- Salta il blitz del governo che avrebbe rinviato al 2022 la riforma Il pressing del Carroccio impone lo stralcio. Per il momento
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Lo speciale contiene due articoli
Vittoria procedurale della Lega nella Commissione Bilancio della Camera, dopo una battaglia condotta da Massimo Garavaglia. Nelle pieghe della manovra, la maggioranza aveva provato a realizzare l’ennesimo blitz: il «delitto» era all’articolo 151. Ecco il testo: «Nelle more del riordino del sistema della fiscalità locale, al decreto legislativo 6 maggio 2011 n. 68, sono apportate le seguenti modificazioni: all’articolo 2, comma 1, la parola “2021″, ovunque ricorre, è sostituita dalla seguente: “2022″». Traduzione: un rinvio. Qualcosa doveva avere finalmente attuazione tra poche settimane, e invece il governo proponeva di rinviare tutto di un altro anno. Ma di che stiamo parlando esattamente? La rubrica, cioè il titoletto dell’articolo 151, ci fa capire la materia del contendere: «Rinvio del federalismo fiscale». Dunque, quello stesso governo giallorosso che già tiene in ostaggio il tema dell’autonomia differenziata, aveva concepito un ulteriore rinvio di quei margini di federalismo fiscale che furono pensati nel 2009 e che poi, tra una dilazione e l’altra, erano già stati accantonati per undici anni. Così, nell’ufficio di presidenza della Commissione, la Lega ha dato battaglia. Già il governo ha presentato la manovra con quattro settimane di ritardo (avrebbe dovuto inviarla alle Camere il 20 ottobre): quanto meno – questo è il punto fatto valere da Garavaglia, che tiene a ringraziare per la sua correttezza il presidente della commissione, Fabio Melilli – adesso, per rimediare almeno in parte, i giallorossi devono espungere dalla finanziaria tutto ciò che non dovrebbe starci: per un verso le norme cosiddette ordinamentali (cioè quelle non finanziarie) e per altro verso quelle con effetto sulla dimensione locale e territoriale. È dunque maturato lo stralcio di alcune parti, tra cui l’articolo 151. Naturalmente, nulla esclude che il governo ci riprovi in un altro provvedimento (il Milleproroghe è il più indiziato), ma il primo round l’ha vinto l’opposizione. Tornando al merito, tutto nasce da una legge del 2009 (la numero 42), accompagnata da un decreto delegato (il 68 del 2011): la legge aveva per oggetto proprio il federalismo fiscale, e il successivo regolamento stabiliva che, per le regioni ordinarie, il federalismo fiscale sarebbe scattato – appunto – a partire dal 2013. Si trattava, in teoria, di un’autentica svolta all’insegna dell’autonomia e della responsabilizzazione fiscale dei territori: si assegnava alle Regioni autonomia di entrata (sia con tasse proprie sia con la compartecipazione ai tributi statali, contemporaneamente abolendo i trasferimenti dallo stato); si fissavano paletti per garantire unitarietà e armonia in tutta Italia (livelli essenziali di assistenza e prestazioni); si stabiliva un percorso di progressivo adeguamento ai mitici costi standard; e, in nome della solidarietà per i territori meno dinamici, si istituiva un fondo perequativo. A questo punto, dinanzi a norme scritte – per una volta – in modo così chiaro e inequivocabile, che strada rimaneva al legislatore centralista per impantanare tutto? Elementare, Watson: il rinvio. E così, anno dopo anno, la partenza dell’operazione (prevista, lo ripetiamo, per il 2013) è stata differita al 2017, poi al 2018, poi al 2019, poi al 2020, poi al 2021. E adesso? E adesso il tentativo del governo era di rinviare al 2022. Vedremo come finirà questa partita, ma intanto ci sono almeno due riflessioni da fare. La prima: è evidente che, se applicato davvero, il federalismo fiscale avrebbe portato a una piena responsabilizzazione regionale nella gestione economica, con immediate conseguenze in primo luogo rispetto ai trasporti e alla sanità. Per capirci: non ci sarebbe stato bisogno di commissari nazionali (alla Arcuri), di interventi da Roma, né le Regioni sarebbero state costrette a subire l’umiliazione di dover pietire e domandare al governo nazionale. Semmai, si sarebbe innescato un meccanismo di piena assunzione di responsabilità dei governatori, con relativa possibilità di giudizio da parte degli elettori. Caro governatore regionale, mi hai abbassato le tasse e mi hai garantito buoni servizi? Sì? Ti rivoto. No? Ti mando a casa. Seconda osservazione: dal punto di vista dei neocentralisti, ci vuole una bella faccia tosta a incolpare le Regioni delle difficoltà attuali, rese più evidenti dalla crisi del Covid. Costoro, i centralisti, accreditano l’idea che il federalismo sia già realizzato, e che i governatori abbiano pieni poteri, quando così non è. Morale: Roma con una mano tiene fermi i provvedimenti che darebbero alle Regioni poteri veri, e con l’altra incolpa di tutto i governatori. Peggio ancora: i giallorossi lanciano una campagna sulla necessità di «ricentralizzare» poteri e funzioni che sono tuttora nelle mani di Roma. Oltre al danno, anche la beffa.
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