- L’allora relazione tecnica stimava che la proroga del 110% sarebbe costata 14 miliardi Il massiccio ricorso alle agevolazioni è diventato un problema per la legge Finanziaria.
- Nessuna intenzione di spaccare la maggioranza. Il pd Giorgio Gori: «Avremmo dovuto farlo noi».
Lo speciale contiene due articoli
Un buco da 43 miliardi di euro. Questa l’eredità lasciata dal governo Draghi all’esecutivo Meloni sulla questione del Superbonus. Stando agli ultimi dati pubblicati dall’Enea, e ripetuti più volte, dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, le detrazioni a carico dello Stato per l’agevolazione al 110% pesano, al 31 ottobre 2022, per 60 miliardi di euro. Dato che risulta essere in enorme crescita se si va a considerare la situazione in essere al 31 dicembre 2021, quando il peso per le casse dello Stato si fermava a «soli» 17,8 miliardi di euro. Periodo nel quale l’allora governo Draghi decise anche, attraverso la legge di Bilancio, di rifinanziare la misura, mettendo dei paletti quasi esclusivamente sulle villette unifamiliari.
L’allora relazione tecnica stimava come la proroga del Superbonus sarebbe costata 14,1 miliardi di euro. Somma che secondo la relazione dell’Ufficio parlamentare di bilancio presentava già qualche problema dato che «nel complesso emerge la difficoltà di prevedere l’effettivo impatto dei maggiori incentivi sulle decisioni di spesa, circostanza resa più problematica dal fatto che il Superbonus per la prima volta copre integralmente i costi, con massimali di spesa agevolabile più elevati rispetto a quelli previsti per altri interventi di incentivo riguardanti gli immobili». Somma, quella stanziata dal governo Draghi, che dunque non ha coperto nemmeno lontanamente i conti dello Stato, lasciando di fatto un buco di 43 miliardi di euro da far gestire al governo Meloni.
Viene però da chiedersi, a fronte dei dati, come mai, il 29 settembre, quando è stata aggiornata la Nota del documento di economia e finanza, l’ex premier Mario Draghi non abbia evidenziato la preoccupante situazione dei numeri legati al Superbonus. Stando ai dati Enea al 30 settembre le detrazioni a carico dello Stato risultavano essere pari a 56,3 miliardi di euro. Somma non così trascurabile. Possibile dunque che Draghi non fosse a conoscenza della situazione? O forse ha preferito non evidenziare la problematica in modo che fosse l’attuale governo a doversi farsi carico della questione?
Quale che sia la risposta quello che conta è che stando ai fatti è l’esecutivo Meloni che sta cercando di risolvere il pasticcio del Superbonus lasciato dal precedente governo. Da qui dunque l’esigenza di voler anticipare le modifiche al Superbonus, rendendolo meno appetibile e introducendo un décalage di spesa dal 110 al 90% dal 2023, inserendolo all’interno del dl Aiuti quater. L’obiettivo è dunque quello di dare un forte segnale di discontinuità, cercando da una parte di tutelare chi aveva già avviato i lavori e dall’altra di salvaguardare le casse dello Stato. Ricordiamo infatti che se si presenta la Cila (la Comunicazione di inizio lavori asseverata) entro il 25 novembre si potrà ottenere la detrazione al 110% anche se, all’atto pratico, i lavori di ristrutturazione ed efficientamento energetico inizieranno nel 2023.
L’agevolazione scenderà al 90% per chi invece inizia le pratiche nell’anno nuovo, comprese anche le villette unifamiliari che hanno tempo per presentare le domande fino al 31 marzo 2023.
Le modifiche apportate al Superbonus non hanno riscosso particolari simpatie, fin da quando sono state annunciate, tra le diverse associazioni del mondo edilizio in particolar modo perché non si sono presi provvedimenti per sanare le situazioni pregresse relative alla cessione dei crediti. «Il nuovo blocco del sistema del Superbonus corre il pericolo di generare una crisi di liquidità per decine di migliaia di aziende italiane e di fermare, conseguentemente, una parte rilevante dei cantieri edilizi. Il problema ruota attorno alla capienza fiscale delle banche e di Poste italiane, i principali soggetti coinvolti nella macchina del Superbonus per la cessione dei crediti che lo Stato ha reso possibili per favorire la ripresa del settore edilizio e delle costruzioni», si legge nell’ultima analisi fatta del Centro studi di Unimpresa, alla quale si aggiunge l’appello di Tiziano Pavoni, presidente di Ance Lombardia che sottolinea come sia da «mesi che chiediamo di risolvere i problemi degli operatori delle costruzioni che stanno sviluppando interventi agevolati dai Superbonus mentre ora, oltre a registrare un nuovo e ulteriore blocco delle piattaforme per la cessione dei crediti, arriva un decreto-legge che stravolge le tempistiche e la disciplina dei bonus edilizi. Un vero tsunami per imprese, lavoratori e famiglie».
Sulla questione della cessione dei crediti di imposta è intervenuto il ministro dell’Economia, Giorgetti, spiegando come il governo stia lavorando per cercare di trovare una via di uscita ma che la cessione dei crediti non deve essere considerata come un diritto ma solo come un’opzione possibile di detrazione, legata all’agevolazione fiscale Superbonus. Concorde con l’esecutivo anche il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, che ieri a margine del forum piccola industria ha dichiarato di capire l’operato del governo dato che «credo abbia fatto una riflessione su quello che è lo stock dei crediti che potenzialmente ha in sé il rischio di creare una moneta parallela. Ha quindi dovuto per forza intervenire per bloccare questo rischio. Le dichiarazioni che sono state fatte dal ministro Giorgetti sono comunque quelle di continuare a sostenere il settore e ci tranquillizzano».
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