Dalla legge truffa agitata senza motivo da Elly Schlein, alla legge fuffa per il centrodestra. I sondaggi ipotizzano un pareggio, magari sotto la soglia del 42%, senza far scattare il premio di maggioranza e a quel punto chi ha maggiore capacità di aggregare una coalizione post voto può salire al Quirinale reclamando l’incarico di governo.
Cosa dicono i sondaggi attuali sul voto
Le simulazioni dei diversi istituti demoscopici, all’indomani del varo della legge elettorale, danno una possibile vittoria del campo larghissimo, che potrebbe arrivare al 43,5%. C’è un però: non c’è campo, ma un ring, non hanno un programma né un leader, con la costante minaccia di Giuseppe Conte: o le primarie – dove è dato in vantaggio – o vado da solo.
Sul fronte del centrodestra, Giorgia Meloni ha già detto che è disposta a perdere pur di non imbarcare Futuro nazionale (in alcune delle ultime rilevazioni accusa per la prima volta un trend in discesa). C’è però la possibilità, se nessuno supera il 42%, che scatti il proporzionale puro, quindi si potrebbe stringere un’alleanza post voto con il generale, per dare vita all’esecutivo.
Al momento chi ha da rimetterci di più sono i «solisti»: da una parte Roberto Vannacci – medita però un possibile ritorno nel centrodestra – e dall’altra Carlo Calenda, che ha svoltato a sinistra. Ha detto: «Ci vuole una patrimoniale europea perché il capitalismo ha distrutto la democrazia». Roba da non credergli! Più scaltro Matteo Renzi, che alla Leopolda ha ammonito: «No a sotterfugi, sì a un contratto trasparente», ma di fatto ha dato il la al movimento di Garofani col suo appello ai forzisti: lasciate la Meloni e venite con noi.
Non è l’annuncio di una nuova rivoluzione socialista (in Spagna devono mollare l’osso), ma la tanto auspicata spallata alla Meloni di cui si è fatto primo interprete Francesco Saverio Garofani, il consigliere di Sergio Mattarella, che non ha lesinato critiche al premier.
Le mosse politiche del campo largo
A dare fiato alla prospettiva delle larghe intese è stata ieri la segretaria generale della Cisl, Daniela Fumarola. A margine di un convegno del sindacato a Modena, ha dettato: «Quello che ci preoccupa è la quota del 42% del premio di maggioranza, perché laddove non si dovesse raggiungere c’è bisogno di uno scatto in avanti di tutte le forze politiche riformiste, liberali, democratiche che dovranno quindi unirsi, secondo noi, per arginare gli estremismi e per dare un governo solido al nostro Paese». Se si vuole sapere cosa pensa il Quirinale della legge elettorale, è questo.
La gazzarra scatenata dalla Schlein in Parlamento, con tanto di cartello bugiardo «Con la Meloni gasolio a 3 euro», non è il vero problema. La Fumarola lo dice chiaro: «Il Parlamento è sovrano. Magari si poteva raggiungere l’approvazione con una modalità diversa, ma non è la prima volta che viene posta la fiducia su una legge elettorale. Anche le ultime sono state votate in questa modalità».
È assai probabile che Mattarella nulla eccepirà, ma neppure la Corte costituzionale perché al piano nobile della Repubblica va bene così: è la migliore condizione per non far vincere nessuno e continuare con i governi di larghe intese guidati da un «tecnico». L’opposto di ciò che voleva ottenere la Meloni. Pare di sentire Tancredi Falconeri, che al Principe di Salina sussurra: «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi». Numeri alla mano c’è il concreto rischio che tornino i gattopardi.
Cosa si rischia con la nuova legge elettorale
Dalla Sicilia l’uomo giusto ce l’hanno: Ernesto Maria Ruffini, che ha imbarcato Franco Gabrielli (la sovranità del popolo! L’esattore più il «capo» delle barbe finte a governare!), è l’uomo del pareggio sostenuto dalla Cei, da Romano Prodi e ovviamente da Mattarella, che da arbitro tifa per la X. Prospettiva tutt’altro che remota, scritta nelle previsioni demoscopiche. L’ultima che tiene conto della nuova legge elettorale è la Supermedia Youtrend.
Con Vannacci in coalizione il centrodestra arriverebbe a 223 seggi, contro 162 del campo largo alla Camera e a 114 contro 80 al Senato. È la sola possibilità che ha il centrodestra di vincere, facendo scattare il premio di maggioranza. Senza Vannacci il risultato sarebbe 221 seggi alla Camera e 112 al Senato (con un vantaggio più ampio) per il campo largo e 139 seggi alla Camera e 70 al Senato per il centrodestra con Vannacci, che in solitaria avrebbe 26 deputati e 9 senatori.
I sondaggi di voto a raggi X
I voti per i partiti danno Fratelli d’Italia al 27,3%, il Pd al 20%, 5 stelle a 12,8%, Futuro nazionale al 7,6%, Forza Italia al 7,3%, Avs al 6,6%, la Lega al 5,6%, Azione al 3,2%, Italia viva al 2,3%, +Europa all’1,7% e Noi moderati all’1,1%. Secondo il Tg3, che ha sondato le coalizioni, centrodestra e campo largo sono pari al 42,5%, con Futuro nazionale al 6,5% (ecco l’ipotesi dell’alleanza con la Meloni nel post voto) e il Centro (Azione più liberaldemocratici) al 4,3%. Ha però ampiamente avvertito Luca Ricolfi: i sondaggi oggi fotografano il nulla perché sono indicazioni sui partiti, non sul governo possibile.
Di avviso quasi simile è Livio Gigliuto, direttore dell’Istituto Piepoli. Sostiene che scatterà la corsa al voto utile e nel caso di Futuro nazionale ci potrebbe essere l’effetto di sbarramento a Giuseppe Conte, a maggior ragione se fosse lui il leader del campo largo, con migrazioni di voti dal generale alla Meloni, per far perdere il più divisivo degli avversari.
Se lo Stabilicum doveva servire a realizzare una stabilità preventiva, l’aria che tira non pare questa. Anche perché i tifosi del pareggio stanno molto in alto e mandano segnali di fumo. Anzi, di Fumarola.
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