Esplode casa da sgomberare, uccisi tre carabinieri. Meloni: «Funerali di Stato»
Ansa
  • Tragedia nel Veronese, tre fratelli hanno fatto saltare un casolare riempiendolo di gas Una ventina i feriti tra militari, poliziotti e vigili del fuoco. Il premier: «Lutto nazionale».
  • Da Mattarella alla Elly Schlein: chi ora fa scendere in campo il «generale cordoglio» e «l’ufficiale sdegno», in passato ha criticato gli uomini in divisa perché facevano il loro dovere. Chissà se lo farà al prossimo corteo?
  • Valerio Daprà e Marco Piffari erano i veterani, Davide Bernardello il più giovane.

Lo speciale contiene tre articoli

Il tetto del vecchio casolare sventrato. Travi di legno e mattoni a terra. Attorno, sull’erba, i caschi e i giubbotti antiproiettili dei carabinieri.

È quello che rimane del sacrificio dei tre carabinieri, che hanno perso la vita nella notte di martedì, e di un gesto di follia e di criminale disperazione perché i fratelli Dino, Franco e Maria Luisa Ramponi, di 63, 65 e 58 anni, non volevano andarsene dalla loro abitazione di Castel d’Azzano. Vessati dalle banche e disposti a tutto pur di impedire quella che consideravano un’ingiustizia: l’esecuzione forzata del recupero del credito sulla loro cascina, uno dei pochi beni rimasti, dove lavoravano e vivevano occupandosi della terra e di una trentina di mucche.

Le forze dell’ordine sapevano che l’operazione di sgombero, programmata in seguito all’ordine del giudice, era ad alto rischio. E, per questo, era stata studiata da tempo dopo vari tentativi andati a vuoto perché i tre fratelli avevano già minacciato di farsi saltare in aria. Proprio per la delicatezza dell’azione, sul posto erano arrivati i militari dei reparti speciali di Padova e Mestre, le squadre specializzate dell’Uopi della direzione centrale anticrimine e i vigili del fuoco. Fin dalle prime ore della notte, era stata predisposta l’assistenza del sistema sanitario regionale con una automedica e due ambulanze per lo sgombero. Ma quando alle 3.15 di notte le forze speciali entrano nell’edificio, esplode tutto. Il boato arriva fino a cinque chiilometri di distanza e per i carabinieri Marco Piffari, Davide Bernardello e Valerio Daprà non c’è scampo.

Appena si accorgono che stanno per entrare, i fratelli riempiono lo stabile di gas utilizzandolo delle bombole. I militari non fanno tempo a varcare la soglia della porta d’ingresso che Maria Luisa Ramponi scatena l’inferno. Afferra una bottiglia molotov e scoppia tutto.

Che i fratelli Ramponi fossero pieni di esplosivi, anche questa era cosa nota. Proprio nei giorni scorsi, da alcun sopralluoghi realizzati con dei droni, le forze dell’ordine avevano individuato una serie di bottiglie molotov ammassate sul tetto del casolare. «C’era il concreto pericolo che ci potessero essere armi ed esplosivi anche all’interno», ha spiegato il comandante provinciale dei carabinieri, il colonnello Claudio Papagno, specificando come già in passato i Ramponi avessero messo in atto condotte minatorie. Non erano mai arrivati a questo punto, di mettere in atto quella che ormai si configura come una vera e propria strage premeditata. E di cui forse si potevano scorgere le avvisaglie in alcune dichiarazioni rilasciate poco meno di un anno fa.

«Ci facciamo saltare in aria», avevano detto i tre fratelli, agricoltori e allevatori, minacciando proprio il folle gesto dell’altra notte. L’aveva detto chiaro chiaro, Maria Luisa in un video che oggi suona come un macabro annuncio. «Abbiamo riempito la casa di gas. Non sappiamo più cosa fare. Non abbiamo più nulla, continuiamo a subire e subire», dice la donna nel filmato, raccontando di lottare da cinque anni per avere giustizia.

E così, nel novembre 2024, i tre fratelli, si erano barricati sul tetto dell’edificio con una tanica di benzina, dopo aver aperto il gas all’interno degli immobili e chiuso tutte le porte e le finestre, pronti a far esplodere l’intera struttura. Allora, però, erano stati messi in salvo dai vigili del fuoco che li avevano evacuati scongiurando la tragedia. All’origine di tali ideazioni suicidarie vi sarebbero difficoltà finanziarie della famiglia. Tutto pare aver avuto inizio nel 2014, quando Dino, a causa di una serie di debiti accumulati, avrebbe stipulato un mutuo falsificando la firma di un famigliare, forse del fratello Franco. I tre avevano, però, sempre sostenuto di non aver mai firmato i documenti per il prestito, e che anzi le firme erano state contraffatte. Nel mentre, però, secondo quando raccontato da Maria Luisa, scatta un pignoramento di edifici e terreni, viene nominato un custode giudiziario, si susseguono una serie di aste a seguito delle quali gli immobili e i terreni vengono deprezzati e, infine, svenduti. Anche nel 2021, nel tentativo di salvare la proprietà dall’asta, uno dei fratelli era salito sul tetto del tribunale di Verona urlando che si sarebbe lanciato nel vuoto, mentre la sorella, che si cospargeva di alcol nel parcheggio, minacciava di darsi fuoco. In quel caso, a bloccarli era stato il tempestivo intervento di due vigilantes.

Ma se la loro propensione al suicidio come gesto estremo ormai era nota sia in paese sia tra le forze dell’ordine, nessuno pensava potessero arrivare all’omicidio o, addirittura, alla strage, ipotesi di reato al vaglio degli inquirenti (al momento l’accusa è omicidio premeditato e volontario, oggi si terranno gli interrogatori, ndr). Anche il bilancio dei feriti rende la portata del gesto: almeno 25 i ricoverati, sparsi in quattro ospedali della zona. Tra loro anche Maria Luisa, in stato di fermo come il fratello Dino, subito fermato dopo l’esplosione, e Franco, inizialmente scappato dalla scena del crimine e fermato dopo alcune ore in un campo poco lontano dal casolare. Non ha opposto resistenza. Stando ai racconti dei vicini, i Ramponi in paese sono conosciuti come «strani», isolati e senza una rete di amicizie al di fuori del nucleo familiare; fino a qualche tempo fa erano proprietari di diversi campi, poi tutti svenduti per far fronte ai crescenti debiti.

In loro possesso rimaneva solo il casolare, ormai fatiscente, senza allaccio alla corrente elettrica e all’acqua potabile. Pare lavorassero esclusivamente di notte e che ormai vivessero solo del latte delle mucche. A quanto racconta il vice sindaco Antonello Panuccio, il Comune era pronto ad accoglierli in qualche struttura provvisoria, ad offrire un aiuto logistico ma non certo assistenziale data la condizione di dei fratelli, tutti considerati non soggetti fragili e ancora in età lavorativa. Una soluzione inaccettabile a quanto pare, dato che la cascina, per i fratelli Ramponi era diventata ormai l’unica ragione di vita.

Intanto, il Consiglio dei ministri, su richiesta del premier Giorgia Meloni, ha deciso il lutto nazionale e le esequie di Stato. Tre giorni di lutto nazionale anche in Veneto per quella che man mano che escono dettagli, sembra sempre di più una tragedia annunciata.

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