- Nell’Aiuti bis Mef e ministero della Salute chiedono di estendere il «payback» a chi produce dispositivi medici. Per i privati sarebbe un esproprio da 3,6 miliardi. Il motivo? «Ripianare i bilanci regionali provati dal virus».
- L’ex ministro senza vergogna: «Ho seguito la Carta difendendo il diritto alla salute». Peccato che, per colpa delle sue restrizioni, molti italiani abbiano perso quello al lavoro.
Lo speciale contiene due articoli
La politica ha usato il Covid per coprire i tagli al servizio sanitario, l’incapacità di gestire i pronto soccorso, le mancanze organizzative ed è riuscita a convincere le persone che, se le cose andavano male, la colpa era la loro – non del governo. Con la scusa del bene pubblico sono state calpestate la libertà personale e la libertà economica delle aziende. «Non rispetti le regole? Le persone muoiono». È il messaggio diffuso a più riprese. E chi ha provato ad alzare il dito e puntarlo contro le inefficienze e gli errori del Cts o del ministero della Salute è stato additato quale no vax, o peggio, mandante, come ai tempi delle Br. Una violenza sociale che è riuscita a spaccare famiglie, paesi e amicizie. Una violenza che avremmo potuto accettare se dalla pandemia l’Italia fosse uscita migliore, come dicevano gli slogan, che tanto piacevano al ministro Roberto Speranza. Una violenza – figlia di una ideologia liberticida tipica della sinistra e fin troppo apprezzata in Italia – ingiustificabile, ma che oggi avremmo potuto superare di fronte alla messa in atto di interventi costruttivi. Invece, no. Nel 2020 sono state costruite un migliaio di terapie intensive in più. Poi più nulla. Inoltre, mentre la magistratura avviava le inchieste sui bandi di gara gestiti dal commissario all’emergenza, Domenico Arcuri, il ministro Speranza prometteva altri fondi per non trovarci impreparati. L’ultima volta il 22 agosto scorso, quando ha spiegato che grazie alla lezione del Covid «il Servizio sanitario nazionale avrà più risorse». Una grande coraggio da parte del titolare della Salute.
Promettere più welfare il 22 agosto quando per sua firma, assieme al collega Daniele Franco, soltanto tre settimane prima veniva infilato un articolo nel decreto Aiuti bis che in un sol colpo rappresenta un esproprio da 3,6 miliardi e di fatto un taglio secco proprio al welfare. La scelta di applicare un «payback» alle aziende che forniscono ospedali e Asl dei dispositivi sanitari non solo viola la Costituzione e le norme civilistiche che tengono in piedi i bilanci. È esattamente la dimostrazione che la violenza subita durante la pandemia continuerà. Il giorno in cui Mario Draghi si è dimesso ha diramato una circolare per chiedere ai ministeri di affrontare e risolvere le pendenze lasciate nel cassetto. Dal 2015 il comparto, formato da circa 4.000 aziende, attende una definizione di una particolare e molto discutibile tassa. In pratica si vuole imporre ai fornitori della Pa di concorrere a ritroso a eventuali inefficienze dello Stato o delle Regioni. Molto discutibile. Assurdo in questo modo e in questo momento. A queste aziende, celebrate ai tempi del Covid, non viene data la possibilità di organizzarsi, viene imposta una tassa retroattiva sul fatturato e sarà negata la possibilità si sfilarsi da contratti diventati un mero costo. Il tutto mentre i costi delle bollette sono raddoppiati e si apprestano a triplicare. E sul fronte delle materie prime importante va se possibile ancora peggio.
Da un documento interno inviato ai soci di Confindustria dispositivi sanitari si spiega chiaramente l’origine dell’abominio fiscale in corso. «La prima motivazione che ha portato all’articolo (del dl Aiuti bis, ndr) riguarda la necessità di ripianare gli aumenti della spesa sanitaria delle Regioni legati alla gestione della pandemia. Si ricorda che la struttura commissariale ha acquistato (voce di spesa a carico del bilancio dello Stato) vaccini, test, dispositivi direttamente connessi con la pandemia», si legge nella mail, «ma altre spese dirette e indirette sono rimaste a carico delle Regioni. Sebbene ancora non siano stati pubblicati i dati relativi alla spesa sanitaria regionale 2021, da interlocuzioni con alcuni assessori si può affermare che le quote trasferite dallo Stato alle Regioni per la pandemia rappresentano mediamente il 50-55% delle spese effettivamente sostenute».
Capito? Dopo la retorica e gli appelli all’unità, l’unica soluzione per tappare i buchi è tirare il collo alle aziende. Se queste si troveranno a pagare 2 miliardi per il triennio 2015/2018 e un altro miliardo e 600 milioni per il biennio successo potranno dire addio alla liquidità per affrontare l’inverno. Forse Saperanza non sa che tutte le imprese che non hanno accantonato la tassa (come facevano a conoscerne l’importo?) saranno obbligate a infilare l’intero costo nel bilancio di quest’anno. Un salasso dal quale molte non riusciranno a riprendersi. Lavorare per un Stato che ragiona in questo modo significa essere servi della gleba, non attori alla pari. A questo punto, l’unica cosa che è migliorata durante la pandemia è l’ideologia alla Speranza. Nel senso che ha fatto un salto di qualità: è diventata ancor più comunista.
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