Il Recovery prevede la nascita di portafogli digitali. Un documento del Senato e le linee guida europee rivelano che la tecnologia della carta verde garantisce le stesse caratteristiche necessarie al progetto valuta elettronica.

Il green pass viaggia sulla rete a cui sono connesse le piattaforme nazionali per la certificazione Covid di tutti e 27 gli Stati membri e di 16 Stati extra Ue con cui Bruxelles ha rapporti contrattuali di libero scambio, o convenzioni monetarie o contratti di assistenza finanziaria. Dall’esame del gateway europeo sono ricavabili due degli aspetti più critici del green pass: la scalabilità e la modularità. Quindi, la capacità di tutto il sistema di smaltire picchi di carico senza diminuire il livello di servizio e la sua duttilità rispetto, «for instance, to additional usage scenarios, use cases and types of certificates»; cosa che rende l’intero impianto delle certificazioni Covid-19 del tutto neutrale rispetto ai suoi scopi sanitari e già pronto per impieghi addizionali, o usi, scenari e tipologie di certificazione diversi. Interessa cercare di definire i confini di indeterminatezza delle diverse «forme di impiego» a cui pare potersi piegare l’uso del green pass rispetto allo scopo sanitario.

Per chiarire la forza intrinseca del lasciapassare bisogna fare un passo indietro al febbraio del 2020, quando la pandemia non era stata neppure dichiarata dall’Oms, e a quanto introdotto dalla Commissione in tema di identità digitale. Le spiegazioni spuntano dal documento Plasmare il futuro digitale dell’Europa che ha il chiaro obiettivo di consentire il ricorso a una vera «identità elettronica (eId) pubblica universalmente accettata», multiuso e impiegabile per:

1 «migliorare il processo decisionale pubblico e privato»;

2 evitare «tentativi di manipolazione dello spazio dell’informazione»;

3 supportare il Green deal «monitorando dove e quando c’è maggiore domanda di energia elettrica»;

4 modernizzare la struttura economica e finanziaria;

5 avere uno «spazio europeo dei dati sanitari».

Da allora, la centralità dell’identità digitale pubblica si è poi rapidamente estrinsecata con atti formali del tutto paralleli a quelli che hanno portato all’elaborazione e all’implementazione dell’infrastruttura tecnologica del green pass. Tant’è che la Commissione, nel marzo del 2021, ha rilasciato la strategia digitale del prossimo decennio, indicando nella riforma eIdas il perno di azioni di massiccia informatizzazione che andranno fatte a tutti i livelli, specie nei servizi pubblici secondo il modello di governo come piattaforma («Government as a Platform»). Successivamente, agli inizi di giugno, cioè nel pieno dell’iter approvativo del green pass, c’è stato l’annuncio della creazione di portafogli europei di identità digitale, cioè certificazioni di credenziali personali da conservare su wallet dotati di firme crittografiche sotto forma di Qr code, in grado di collegare le identità digitali nazionali degli utilizzatori con la prova di altri attributi personali (conto bancario, titoli di studio). Contestualmente, è stata varata la proposta di modificazione del regolamento eIdas, incentrata su wallet europei interoperabili di identità elettronica, nonché una raccomandazione agli Stati membri; i quali sono chiamati a realizzare entro settembre del 2022, nell’ambito delle azioni di e-governament dei loro piani di Recovery e resilience, i lavori preparatori necessari per dotarsi di architettura tecnica, standard, linee guida e best practice per costruire sistemi di identità elettronica basati su wallet europei di identità digitale.

La futura creazione di portafogli di identità digitale come parte di un cambiamento delle regole di identificazione elettronica rappresenta un passo fondamentale. Passo quest’ultimo che riteniamo essere già a buon punto di realizzazione, proprio per le caratteristiche del sistema del green pass e l’anonimizzazione dei dati scambiati nella rete attraverso l’impiego di protocolli crittografici comuni.

Se prendiamo in considerazione tutto il Pacchetto di finanza digitale licenziato dalla Commissione a settembre del 2020, di cui fanno parte due comunicazioni strategiche in materia di finanza digitale e pagamenti al dettaglio, spuntano tre proposte di regolamento sui cripto asset e su un regime «pilota» per infrastrutture di mercato basate sulla tecnologia dei registri distribuiti (tra le quali rientra la blockchain). A unire i puntini anche qui le caratteristiche collimano con l’infrastruttura del certificato verde.

Il riferimento di Bruxelles, per essere più chiari, è ai pagamenti al dettaglio, quale parte integrante del nuovo mercato dei capitali inclusivo di stablecoin, token digitali e nuovo euro digitale su blockchain. A far emergere la notizia è una serie di documenti del Senato della Repubblica sulle misure europee attualmente in discussione che, al fine di facilitare l’interoperabilità transfrontaliera e nazionale, la Commissione intende esaminare, in stretta collaborazione con l’Autorità bancaria europea, al fine di sostenere l’emissione di una valuta digitale della Banca centrale per le operazioni al dettaglio in euro.

Ma perché sistemi interoperabili di identità digitale sono necessari all’euro digitale? Perché a differenza dei contanti, o delle criptovalute come il bitcoin che è cash nativamente digitale, la forma digitale delle valute legali emesse dalle Banche centrali non sarà né potrà mai essere un puro token digitale controllato da una blockchain, né avrà più le caratteristiche del denaro contante quali ad esempio l’anonimato del possessore. E ciò perché vi sono importanti questioni di riciclaggio di denaro, finanziamento del terrorismo e sicurezza nazionale da salvaguardare, e perché l’impostazione di una valuta digitale di una Banca centrale deve consentire ex ante la complementarietà degli scambi in un’altra divisa legale digitale. La pandemia è stata una opportunità per spingere il piede sull’acceleratore delle novità tecnologiche e della trasformazione dei cittadini in utenti digitali. Come cambierà la nostra vita con l’euro digitale? Lo vedremo nelle prossime puntate.

*Avvocato, docente universitario, blockchain e fintech partner Gim legal sta, membro del comitato scientifico di San Marino innovation

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