Sindaci leghisti assieme ai lavoratori. Pronti i ricorsi al Tar contro il dpcm
  • Gli amministratori del Carroccio scendono in campo a fianco degli esercenti messi in ginocchio dalle restrizioni. L’ultimo decreto di Giuseppe Conte sarà portato davanti ai giudici per chiederne la revisione.
  • Madrid alza i prelievi sui redditi. Il beneficio sarà irrisorio, ma il messaggio è chiaro: punire i «ricchi» a suon di tasse. Come aveva tentato di fare il Pd con la Covid tax.

Lo speciale contiene due articoli

Dovrebbe garantirci, assicura il premier, «un sereno Natale». Nell’attesa dell’improbabile tepore festivo, l’ultimo dpcm è intanto diventato l’incubo di Halloween. Sindaci, governatori, imprenditori: tutti temono che il semi-lockdown sia il colpo definitivo per la già malridotta economia italiana. La Lega cerca così di dar voce al malcontento. Si susseguono riunioni con gli avvocati per tentar di bloccare il decreto del presidente del consiglio. Tramite ricorsi, certo. Che chiaramente non potranno essere presentati da un parlamentare. Né tanto meno dal leader Matteo Salvini. A muoversi dovrà essere invece la pletora dei tartassati: ristoratori, esercenti, titolari di palestre. Il Carroccio darà copertura politica ai ricorsi. Oltre che dagli imprenditori, saranno firmati pure dai sindaci: ma come «persone fisiche» e non da amministratori.

I ricorsi, stavolta, non sembrano l’arma della disperazione. È vero che, durante il primo lockdown, la marea di denunce contro il governo è finita in cavalleria. Ma stavolta, assicurano i legali, le cose potrebbero andare diversamente. È accaduto, del resto, in altri Paesi europei. I giudici hanno già invalidato alcune misure imposte dagli esecutivi. Il caso più eclatante c’è stato in Spagna. Una sentenza del tribunale di Madrid ha ribaltato la decisione di chiudere la capitale presa dal governo socialista di Pedro Sanchez, causa contagi fuori controllo.

Insomma, il lockdown era «illegittimo». Una disputa legale diventata anche politica, e viceversa. La corte ha difatti accolto il ricorso della comunità di Madrid. La presidente Isabel Díaz Ayuso, di centrodestra, denunciava «un’invasione di poteri»: l’autorità regionale sarebbe l’unica ad avere «la competenza per adottare misure speciali in materia di sanità pubblica». In Germania, invece, la battaglia è stata di Davide contro Golia. Il tribunale amministrativo di Berlino ha accolto il ricorso di una dozzina di locali contro la chiusura di bar e ristoranti dalle 23 alle 6. I magistrati hanno giudicato il provvedimento sproporzionato. L’argomento dei ricorrenti era perfino ovvio: la chiusura dei luoghi di ritrovo non impedisce ai giovani di incontrarsi altrove. Senza le precauzioni e le norme igieniche adottate nei locali, magari.

Argomenti che sembrano solidissimi pure nel caso dell’ultimo dpcm italiano, che ha addirittura anticipato la serrata alle 18. Infatti le Regioni proponevano di mantenere le 11 di sera, con servizio al tavolo. Conte non ha voluto sentir ragioni. Ma adesso il malcontento è già rabbia. Salvini, da giorni, ascolta gli amministratori del Carroccio. S’è sentito in videoconferenza con i suoi governatori. E tutti concordano: bisogna agire. Anche perché, ripete il leader, c’è il rischio che si metta in ginocchio l’economia senza apprezzabili risultati sul fronte sanitario. Siamo, insomma, davanti all’interrogativo diventato ormai boutade: perché il virus contagia a cena e non a pranzo?

Urge contromossa, dicono i leghisti. Bisogna scardinare il dpcm. Ricorrere è una «vera e propria necessità salva-lavoro» sostiene Salvini.

Argomentazioni condivise da sindaci e militanti dei territori: «Chi ha rispettato sempre le regole, garantisce la sicurezza e ha investito per interventi di sanificazione e distanziamento non può essere costretto a chiudere se la situazione è sotto controllo». Insomma, vengono colpiti nuovamente settori che non sono veicolo di contagio. Come le palestre, ad esempio.

E poi, ovviamente, un conto sono le grandi città, con le terapie intensive che si riempiono e i mezzi pubblici stracolmi. Ben altro, invece, sono i piccoli Comuni della provincia italiana, dove i casi di positività sono minimi e sotto controllo. Eppure, non c’è alcuna distinzione.

L’usuale esclusione del centrodestra da ogni decisione non ha chiaramente rasserenato gli animi. Dopo essere stati nuovamente tenuti all’oscuro di tutto, Lega, Fratelli d’Italia e forzisti chiedono di votare le misure in aula: «Una discussione parlamentare urgente e un voto punto per punto». Al vertice partecipano Salvini, Giorgia Meloni e Antonio Tajani. C’è anche Silvio Berlusconi in collegamento. Nella nota congiunta si attacca il «surreale» frangente: «In un momento di drammatiche restrizioni della libertà degli italiani, il Senato discute di regolamenti europei e la Camera di omotransfobia».

Ovviamente Giuseppi, dopo la proroga dello stato d’emergenza, a democratizzare le decisioni non ci pensa proprio. Del resto, lo ha placidamente ammesso lui stesso: «Quel dpcm è nato da un lungo confronto tra tutte le forze di maggioranza».

E l’opposizione? La solita telefonata a cose fatte, due minuti prima della conferenza stampa in diretta tv, ha rivelato Meloni. Così, anche di fronte all’ultima richiesta di confronto, il premier ha fatto le solite spallucce.

Dovranno accontentarsi, al massimo, di un’informativa.

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