- Soprannominata negli ambienti ostili «la zarina di via Arenula», Giusi Bartolozzi è da sempre donna di legge, prima avvocato e poi toga. Velocità e decisionismo i suoi tratti più noti. Qualità che, se fosse di sinistra, le varrebbero applausi anziché ritratti al vetriolo.
- Ieri il presidente della Camera Fontana ha respinto l’istanza di Avs, gli atti restano segreti: «Prassi consolidata».
Lo speciale contiene due articoli.
Paga la tremenda colpa di avere una marcia in più. Nel mondo felpato degli alti funzionari dello Stato, dove le scarpe con la para vengono talvolta scambiate per pantofole, Giusi Bartolozzi indossa volentieri le sneakers per i 10.000 passi quotidiani. La capogabinetto del ministro Carlo Nordio pensa veloce e va veloce, detesta che le carte rimangano sulle scrivanie, che i dossier diventino origami, che le urgenze si trasformino in sbadigli. Si chiama efficienza, di solito si accompagna alla solitudine. La donna che rischia di rimanere con il cerino acceso del caso Almasri, sulla questione finora ha pronunciato solo una frase: «Non temo niente, chiarirò ogni dubbio». Poi, secondo una fonte del ministero, ha passato la giornata a lavorare.
Lady Bartolozzi è nota per tre caratteristiche: sa fare il suo mestiere come pochi altri e per questo ha scalato velocemente i gradini di palazzo Piacentini; è soprannominata «la zarina di via Arenula» nei ritratti antipatizzanti per enfatizzare in negativo doti rare (nella pubblica amministrazione) come il decisionismo e il dinamismo; viene coccolata da Nordio con l’ironico apprezzamento «la mia ministra», frase che in questi mesi ha creato non poche gastriti nei dintorni. Se fosse di sinistra potrebbe facilmente difendersi dalle accuse di dispotismo dando dei «sessisti» a chi le ha pronunciate, ma è una persona seria quindi tira dritto. In queste ore legge e rilegge con aria perplessa la richiesta di autorizzazione a procedere del Tribunale dei ministri, dove a lei (non indagata) viene riservato dalle tre colleghe accusatrici un urticante contropelo: «Intrinsecamente contraddittoria», «la sua versione è da ritenere sotto diversi profili inattendibile e, anzi, mendace». Tutto ciò per presunte reticenze nell’informare il ministro, anche se in sede di deposizione lei ha ribadito che con Nordio «mi sento 40 volte al giorno». Giusi Bartolozzi è siciliana di Gela, ha 55 anni e un percorso professionale nel mondo della giustizia: prima avvocato e poi magistrato. Dopo un periodo di pratica a Roma diventa giudice civile e penale nella sua Gela, poi a Palermo. Torna nella capitale in Corte d’Appello e trova l’anima gemella fra i codici: sposa l’avvocato Gaetano Armao, ex vicepresidente della giunta regionale siciliana di Nello Musumeci. Nel 2018 viene folgorata dalla politica e scende in campo con Silvio Berlusconi; è eletta alla Camera e partecipa alla Commissione Giustizia e alla Commissione Antimafia. Non proprio pizza e fichi. Della sua avventura politica si ricordano tre episodi decisivi, in chiave (udite udite) progressista.
I primi due la allontanano da Forza Italia: vota a favore del Ddl Zan sull’omotransfobia contro le indicazioni del partito e qualche mese dopo vota un emendamento sulla giustizia con la sinistra, diventando per qualche giorno un’icona guevarista. Come conseguenza lascia gli azzurri per entrare nel gruppo misto. È la cosiddetta mini diaspora radical, in compagnia di Elio Vito, Renata Polverini, Stefania Prestigiacomo e Matteo Perego. Il terzo episodio in realtà è un giro di giostra del 2020 nel luna park di Montecitorio. Vittorio Sgarbi, al culmine di un’invettiva delle sue, la insulta pesantemente per aver preso le difese della magistratura (anche questo nel magico mondo dem oggi non conta). Tutti ricordiamo Sgarbi portato fuori dall’Aula a braccia dai commessi mentre tuona maledizioni poco divine; ecco, la destinataria era lei. Al termine della legislatura Bartolozzi non viene ricandidata, ma Nordio decide di avvalersi delle sue qualità da fighter per immettere adrenalina negli uffici di via Arenula: prima come vice capo di gabinetto, poi come capo con licenza di schiacciare l’acceleratore. Il risultato è elettrico: sette dirigenti (il Foglio li ha contati) danno le dimissioni. E dopo la vicenda del generale libico, il Crozza dei senatori Matteo Renzi chiede al ministro di «cominciare la riforma dividendo la sua carriera da quella di Bartolozzi». La sua colpa? Avere tenuto la barra dritta, non avere balbettato, non essersi messa in ferie. Dicono che voglia tornare alla politica e che sia considerata una risorsa meloniana per il prossimo giro. Tutto dipenderà dal finale di questo docufilm dal titolo «L’invasione degli ultragiudici». Il governo è pronto a proteggerla facendo scattare la legge costituzionale (articolo 9, comma 3): «Se il reato viene commesso da più soggetti in concorso tra loro, sia l’assemblea a indicare a chi – anche se non ministro o parlamentare – si estenda il diniego».
Bartolozzi è accusata perfino di avere intimato ai funzionari, nel mezzo della crisi Almasri, di non usare le mail per gli scambi di informazioni riservate. Ha detto a una collega: «Basta. Basta. Basta. Non comunicate più. Segnati su Signal». Il minimo sindacale, anche se in una situazione simile qualche Procura di nostra conoscenza avrebbe lasciato il telefonino acceso in collegamento con La Repubblica. Napoleone Bonaparte diceva sbuffando: «L’intendance suivra». Dopo, sempre dopo. Viva le zarine con le sneakers, convinte che è possibile farla arrivare prima o durante.
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