- Studio di Cva e Ambrosetti sugli investimenti necessari al Pniec. Un obiettivo irraggiungibile come mostrano gli intoppi del Pnrr.
- Invece di puntare sulla circolarità, si impone un modello neomalthusiano insostenibile.
Lo speciale contiene due articoli.
Il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima, firmato Gilberto Pichetto Fratin, è stato depositato alla Commissione Ue. Completa il percorso avviato nel 2018 e mette nero su bianco quanto l’Italia dovrà fare per integrare il proprio percorso verde con quello previsto dal Green new deal europeo. Oltre 400 pagine in cui si affrontano i vari temi della transizione e purtroppo si fa accenno a come modificare le abitudini dei cittadini per mettere a terra la transizione ecologica. Un mix tra Stato etico e dirigista. Non a caso si immagina una ridotta mobilità e settimana corta lavorativa con tanto di smart working pur di consumare meno. Al di là degli aspetti socio-filosofici, il Pniec (la sigla del piano) contiene anche numerosi paragrafi relativi alle rinnovabili. Paragrafi analizzati con attenzione da Cva – Compagnia valdostana delle acque – in collaborazione con The European house Ambrosetti. La sintesi è che raggiungere i target sull’installazione di rinnovabili previsti al 2030 richiederà investimenti compresi tra i 74 miliardi (secondo il Pniec +70 gigawatt) e 90 miliardi (solo per la generazione elettrica secondo il target servono 85 gigawatt del Piano 2030 del settore elettrico coerente con il RepowerEu). Ovviamente per il position paper, presentato all’interno del primo Forum delle energie rinnovabili, tali investimenti porteranno all’attivazione di fino a 540.000 nuovi occupati (nel settore elettrico e nella sua filiera industriale) e a una riduzione delle emissioni fino a 270 milioni di tonnellate di CO2 nel periodo del Piano. «Allo stesso tempo, sono importanti pure le ricadute economiche attese», si legge nel paper, «si genererebbero benefici economici compresi tra 121 e 148 miliardi nella sola generazione elettrica».
Ci permettiamo di avanzare qualche dubbio sulla effettiva realizzazione dei termini legati ai ritorni. Non a caso chi scrive il paper si affretta a specificare che «per cogliere appieno i benefici delle rinnovabili, è però necessario sviluppare le filiere industriali green, in un contesto in cui l’Ue detiene solo il 14% della capacità produttiva globale di eolico e solare, concentrando gli sforzi su sei ambiti di sviluppo: Comunità energetiche rinnovabili, agrivoltaico, eolico offshore, revamping e repowering, pompaggi elettrici e reti elettriche». Insomma, la lista delle incombenze è un po’ troppo lunga. Soprattutto se dobbiamo immaginare che tutto ciò si realizzi in soli sette anni.
Da un lato il passaggio alle rinnovabili si dovrà legare a un uso sempre più massiccio delle auto elettriche, almeno se dovessimo seguire i diktat del modello green socialista. Avvieremmo così un gatto che si morda la coda. Meno di due mesi fa Ey, la ex Ernst & Young, ha diffuso un interessantissimo studio sull’incremento delle necessità energivore in caso di parco macchine circolante a maggioranza elettrica. Le analisi Ey evidenziano infatti la necessità di raddoppiare la produzione di energia rinnovabile in 20 anni «perché, tra l’altro, si stima che i consumi di energia elettrica aumenteranno del 20% per via dello switch (cambio, ndr) verso i veicoli elettrici dovuto allo stop europeo al 2035 per auto a benzina e diesel». Tradotto, serviranno 50 terawatt ora all’anno in più e solo per far marciare le auto elettriche. È chiaro a questo punto che la transizione non è ecologica ma business. Nulla di ciò che succederà nei prossimi mesi e anni farà bene all’ambiente. Anzi, il diffondersi delle batterie elettriche scardinerà il sottosuolo. Certo, con l’evoluzione della tecnologia i sistemi di accumulazione miglioreranno e saranno più efficienti, ma continueranno a succhiare ingenti quantità di materie prime. Il Wall Street Journal ha svelato come i vertici di Gm stiano cercando di chiudere accordi direttamente con le società minerarie per blindarsi quote di mercato. Una singola batteria per auto elettrica può pesare fino a 500 chilogrammi e la sua fabbricazione richiede lo scavo, lo spostamento e il trattamento di oltre 225 tonnellate di materie prime che si trovano in Cina o nella Repubblica Democratica del Congo, dove anche i bambini scavano a mani nude.
Così, mentre si discute di cambiamenti climatici e di alluvioni senza concentrarsi sulla pulizia degli alvei dei fiumi e sulla gestione da buon padre di famiglia della nostra orografia, i sostenitori della transizione spingono in una direzione che non sembra affatto rassicurante. Lo studio in collaborazione con Ambrosetti non si discosta più di tanto. Abbiamo difficoltà a mettere a terra ingenti investimenti come quelli del Pnrr e questi solo in parte soddisfano la transizione. Rispettare i tempi di una agenda serrata come quella disegnata in vista del 2030 vorrebbe dire investire un miliardo al mese a partire da agosto. Praticamente impossibile. Il ministro Pichetto nelle interviste rassicura che le tappe saranno sostenibili, ma il Pniec sembra alimentare il racconto della Commissione a trazione socialista. Speriamo che poi da Bruxelles non arrivino altre sorprese.
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