Ministro Giuseppe Valditara, può spiegarci la ratio del «divieto di burqa a scuola» da inserire nel ddl sicurezza?
«È il divieto di tutti gli indumenti che mascherino il volto come burqa, niqab e simili. Nelle scuole dove c’è una importante densità di studentesse che provengono da Paesi con un forte radicamento religioso islamico, alcune portano il niqab e in qualche caso, come è stato testimoniato dalla stampa, persino il burqa. Questo è incompatibile con i valori della nostra Costituzione, con la libertà di ogni donna, con l’eguaglianza fra uomo e donna, con il principio di non discriminazione. Ed è evidente come un indumento che non ti consenta di individuare il volto di una persona serva ad annullare la sua identità: diventa una non persona. Poi impedisce la socializzazione: ricordo che c’è una sentenza della Corte di giustizia europea che parla – in riferimento a burqa, niqab e simili – proprio della socializzazione come diritto inalienabile che deve essere garantito. Dunque parliamo addirittura di un principio europeo».
Lei ha proposto pure di ritirare il permesso di soggiorno agli stranieri che non mandano i figli a scuola.
«È un altro elemento su cui sto ragionando, è il completamento di quello che abbiamo già previsto nel decreto Caivano, quando abbiamo deciso di sanzionare con pene fino ai due anni di carcere i genitori che non mandano i figli a scuola. Questa sanzione ha fatto crollare in determinate aree del Paese gli abbandoni scolastici».
Diranno che questo provvedimento va contro l’istruzione parentale…
«Ma no, è evidente che parliamo di persone che non hanno scelto percorsi alternativi. Noi l’educazione parentale l’abbiamo anzi rafforzata, dopo aver disposto una nuova normativa chiara in proposito. Ma questo non c’entra nulla con chi non manda i figli a scuola. L’istruzione parentale è un percorso esplicito scelto dai genitori, monitorato e verificato dalle scuole… Io parlo di chi non manda i figli a scuola, di chi magari li manda a lavorare in nero, o lascia che finiscano nelle mani della criminalità o che semplicemente se ne stiano a casa. Sappiamo anche che in certi contesti, le figlie sono tenute a casa».
Simona Malpezzi del Pd dice che quello sul niqab è un atto di propaganda che non tiene conto dei veri problemi della scuola, di ciò di cui c’è bisogno per realizzare una vera integrazione.
«Mi pare che qualcuno nel Pd abbia detto anche di peggio, e cioè che violerebbe la libertà religiosa. La Cgil, addirittura, ha parlato di una misura securitaria… Vede, io contesto al Pd, alla Cgil e a certa sinistra di essere femminista a corrente alternata. Tante chiacchiere, tanta demagogia, ma poi su alcuni provvedimenti concreti niente. Questo è un provvedimento fondamentale per rispettare il valore della donna, l’uguaglianza delle persone, e loro addirittura si schierano contro. È una posizione ridicola se penso che ci sono provvedimenti simili adottati da governi di sinistra in Europa. Questo dimostra lo scarso spessore culturale di una sinistra che fa demagogia, che fa propaganda, che non ha una linea chiara e a cui basta solo andare contro il governo».
Ma quali sono secondo lei i veri problemi di questa tanto evocata integrazione nelle scuole? Che cosa bisogna affrontare davvero?
«Il niqab è solo un esempio. Il punto è che noi dobbiamo passare dall’inclusione all’integrazione».
Cioè?
«La sinistra propone l’inclusione, che non è integrazione. Parlo di immigrati, ovviamente, non di altre categorie di cittadini: è ovvio che se hai a che fare con uno studente con disabilità non si tratta di integrare, ma di includere. Ma riguardo agli stranieri includere cosa vuole dire? Secondo la sinistra vuole dire accogliere chiunque a prescindere dalla sua adesione a certi valori di riferimento, a prescindere da come vive. È il caso del niqab: bisogna includere e non importa che si consideri la donna un soggetto dotato di minori diritti che deve vivere mascherandosi; oppure, in altre circostanze, che non si consideri la laicità dello Stato come un valore fondamentale. Includere significa che va bene qualsiasi atteggiamento, anche se ci si ispira a modelli valoriali in contrasto con la Costituzione».
E la sua idea di integrazione invece?
«Integrare vuole dire inserire una persona all’interno di un sistema di regole condivise. Ma perché ciò avvenga si devono accettare i valori fondanti una comunità. Per questo ho voluto innovare i programmi scolastici dando centralità alla cultura dell’Occidente: perché chi viene da noi deve conoscere la nostra identità, la civiltà che abbiamo espresso nel corso dei secoli. Quindi deve conoscere la nostra storia. La storia dell’arte, della musica, della letteratura… Deve conoscere le nostre radici culturali: Omero, Virgilio, la Bibbia, Dante».
A proposito di Omero si è molto discusso dell’Odissea di Christopher Nolan.
«Ho visto, è un grandissimo successo. E sta a significare che quella letteratura, quei valori che sono stati espressi nel corso di tremila anni di storia piacciono ancora, interessano ancora, suscitano ancora curiosità, entusiasmo, passione… Per questo chi arriva da noi deve conoscere la nostra storia e la nostra Costituzione, e deve rispettarle, perché altrimenti non si ha futuro. E noi dobbiamo essere i primi a conoscere le nostre radici: se non le conosciamo noi, come facciamo a integrare?».
Già. Ma per conoscere la nostra storia bisogna prima conoscere l’italiano.
«Certo, l’italiano è fondamentale, è strategico per integrare. Se un ragazzo o una ragazza non sanno parlare la nostra lingua o la parlano male rischiano di non riuscire ad avere un futuro di inserimento lavorativo. Per questo ho voluto specializzare 1.000 docenti nell’insegnamento dell’italiano ai neo arrivati, ho voluto investire in Agenda Nord, e ho destinato 13 milioni di euro per il potenziamento dell’italiano nei percorsi pomeridiani. Tutto questo serve per integrare».
C’è un altro problema, che ormai è annoso e diventa sempre più rilevante. L’elevato numero di stranieri nelle classi.
«Tutte le ricerche dimostrano che quando in una classe è molto elevato il numero di stranieri che non conoscono bene la cultura e la lingua del Paese ospitante è più difficile l’integrazione e ci sono peggiori risultati scolastici. E anche gli studenti italiani riscontrano una diminuzione delle performance».
Che fare allora?
«È importante una circolare che ribadisca, rafforzi, renda più efficace la direttiva già prevista che fissa un limite del 30% di stranieri in classe, in particolare con riguardo alle competenze linguistiche».
E che cosa dovrebbe prevedere?
«Che gli uffici scolastici territoriali svolgano una azione di coordinamento al fine di distribuire gli studenti stranieri nelle varie classi e nelle scuole di vicinato per cercare di evitare una eccessiva concentrazione. Mi faccia precisare però».
Prego.
«È evidente che occorrono anche politiche residenziali da parte degli enti locali che contrastino il formarsi di quartieri ghetto, è ovvio infatti che non possiamo mandare uno studente a studiare a diversi chilometri di distanza».
State lavorando su questa circolare.
«Ci stiamo lavorando, certo».
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