- Il ministro alla Camera: «Le Regioni conoscono i criteri dal 29 aprile». Come se i governatori, sei mesi fa, avessero potuto prevedere le chiusure di oggi. Poi la grottesca richiesta di unanimità sulle nuove misure
- Il paradosso del presidente «con il lanciafiamme»: la Campania è gialla, ma lui avrebbe desiderato regole più severe. «Chi chiude ora riaprirà prima di noi»
Lo speciale contiene due articoli
Con la consueta flemma, il ministro della Salute, Roberto Speranza, in aula alla Camera riferisce sulle misure contenute nell’ultimo Dpcm, e si scaglia contro le Regioni che protestano per la classificazione in zona rossa. «Non c’è un’altra strada», dice Speranza, «la via della precauzione è una via obbligata per arginare la pandemia. I numeri continuano ogni giorno drammaticamente. Questo Dpcm è in piena continuità con le misure che il governo ha tenuto finora, c’è stato sempre un filo comune che unisce tutti i provvedimenti ed è il primato della tutela delle persone, un principio di precauzione evitando che il Sistema sanitario nazionale venga travolto». Fin qui, la situazione generale, poi Speranza passa all’offensiva contro i presidenti di Regione che hanno criticato ferocemente i criteri di assegnazione nelle tre fasce, gialla, arancione e rossa: «Si possono avere opinioni differenti», concede Speranza, «sulle scelte che abbiamo compiuto ma per favore non capovolgiamo la realtà. Andando oltre inutili polemiche tutti dobbiamo trarre una lezione tanto evidente quanto amara: senza consistenti limitazioni dei movimenti e rispetto delle regole la convivenza con il virus fino al vaccino è destinata ad un clamoroso fallimento. In tutte le fasi del nostro lavoro c’è stato il pieno coinvolgimento delle istituzioni scientifiche cosi come delle Regioni. L’ordinanza», argomenta il ministro, «è figlia di un lavoro lungo e faticoso: i criteri di monitoraggio su 21 parametri sono stati condivisi con le Regioni in due sedute congiunte di lavoro, che si sono svolte il 29 e il 30 aprile. Da 24 settimane i 21 parametri di riferimento vengono utilizzati senza che una sola Regione abbia mai eccepito sul modello o sugli esiti delle elaborazioni conseguenti, né mai una voce in dissenso si è sollevata dal Parlamento del nostro Paese, 24 settimane di lavoro proficuo e comune».
«Da 24 settimane»: Speranza poteva semplificare il calcolo, dicendo «da più di sei mesi», ma avrebbe reso ancora più evidente come la sua difesa d’ufficio dell’onnipotente algoritmo che ha il potere di chiudere una Regione e lasciarne aperta un’altra faccia acqua da tutte le parti. Quando, sei mesi fa, hanno approvato quei 21 parametri, che sembrano ormai diventati una sorta di 21 comandamenti, nessuno dei presidenti di Regione sapeva, o poteva lontanamente immaginare, che un giorno quei 21 parametri avrebbero deciso la vita e la morte (economica e sociale) dei popoli da loro governati. «Il documento dal quale derivano le scelte di fondo», insiste Speranza, «poste a base del Dpcm e della mia stessa ordinanza è stato redatto da un gruppo di lavoro con l’Istituto superiore di sanità, l’Istituto Spallanzani e dalla stessa conferenza delle Regioni. La conferenza delle Regioni e delle Province autonome ha formalmente approvato l’8 ottobre questo documento dal titolo Prevenzione e risposte al Covid-19. Evoluzione della strategia e pianificazione nella fase di transizione per il periodo autunnale e invernale. I dati posti a base delle rilevazioni vengono caricati ogni settimana dalle Regioni sul database dell’Iss, la fonte dei dati quindi sono le Regioni. I dati vengono valutati dalla cabina di monitoraggio, costituita il 29 maggio, della quale fanno parte tre rappresentanti per l’Iss, tre per il ministero della Salute», precisa il ministro, «e tre rappresentanti designati dalla conferenza delle Regioni».
All’attacco ai governatori risponde però il fuoco amico di Stefano Bonaccini, che replica piccato: «Siamo tutti consapevoli dell’importanza fondamentale della leale collaborazione istituzionale. Abbiamo sempre lavorato in tal senso, come dimostra quanto fatto in questi mesi condividendo tutte le scelte, anche quelle più difficili e dolorose, assumendoci ciascuno le proprie responsabilità».
L’arringa di Speranza, poi, straripa in alcune considerazione paradossali: «Voglio continuare testardamente», afferma Speranza, «a pensare che ci siano dei limiti che la battaglia politica, anche la più aspra, non debba mai superare, tanto più dentro una grande battaglia sanitaria. In un grande Paese come l’Italia non può essere questo il terreno di una battaglia politica. Se non pieghiamo la curva il personale sanitario non reggerà l’onda d’urto. Non dobbiamo perdere tempo in polemiche», sottolinea il ministro della Salute, «ma dobbiamo lavorare insieme. Ci aspettano mesi non facili ma abbiamo la forza per piegare nuovamente la curva. lo dico con tutta la forza che ho dentro, lo dico in modo accorato: basta, non alimentiamo polemiche, non sono solo inutili ma anche terribilmente dannose. Lasciamo fuori dalla battaglia politica», insiste Speranza, «le questioni scientifiche. Se produciamo un clima sbagliato l’effetto sarà solo il disorientamento e la sfiducia tra i cittadini. E questo ci renderà più deboli di fronte alla sfida di tutti, cioè la lotta contro il virus. Non può essere questo il terreno dello scontro politico».
Ci permettiamo di ricordare umilmente al ministro della Salute, che oggi, in tutto il mondo, non c’è nazione dove lo scontro politico non si infiammi sulle strategie di lotta al coronavirus. Non solo: se la lotta al coronavirus non è una questione politica, non si capisce Speranza che voce abbia in capitolo: si dimetta e lasci il suo posto a un computer. La verità è che chiudere o meno una Regione, è solo e soltanto una questione politica, altrimenti non sarebbe materia di Dpcm. Affermare che la lotta battaglia contro il Covid «non può essere terreno di scontro politico» non solo è una banalità demagogica, ma è anche e soprattutto un modo per tentare di silenziare il dibattito pubblico.
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