Dimenticatevi della logica di pacchetto, dei presunti pugni sbattuti sul tavolo, degli annunci trionfali sbandierati dai nostri governanti. Se la riforma del Meccanismo europeo di stabilità si trova ancora al palo, il merito non è da attribuirsi all’esecutivo giallorosso, bensì ai nostri cugini francesi. Esattamente come ricordato dal presidente della commissione Bilancio, Claudio Borghi, nel suo intervento di mercoledì alla Camera, in occasione delle comunicazioni del premier Giuseppe Conte sul Consiglio europeo (…) straordinario sul budget svoltosi ieri. E dire che dopo l’Eurogruppo del 4 dicembre 2019 il nostro ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, si era vantato di avere ottenuto lo slittamento dell’approvazione del trattato. «Non è stato finalizzato stasera», esultava Gualtieri all’indomani della riunione con i suoi analoghi dell’area euro, «abbiamo ottenuto la possibilità di una subaggregazione dei titoli, che rende le clausole di azione collettiva (Cac) a maggioranza singola più simili a quelle a maggioranza doppia, un meccanismo intermedio, una cosa molto tecnica ma che per l’Italia era importante». Una vittoria poi prontamente ripresa dalla stragrande maggioranza della stampa nostrana, che aveva celebrato il rinvio «voluto a tutti i costi» dalla delegazione italiana. Senza addentrarci in pesanti tecnicismi, basti sapere che le Cac entrano in gioco nel caso di un eventuale default del debito sovrano, e che quelle a maggioranza singola – la tipologia cioè che si vuole introdurre con la nuova riforma – rendono la procedura di ristrutturazione estremamente più semplice.
Nei mesi a venire, come dimostrato dai molteplici interventi del presidente dell’Eurogruppo Mario Centeno, la battaglia dei giallorossi si è rivelata poco più che un fuoco di paglia. «Ormai non si tratta più di una questione di sostanza, dobbiamo solo definire alcuni aspetti legali, puntiamo a chiudere tutto entro marzo», spiegava il ministro portoghese a fine gennaio. E proprio Centeno, in un’intervista rilasciata negli stessi giorni per Euractiv.com, lasciava trapelare qualche dettaglio in merito rispetto all’impasse burocratico: «Sul Mes, le notizie che mi arrivano dicono che a Roma sono molto più collaborativi, dovremmo essere in grado di chiudere alcune questioni legali ancora in sospeso circa l’ambito di applicazione delle clausole di azione collettiva che sono state sottoposte al Consiglio di Stato francese». Tutto chiaro, no? Per Bruxelles, quello italiano è il governo amico del quale non ci si deve preoccupare, il vero cruccio semmai è rappresentato dalle istanze dei francesi. Basterebbero le poche parole di Centeno a mettere una pesante pietra tombale sulle velleità di Gualtieri e Conte. Sconfessata la logica di pacchetto e ridimensionate le obiezioni di natura legale, dell’opposizione giallorossa al Mes rimangono davvero solo le briciole.
Ma in cosa consistono le perplessità legali sollevate dal governo transalpino? Scoprire i dettagli della questione non è stato affatto semplice, anche perché se ne parla pochissimo anche oltralpe. Le fonti contattate dalla Verità di stanza a Strasburgo e a Parigi riferiscono che la questione risiede tutta nelle modalità con le quali le Cac debbano essere inserite nella legislazione. Se cioè il loro funzionamento vada specificato già nel trattato del Mes oppure – come prevede la bozza di riforma concordata dagli Stati membri – ogni Paese sia chiamato ad adeguare il proprio impianto normativo con una legge ad hoc. Siamo in attesa, poi, che il Consiglio di Stato transalpino fornisca ulteriore documentazione sul quesito. Come spiega bene uno dei rari articoli sul tema apparso sull’Agefi Quotidien, l’articolo 53 della Costituzione francese prevede che i trattati internazionali, compresi quelli che impegnano le finanze dello Stato (e il Mes rientra tra questi) «possono essere ratificati solo in virtù di una legge». Per questo motivo l’esecutivo francese, che pure è favorevole all’introduzione delle Cac a maggioranza singola, ha preferito inoltrare una richiesta di parere preventivo di costituzionalità sulle modalità di attuazione di questo strumento.
La mossa di Parigi in realtà mira ad escludere ricorsi post ratifica che potrebbero mettere a rischio l’intero impianto della riforma. Ma ormai il ricorso pende da settembre e, dal momento che Bruxelles ha fretta di chiudere la partita, gli euroburocrati iniziano a mostrare i primi segni di insofferenza. Le nostre fonti sostengono che la pronuncia del Consiglio di Stato è prevista tra la fine di febbraio e i primi di marzo, in tempo dunque per l’Eurogruppo in programma il 16 marzo prossimo. Occasione nella quale Centeno e soci sperano di mettere la parola «fine» sulla riforma del Mes.
Cavilli legali a parte, la sospensiva dei cugini sulle Cac solleva più di un interrogativo sul piano politico. Primo, da un punto di vista generale torna a galla l’annosa diatriba sulla compatibilità tra i trattati dell’Ue e le singole costituzioni nazionali. Secondo, per un Paese che è stato previdente e ha chiesto un parere all’organo competente per evitare problemi in futuro, ce ne sono – salvo situazioni della quali non siamo a conoscenza – altri 18 fiduciosi del fatto che l’approvazione del trattato non causerà grane legali. Siamo proprio sicuri che sarà così? Terzo, in questo club rientra l’Italia. Perché i giallorossi, anziché tirare in ballo pacchi e pacchetti, non hanno scelto come i cugini d’oltralpe di sollevare il dubbio di costituzionalità? Nell’attesa che queste domande trovino una risposta rimaniamo tutti sospesi, en attendant Godot.
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