Nella manovra  caos si infila  la droga libera
  • Lunedì il Senato voterà il testo blindato, mentre a Montecitorio mancano date certe Viale dell’Astronomia, finora vicino al governo, attacca: «Investimenti bloccati».
  • Prelievi su giochi, zucchero, plastica e carburanti. Visto lo stallo sul Milleproroghe, nella finanziaria entrano il rinvio del mercato libero dell’energia e il sì alla canapa con Thc sotto lo 0,5%, voluto dalla Cirinnà.

Lo speciale contiene due articoli

A ritardare all’inverosimile il percorso della manovra non c’è solo l’incapacità di gestire la compagine di senatori. Appare chiaro che il governo stia attuando una tecnica ben precisa. Tirare fino all’ultimo per evitare che l’Aula si pronunci, salvo dover premere un pulsante per il sì e il no al testo della legge di bilancio. Il sì a pacchetto chiuso, il no significherebbe far cadere il governo.

L’esecutivo ha infatti preannunciato, per bocca della vice presidente di turno Anna Rossomando, l’intenzione di porre la questione di fiducia sulla prima sezione del disegno di legge di bilancio.

Dopo il via libera della commissione Bilancio, giunto dopo 14 ore ininterrotte di votazioni, i relatori hanno iniziato a illustrare il lavoro svolto e hanno poi verso le 17 di ieri dato il via alla discussione generale durata fino a tarda sera e ripresa stamattina verso le 9.30. «L’Aula è convocata nuovamente per lunedì mattina quando», ha spiegato ancora la Rossomando, «si svolgeranno le repliche e il voto sulle tabelle, la seconda sezione». Per la discussione generale sulla fiducia sono state ripartite due ore in base alle richieste dei gruppi. Alle 14 avranno inizio – con diretta tv – le dichiarazioni di voto cui seguirà la chiama. All’esito del voto – dopo circa un’ora – la seduta sarà sospesa per consentire al governo la presentazione della prima nota di variazione che sarà trasmessa alla commissione Bilancio, si procederà quindi alla votazione della nota di variazione e del disegno di legge.

In pratica il Pd dovrebbe autodenunciarsi alla Corte costituzionale, visto che lo scorso anno, nonostante i tempi di discussione fossero stati più lunghi, il partito di Nicola Zingaretti si era appellato ai giudici per denunciare le irregolarità dei gialloblù. La Consulta bocciò ai primi di gennaio il ricorso. A far perdere tempo era stato l’intervento di Bruxelles che aveva chiesto tra il 7 e il 12 di dicembre una revisione del testo. Quest’anno l’Aula è bendata di fronte a un testo che dovrà votare lunedì pochi minuti dopo aver visto il documento definitivo. Da lì si passerà alla Camera sempre sulla fiducia e senza alcuna discussione. Tanto più che i capigruppo di Montecitorio non si sono ancora accordati sulle tempistiche di ricezione.

Viene da chiedersi quale sia il senso delle istituzioni di Giuseppe Conte e dei partiti che lo sostengono. Si sono messi assieme ad agosto sostenendo che non c’era tempo per andare alle elezioni ed evitare l’esercizio provvisorio di bilancio. Visto che oggi è il 13 dicembre ci sarebbe stato tempo sufficiente per eleggere un nuovo esecutivo e presentare un testo alla manovra. E probabilmente il Senato avrebbe ricevuto il testo la prima settimana di dicembre. Insomma, lo sprezzo per l’iter democratico del Parlamento, da parte dei giallorossi dimostra ancora di più – semmai ce ne fosse bisogno – che l’alleanza serviva solo a evitare le urne e la vittoria di Matteo Salvini.

Senza dimenticare che se la cornice della manovra è pessima, il contenuto si sta rivelando di così basso livello che forse per l’economia tricolore sarebbe stato meglio l’esercizio provvisorio.

Da gennaio l’Iva sarebbe aumentata per un importo incredibile (23 miliardi) ma almeno le aziende non sarebbero state costrette a mini tasse che sono intrinsecamente dannose e ingenerano un surplus di burocrazia altrettanto dannoso. Non siamo solo noi a dirlo. Anche Confindustria, che fino a ora ha sempre guardato al Pd o a Matteo Renzi come si guarda il Messia, inizia a lanciare alert. Enrico Carraro, Marco Bonometti, Pietro Ferrari e Fabio Ravanelli, rispettivamente presidenti delle Confindustrie Veneto, Lombardia, Emilia Romagna e Piemonte, denunciano il decreto legge fiscale collegato alla manovra di bilancio: «Registriamo, nell’azione governativa, una distonia di intenti in merito alle politiche industriali che si vogliono sviluppare», ha detto Carraro. «Alcuni oggettivi segnali di attenzione all’impresa, inseriti nella manovra di bilancio con l’obiettivo di rendere il sistema Paese più competitivo, rischiano di essere totalmente vanificati da misure decise nel decreto fiscale. Prendiamo, ad esempio, il rifinanziamento di Industria 4.0: se da un lato rileviamo positivamente la conferma degli incentivi, l’allargamento della platea dei beneficiari e l’introduzione di un credito di imposta per i progetti di sostenibilità ambientale, dall’altro le pesanti penalizzazioni introdotte dal decreto fiscale rischiano di bloccare tutti gli investimenti».

Anche Carlo Bonomi , numero uno di Assolombarda che aveva festeggiato il Conte bis, prende pesantemente le distanze: «Sembrava nato in un clima positivo (dall’atteggiamento costruttivo nei confronti dei corpi intermedi allo spirito europeista) e in un contesto favorevole di spread in discesa, eppure finora la musica non è cambiata: tanti annunci, ma fatti zero». Un messaggio chiaro. Approvata la manovra, contro i giallorossi partirà la contraerea.

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