I fondi per la Cig crollano da 26 a 2,9 miliardi
  • Il governo finora ha mantenuto l’occupazione grazie al divieto di licenziare e ai sussidi. Però il prossimo anno stanzierà soltanto briciole per i lavoratori. La Nadef prevede anche un calo di deficit e debito dal 2021 al 2023: cioè altre tasse in arrivo
  • Entro il 15 va presentata una bozza all’Ue. E poi mancherà il tempo per la discussione

Lo speciale contiene due articoli

La nota di aggiornamento al documento di finanza pubblica è pronta. Il Consiglio dei ministri l’ha redatta ieri sera nella speranza che l’Ecofin di oggi fornisca qualche appiglio in più alla promesse sui fondi del Recovery plan. Ieri si è tenuto sul tema anche l’Eurogruppo, al termine del quale l’unica notizia l’ha twittata il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri. Ha scritto sui social: «Confermata la necessità, sostenuta tra gli altri dall’Italia, di politiche espansive nel 2021 e di mantenere la clausola di salvaguardia. Consenso sull’accelerazione del negoziato Next generation Eu e sul coordinamento nell’area euro della risposta di politica fiscale». La cruda realtà è però come sempre quella dei numeri. Nel frattempo la manovra di fine anno va preparata e i conti dovranno tornare in ogni caso.

La previsione di deficit sul 2021 (aggiornato al decreto Agosto) arriva al 5,7%, mentre il ricorso di scostamento ulteriore autorizzato a fine a luglio è di un altro 0,4%. Tradotto, se l’obiettivo è spingere un po’ più in là la spesa per la crescita senza andare a smontare gli accordi presi con l’Ue lo scorso anno (e questo è l’obiettivo del governo), significa che ballano circa 2 miliardi di euro in deficit. Sarà oggetto di trattativa al di fuori del Recovery fund? Difficile. Anche perché la Nadef mette nero su bianco la volontà di dare una sterzata alla spesa già dal prossimo gennaio. «Nel triennio di previsione è attesa una marcata riduzione dell’indebitamento netto a legislazione vigente, che scenderà al -5,7% del Pil nel 2021, al -4,1% del Pil nel 2022 e al -3,3% nel 2023», si legge. «Il deficit primario sarà progressivamente riassorbito, collocandosi al -2,4% del Pil nel 2021, al -0,9 nel 2022 e al -0,1% nel 2023, grazie alla dinamica delle entrate più sostenuta rispetto a quella della spesa primaria». Il senso della frase si coglie là dove il ministero dell’Economia spiega che nel 2020 il calo delle entrate quest’anno sarà dell’8% complessivamente (mentre la pressione fiscale salirà al 42,5%), ma quell’8% che lo Stato non è riuscito a incassare il governo lo chiederà in ogni caso ai cittadini il prossimo anno. Tasse in arrivo, al di là di come andrà l’economia.

Ma ciò che stride ancor di più sono i fondi legati alle politiche del lavoro. «I principali obiettivi della politica di bilancio per il 2021-2023 sono, nel breve termine, sostenere i lavoratori e i settori produttivi più colpiti dalla pandemia fintanto che perdurerà la crisi da Covid-19», si legge nella nota in un paragrafo che annuncia «un ampio programma di investimenti e riforme; un’ampia riforma fiscale che migliori l’equità, l’efficienza e la trasparenza del sistema tributario riducendo anche il carico fiscale sui redditi medi e bassi, coordinandola con l’introduzione di un assegno universale per i figli; assicurare un miglioramento qualitativo della finanza pubblica, spostando risorse verso gli utilizzi più opportuni a garantire un miglioramento del benessere dei cittadini».

Chi non lo vorrebbe. Peccato che il libro dei sogni sia ancora una volta contraddetto dai numeri. Questo governo ha puntato tantissimo sulle politiche passive del lavoro. Bonus, assegni per chi resta disoccupato e cassaintegrazione. In cambio ha pensato di impedire per legge i licenziamenti nell’errata convinzione di mantenere stabile l’occupazione. Una strategia errata -abbiamo più volte scritto su queste colonne – che non tiene conto delle vere politiche attive sul lavoro, quelle che consentono il reinserimento e pure la leva per la produttività. Va però riconosciuto che nel 2020 sono stati stanziati 26,6 miliardi per tale strategia, che nel breve termine ha prodotto qualche effetto positivo. Dalla lettura della Nadef si scopre però che di colpo la cifra stanziata per il sostegno al lavoro nel 2021 scende a 2,9 miliardi. Quasi un decimo. Nel 2023 si scende addirittura a 700 milioni. Al tempo stesso si calcolano i benefici del taglio ulteriore del cuneo, che in realtà è l’ampliamento del bonus Renzi, ma non si vede traccia di finanziamenti ingenti sulla componente previdenziale.

Senza contare che nel 2020 per le partite Iva sono stati stanziati 5,4 miliardi di euro. Sacrosanto. Ma nel 2021 e nel 2022 resteranno a bocca asciutta. Tutto ciò nonostante il tanto sbandierato Sure, il fondo europeo che destina nei prossimi anni 27 miliardi all’Italia e tutto dedicato agli ammortizzatori sociali. La domanda è: perché questo cambio di rotta? Perché tagliare i cordoni senza sostituire la Cig con altre strade di sostegno?

Quando finirà lo stato di emergenza, le aziende torneranno a licenziare. Lo faranno per sopravvivere. Lo faranno perché da quest’autunno riceveranno le cartelle esattoriali che che erano state sospese. Perché l’emergenza vale solo per mettere le mascherine, ma il governo le sue tasse le vuole come se non fosse successo nulla. E soprattutto come se dopo Natale non succederà nulla di negativo all’economia. Invece, arriverà l’onda lunga e se non ci saranno ammortizzatori che accadrà ai milioni di disoccupati, inattivi o sotto occupati? Speriamo che il testo così redatto serva solo per tenere buona Bruxelles e poi in Parlamento venga rivisto un po’ tutto. Anche se visti i tempi di discussione in Aula c’è da scommettere che la manovra arriverà ai deputati all’ultimo minuto utile come lo scorso anno.

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