- Mr Inps sui 150.000 euro: «Non ho deciso io e non avrò arretrati» Lui fa la vittima, ma le vere vittime dei suoi flop sono gli italiani
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Lo speciale contiene due articoli
Come spesso capita nei melodrammoni della politica italiana, ciò che indigna non è il fatto in sé, ma la pretesa di prendere in giro i contribuenti. I quali – per inciso – sono quelli che con le loro tasse pagano tutta la baracca: e, almeno per un elementare senso di rispetto, non meriterebbero di essere trattati da scemi.
Così, tra le cose che i cittadini-contribuenti pagheranno, c’è pure il poderoso scatto di stipendio (i più perfidi sui social hanno parlato di una versione deluxe del reddito di cittadinanza) per l’ineffabile Pasquale Tridico, il presidente dell’Inps voluto e stravoluto dai grillini. Sempre su Twitter gira già un nuovo soprannome per il boiardo pentastellato della previdenza: «Triplico», più che Tridico, visto che i suoi emolumenti saranno moltiplicati, se non esattamente per tre, almeno per due volte e mezzo (da 62.000 a 150.000 euro l’anno).
E il buon Tridico deve proprio avere un’altissima opinione di sé per difendere l’idea di un maxi aumento dopo le agghiaccianti prove di inefficienza fornite dall’istituto negli ultimi sei mesi: prima l’umiliazione inflitta alle partite Iva in occasione del click day; poi lo stillicidio della cassa integrazione (se non ci fossero state le imprese ad anticiparla, molti lavoratori non avrebbero avuto i soldi per fare materialmente la spesa); e infine la storiaccia della fuoriuscita dei nomi dei parlamentari che hanno chiesto i 600 euro (miserabili loro, per evidenti ragioni, politicamente parlando: ma resta gravissimo che l’Inps, chiamata a custodire dati sensibili, sia stata teatro di una così grave fuga di notizie). Come si dice: sbagliare è umano, perseverare è… grillino.
Eppure Tridico, senza fare né una piega né un plissé, si difende. In alcuni virgolettati pubblicati ieri sulla Stampa, piagnucola buttandola in politica («Infangano me per colpire il governo») o lamentandosi per l’onore offeso («Finora mi hanno colpito sul piano professionale, ora a livello personale»). Mentre su Repubblica, con una lettera aperta indirizzata al giornale che ha sollevato il caso, Tridico scaraventa la palla in tribuna come un terzinaccio del calcio antico: «Non l’ho deciso io e non prenderò gli arretrati», incassando peraltro la risposta bruciante dell’autrice dell’articolo, Giovanna Vitale, che ha buon gioco a citare il decreto interministeriale che aumenta i compensi «dalla data di nomina». Morale: «Tutto il resto è libera interpretazione del professor Tridico». Colpito e affondato. Tra l’altro, la parte più surreale della lettera è quella in cui il capo dell’Inps evoca una simulazione effettuata da un software che avrebbe ipotizzato per lui e gli alti dirigenti Inps un compenso ancora più elevato (240.000 euro): par di capire che i contribuenti debbano dunque tirare un sospiro di sollievo, perché, se si fosse dato retta al software, lo stipendio di Tridico sarebbe stato addirittura quadruplicato.
Con autodifese così, non si va lontano. E in effetti, peggio dell’arringa difensiva di Tridico, sono suonate solo le dichiarazioni di Giuseppe Conte e Luigi Di Maio: il primo attestato sul classico «Non ne sapevo nulla», il secondo in ritirata alla democristiana con un surreale «Chiederò chiarimenti».
Del resto, il presidente Inps ha un talento per le difese affannate e trafelatissime. Ad agosto, in audizione da remoto presso la commissione Lavoro della Camera dopo lo scandalo della fuoriuscita dei nomi dei deputati, dichiarò in modo stentoreo di aver promosso un’inchiesta interna, pur ammettendo di aver conosciuto la notizia da fine maggio e di averla condivisa (la notizia, non i nomi) con il cda dell’Inps (il 30 maggio). Il che (Tridico ci perdoni) fa un po’ sorridere, perché dare una notizia a un cda significa già farla circolare: a quel punto, è per lo meno probabile che la cosa in qualche modo finirà per uscire. Eppure, anche nell’occasione di quell’audizione parlamentare, l’attitudine lacrimosa e melodrammatica di Tridico si rivelò in modo spettacolare: lunghi passaggi sul tema dell’evasione fiscale e contributiva (che non si vede cosa avesse a che fare con il bonus); una specie di mozione degli affetti («abbiamo servito il Paese, siamo stati a dormire nelle sedi dell’istituto»); l’incongruo riferimento alla profilazione fatta da aziende private («Google ci segnala prodotti»). Per non dire del costante richiamo, per giustificarsi, al numero altissimo di prestazioni erogate dall’Inps durante l’emergenza Covid, a partire dai 4 milioni di bonus («guardiamo il dito e non la luna!», ha ripetuto Tridico).
Nondimeno, ogni mese l’Inps eroga 20 milioni di pensioni, e quindi avere a che fare con grandi numeri è la regola, non l’eccezione. Fino al grido conclusivo: «L’Inps è una vittima, non un carnefice».
No, gentile presidente: le vittime sono i cittadini che, oltre a pagarle lo stipendio, devono assistere a questo genere di arrampicate su specchiere sempre più scivolose. E se vogliamo davvero affrontare la questione in modo adulto, senza demagogia, le osservazioni da fare sono due. Primo: è sacrosanto che il responsabile di un ente così importante abbia uno stipendio più elevato, adeguato agli emolumenti manageriali in molte grandi aziende private. Giustissimo: anche su questo, la retorica anti casta e le bambinate grilline si rivelano per quello che sono. Se vuoi dei manager all’altezza, devi pagarli.
E però qui scatta la seconda e definitiva osservazione: chi sta sul mercato, se sbaglia, paga. E dopo gli svarioni che oggettivamente sono capitati al’Inps, dei quali magari Tridico non avrà responsabilità personale diretta (ma esiste pur sempre una incancellabile culpa in vigilando), ci saremmo aspettati – in una logica di mercato – di vederlo uscire dalla sede dell’istituto con il proverbiale scatolone in mano.
Altro che maxi aumento di stipendio.
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