Cinque mesi dopo la sua presentazione ufficiale, siamo sempre lì: l’Europa discute il famoso Rapporto Draghi sulla competitività e continua a non sapere che pesci prendere. Ieri l’ex presidente della Bce è stato chiamato a esporre le sue considerazioni all’Europarlamento e ha provato ad aggiornarle. Anche perché adesso il problema dell’Unione non è più la Cina, ma gli Usa e i dazi in arrivo. Mario Draghi ammette che l’Europa «rimarrà sola a garantire la sicurezza non solo in Ucraina, ma anche in Europa». Un po’ s’era capito e se l’alternativa era continuare a farsi radiocomandare da Joe Biden, forse è meglio così.
Il banchiere romano pensa che Bruxelles dovrà inventare politiche che trattengano le grandi imprese, riducendo carico fiscale e burocrazia, oltre che i prezzi dell’energia. Insomma ha indirettamente confermato l’impietosa analisi di due giorni fa firmata James Vance. Il problema è che Draghi ha chiesto 800 miliardi di investimenti: chi li mette? I contribuenti o i privati? E soprattutto, «bisogna agire come se fossimo un unico Stato», dice l’ex premier. Ma siamo sicuri che sia davvero questa l’Europa che vogliono gli europei? Insomma, come al solito Draghi ripropone il classico schema da banchiere centrale: analisi impietose, un po’ di terrorismo per creare consenso per più tasse e riforme sgradite.
Oggi Draghi, ex candidato a tutto, è un super consulente alle strategie Ue per gente che di strategie non ne ha. E gli tocca parlare nei giorni in cui il peso diplomatico dell’Unione sprofonda a livelli mai visti. Ammette subito che aveva scritto un piano pensando a come competere con la Cina, dopo il disastro suicida del Green deal, ma nel frattempo ha vinto Trump e «c’è una situazione molto difficile». Sono in arrivo i dazi Usa e politiche commerciali aggressive, quindi per Draghi «è sempre più chiaro che dobbiamo agire sempre di più come se fossimo un unico Stato. La complessità della risposta politica che coinvolge ricerca, industria, commercio e finanza richiederà un livello di coordinamento senza precedenti tra tutti gli attori». Quando butta lì «l’unico Stato», non intende certo che avremo identiche aliquote tributarie, emissione di debito comune, fine di qualsivoglia dumping fiscale e sociale, piena condivisione dei flussi migratori e della loro gestione. Purtroppo, ha in mente ben altro: la fine del diritto di veto dei singoli Stati e l’adozione del principio di maggioranza. L’Italia sarebbe sgretolata dai primi «frugali» che una mattina si alzano e decidono che è intollerabile che gli italiani abbiano tante case di proprietà e uno spettacolare tasso di risparmio privato.
Sull’assetto competitivo dell’Ue, Draghi è finalmente spietato. E si permette analisi e previsioni che in bocca ad altri sarebbero tacciate di antieuropeismo, come minimo. Per esempio, agli attoniti membri dell’Europarlamento spiega che «dovremo affrontare i dazi imposti dalla nuova amministrazione statunitense nei prossimi mesi, ostacolando il nostro accesso al nostro più grande mercato di esportazione». E che «in futuro potremmo anche affrontare politiche ideate per attrarre le aziende europee a produrre di più negli Stati Uniti, basate su tasse più basse, energia più economica e deregolamentazione». Sono esattamente alcuni dei nostri mali ben fotografati da Vance. Insomma, troppe tasse, troppa burocrazia, politiche energetiche sbagliate: ma è Draghi che sta parlando, o è Nigel Farage?
Alla voce «frasi a effetto buone per i giornali», Draghi non solo prevede che rimarremo soli a difendere l’Europa, ma anche che «il mondo confortevole è finito». Dimenticando che in Europa troppe persone, in questi anni post Maastricht, non hanno mai vissuto in alcun mondo «confortevole».
Ma qui ecco la strategia del banchiere centrale, esposta con grazia, quasi una Troika dal volto umano: «Dobbiamo abbattere le barriere interne, standardizzare, armonizzare e semplificare le normative nazionali e spingere per un mercato dei capitali più basato sull’equity (capitale)». Come se Bruxelles non avesse provato a sufficienza a «standardizzare», organizzando un’Unione simile a quella barzelletta sull’inferno in cui il cuoco è tedesco, il tecnico è francese, il poliziotto è belga e l’organizzazione affidata agli italiani.
Draghi garantisce anche che se aumentassimo la produttività anche solo del 2% l’anno per dieci anni, «si ridurrebbero di un terzo i costi fiscali per i governi del finanziamento degli investimenti necessari». E la famosa decarbonizzazione la facciamo ancora? Certo, dice Draghi, «può essere sostenibile, ma solo se i suoi benefici vengono anticipati». Formula un po’ criptica, per dire che magari i soldi per «anticipare» e invogliare il mercato alla transizione li metteranno gli Stati. E comunque, intanto, anche Draghi ora dice chiaramente che «bisogna sostenere chimica e siderurgia». Ma ai tempi dell’Unione gretina non erano Satana?
Il costo degli interventi necessari lo anticipa Draghi stesso, con il sottile piacere che solo un grande banchiere può provare: servono 800 miliardi l’anno e servono gli eurobond per garantire il fabbisogno. Tanto per capirsi, l’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti li aveva proposti formalmente già nel 2003, almeno per infrastrutture e difesa europea, ma a Bruxelles li respinsero. Con la consueta lungimiranza. E ora che il vertice di Riad urla al mondo intero che l’Europa è nuda, Bruxelles si affida alle ricette di Draghi, che a 77 anni, evidentemente è ancora il più lucido della compagnia.
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