue mentre nelle file della maggioranza è partita la caccia al signor Franco Tiratore.
I fantasmi dell’opera sarebbero fra i 20 e i 25, li ha contati il ministro per i Rapporti col Parlamento, Luca Ciriani, anche se il dato non è certo, in assenza di informazioni sui comportamenti dell’opposizione. «Il numero cambia poco, è indifferente. Sui nomi zero. È impossibile sapere chi ha votato a favore e chi contro. Sapevamo che molti partiti erano contrari alle preferenze ma noi rivendichiamo questa battaglia. Ha vinto l’istinto di conservazione».
In Fratelli d’Italia domina la delusione. Il problema sta nei segnali di fumo che Giorgia Meloni non ha decrittato (o non ha voluto decrittare). E da questi parte la caccia agli infedeli nel territorio Comanche del voto segreto, dove ogni agguato è possibile. Difficile trovare le impronte digitali. E se la pista principale porta a Lega e Forza Italia, dentro il partito di maggioranza cova la certezza che qualche siluro sia arrivato da più vicino. Ne è convinto il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, che dopo il flop ha annunciato: «Vado a scoprire chi sono».
Il giorno dopo spiega lo scenario passeggiando davanti a Montecitorio. «Chi ha votato contro ha fatto un errore, però non è finita qui. Se mi sono fatto un’idea sulla provenienza di questi colleghi? Ma no, però credo che vada stigmatizzato un fatto: noi non abbiamo mai avuto paura di metterci la faccia, loro lo hanno fatto nascosti dietro il voto segreto. Se sei contro qualcosa lo dici a viso aperto. Credo sia stata una vergogna chiedere il voto segreto per tattiche di Palazzo». E improvvisamente arriva la frase che rivela il cuore del problema: «Riflessioni sul prosieguo della legislatura? Le riflessioni sono sempre utili per capire se ci sono problemi di natura politica. Se invece ci sono delle velleità individuali a rimanere all’interno di un Palazzo senza avere il consenso dei cittadini, quello è un problema legato ai soggetti che hanno poca coscienza civile». Bordata finale: «Qualcuno un po’ vigliacchetto aveva paura a dire di non essere d’accordo con un meccanismo che rischia di non fargli tenere la poltrona».
È «lo spirito di conservazione» evocato da Ciriani. È la culla foderata di cachemire del listino bloccato che anche in Fdi ha indotto qualche parlamentare indolente a temere di perdere il privilegio. Del resto, più il partito è grande, più l’incidenza delle preferenze è un fattore. Meloni ne è convinta e ha spinto fortemente sull’emendamento per premiare il politico da collegio elettorale, capace di dragare voti per sé e per il partito, a scapito del basilisco da rendita di posizione, immobile perché tanto «ci trascina Giorgia».
Di conseguenza la ribellione, pur pericolosa, è comprensibile. Le preferenze mettono in difficoltà chi si ritiene fedelissimo e pensa che questo basti. Ma se hai davanti il consigliere regionale tutti i giorni sul territorio, l’ex sindaco con un consenso personale derivato dal rapporto con i cittadini, l’europarlamentare con un enorme bacino di voti, allora le preferenze fanno paura. E se puoi le bocci.
A tradurre in chiaro il concetto è il viceministro degli Esteri, Edmondo Cirielli: «Chi non ha i voti si è espresso contro perché teme già di non essere rieletto». Una lettura che coinvolge i partiti con più consensi. E dentro Fdi sono convinti che sia anche il motivo della scomparsa del Pd dai radar delle preferenze. Con sette correnti, il poltronificio d’Italia non può correre il rischio di spaccarsi su questo. Lo sottolinea il ministro per gli Affari Europei, Tommaso Foti: «Aspettavamo l’emendamento preferenze del Pd. Ma questa volta non l’abbiamo vista arrivare sul serio, Elly Schlein. Provate a cercarla se è in giro».
Al di là delle scaramucce verbali, il premier è consapevole che questa frattura è un segnale politico importante. Anzi è il primo vero scricchiolio all’interno del suo stesso partito, con il rischio di un’impasse di memoria prodiana in autunno. Per questo, metabolizzata la botta, c’è già voglia di guardare oltre e di riproporre al Senato l’emendamento; lì non c’è voto segreto. Per questo, ancora Ciriani rassicura e aggiunge: «Apparentemente può sembrare una sconfitta ma è una vittoria di coerenza. Il premier si è intestato un rischio molto grande ma lei è così, va fino in fondo. Abbiamo perso una battaglia ma a viso aperto, sono altri che dovrebbero vergognarsi».
Eccoli i segnali di fumo. Ed ecco la certezza che Meloni è andata alla conta per lanciare un segnale forte: lei intende premiare «chi porta voti, non chi dorme sugli allori». Lo ha capito anche Roberto Vannacci, che con un’immagine colorita fotografa la situazione: «I badogliani del centrodestra hanno sparato alle spalle del proprio schieramento, con le munizioni fornite dal Pd che ha chiesto il voto segreto». I badogliani dovrebbero prendere esempio da Vladimiro Crisafulli detto Mirello, vicerè siciliano di Enna da almeno 30 anni, famoso per la frase: «Le leggi elettorali non mi interessano. Io verrei eletto anche col sorteggio».
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