Prima sono troppi, poi troppo pochi. Sui turisti stanno dando i numeri
Turismo (iStock)
  • La stagione non è ancora finita, ma i media continuano a offrire notizie sempre più discordanti, passando dall’«overtourism» a crucciarsi per le spiagge vuote e infine a piangere per la «staycation».
  • Per Daniela Santanché si sta concretizzando la tanto agognata destagionalizzazione, in grado di portare sempre più visitatori nel nostro Paese in ogni mese dell’anno.

Lo speciale contiene due articoli

Forse l’unico turista buono è quello che ci dà la carta di credito, ma poi resta a casa e ci lascia soli con le nostre italian meraviglie. Oppure si presenta a novembre, con l’ombrello. Il problema è che la schizofrenia dei media sta raggiungendo nuove vette nel cuore della stagione turistica. Stagione che non è per nulla finita, ma da un paio di giorni siamo inseguiti dagli allarmi di quotidiani, radio e tv su un presunto, drammatico, calo delle presenze. Sarà, ma fino a poche settimane fa, e da mesi, impazzava l’alato dibattito sull’iperturismo che rischia di stravolgere le città d’arte e di distruggere le montagne. Ora, a pochi giorni da Ferragosto, lo sport nazionale della lamentazione ci porta a domande angosciose su dove sono andati gli americani o perché non tutti possono o (vogliono) spendere duecento euro per una giornata al mare.

Già, i prezzi. In queste ore tutti a magnificare il caso di Bibbione, con i suoi 18.000 ombrelloni «tutti sold out con prezzi a partire da 21 euro», come riporta Repubblica. Dalle immagini sembra un po’ un carnaio, ma almeno sarà più facile trovare qualcuno che ti guarda lo zainetto mentre fai il bagno e comunque è sicuramente un posto dove non rischi di incontrare un giornalista del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari. L’allarme, comunque è generalizzato. Federalberghi dice al Corriere della Sera che «al 90% i dati sono negativi rispetto al 2024». E al suo presidente, Berbabò Bocca, tocca prendere il posto di Maurizio Landini della Cgil quando dice che «gli italiani hanno minore capacità di spesa e cercano di organizzare la vacanza in modo diverso». Come? Per esempio affittando appartamenti e mangiando a casa, facendo la spesa al supermercato. Lo stesso Corriere ieri sparava: «Caro prezzi e nuovi trend, il caso delle spiagge vuote. Calo fino al 25%». Toni ancora più drammatici su Sky Tg24: «Estate 2025, crollano le presenze in spiaggia: è allarme per le città di mare». Coglie la palla al balzo Assobalneari, che chiede al governo di Giorgia Meloni di «continuare a difendere il settore balneare italiano dagli attacchi dei tecnocrati di Bruxelles, che vorrebbero mettere a gara le concessioni in modo illegittimo». Per i concessionari di stabilimenti il calo sul 2024 è già tra il 20% e il 30%. Apocalisse sul Messaggero: «Spiagge vuote. Calo di presenze del 30%. La denuncia: “Rincari e tariffe folli”». Mentre la Stampa scodella la coraggiosa «inchiesta», ovvero «Ombrelloni a peso d’oro e le spiagge si svuotano».

Premesso che non possiamo andare a tutti a Bibbione o a Jesolo, senza correre il rischio di devastarle (e far pure salire i prezzi), qualcosa davvero non torna in tutta questa geremiade agostana. In tema di rincari, al netto di truffe e scorrettezze varie, nessuno costringe nessuno ad affittare un ombrellone per duecento euro al giorno, a cenare con cento euro a testa. Sono scelte che si fanno, come spendere mille euro per un telefonino da dare a un dodicenne e poi lamentarsi che i libri scolastici costano troppo. Non vivendo nella Repubblica popolare cinese, il diritto alla vacanza marina o montana a prezzo politico non c’è. E poi l’Italia e l’Europa sono grandi e si possono fare vacanze belle e intelligenti in tanti modi, senza svenarsi.

Poi ci sono quelli che devono restare a casa, perché hanno un parente malato o anziano, perché hanno pochi soldi o hanno altre priorità nella vita. La scorsa settimana sono già stati commiserati a reti unificate, come se fossero tutti in fila alla Caritas, ma tra loro ci sono anche coloro che andranno in vacanza a ottobre e anche coloro che sanno riposarsi e divertirsi a chilometri zero, tra una sagra, una passeggiata, un concerto e un museo. Visto che la macchina del consumo di massa non deve lasciare in pace neppure loro, ecco che la scorsa settimana sono stati scoperti dai giornali e la loro pratica ha vinto un nuovo nome: «Staycation». Anche a leggere giornali non inclini allo storytelling, come Avvenire, pare che imparare a dire agli amici e sul lavoro: «Non vado da nessuna parte, quest’anno ho scelto la staycation» dovrebbe togliere ogni sensazione di essere dei disadattati. Per altro, a far sentire dei disadattati quelli che non partono sono gli stessi media che poi sfornano queste etichette zuccherine.

Quest’uso vagamente truffaldino dell’inglese si completa con un altro termine che abbiamo importato da pochi mesi, «overtourism». Si tratta degli effetti nefasti che un eccesso di turismo può produrre su un luogo e su una comunità, non solo in termini di tutela del patrimonio artistico, ma di stravolgimento dei servizi, delle infrastrutture, della qualità della vita e dei prezzi degli immobili. I primi segnali di un impazzimento sul tema sono stati individuati da tempo e ampiamente dibattuti. I giornali ci hanno posto per mesi e mesi interrogativi angosciosi. Possiamo trasformare le nostre città in bed&breakest, oppure ci vogliono più alberghi? Nei centri storici e per vistare alcuni monumenti bisogna mettere il numero chiuso? Ci piacciono i lucchetti dei b&b per strada, o sono cheap e fanno disordine? Quanti camminatori può tollerare un sentiero di montagna? Ci piace una città sempre vivace, piena di eventi e di visitatori, oppure vogliamo dormire nel silenzio e trovare sempre parcheggio? Se abbiamo 150.000 euro da parte proviamo inseguire un figlio per regalargli un bilocale, oppure ci spenniamo turisti e studenti?

Sarebbero anche temi importanti, che dicono anche all’esterno che cosa vogliamo davvero per le nostre città e per i nostri figli. Ma vanno discussi con calma e con i piedi a bagno. In modo che non resti libero un solo ombrellone.

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