Settimana di audizioni in Parlamento per il disegno di legge sulla Concorrenza. In commissione Industria del Senato sfilano in questi giorni esponenti del mondo produttivo toccati dal disegno di legge che dovrebbe, secondo le intenzioni, contribuire ad aprire i mercati. La legge per il mercato e la concorrenza, ricordiamo, è una legge che dovrebbe avere cadenza annuale, prevista dal 2009 nel nostro ordinamento, ma in 12 anni si è vista soltanto quella del 2017. Il governo prova a rilanciare l’attività su questo fronte con un articolato complesso e corposo, che affronta diversi nodi importanti. Una sorta di provvedimento omnibus ritenuto particolarmente importante dal governo, anche perché incardinato tra le attività del Pnrr.
Il ddl contiene ben sei deleghe al governo (mappatura concessioni, servizi pubblici locali, trasporto pubblico non di linea, revisione dei procedimenti amministrativi, semplificazione dei controlli sulle attività economiche, semplificazione sistema di vigilanza del mercato). La carne al fuoco è tanta:
1 sviluppo delle reti di telecomunicazione nelle aree ancora prive di copertura;
2 rilascio di concessioni per la gestione di porti;
3 concessioni di grande derivazione idroelettrica;
4 gare in materia di concessioni di distribuzione del gas naturale;
5 Testo unico in materia di servizi pubblici;
6 modalità e criteri più trasparenti nel sistema di accreditamento con riguardo all’erogazione dei servizi a livello regionale, in ambito sanitario;
7 gestione rifiuti;
8 disciplina sul sistema di vigilanza e sulla conformità dei prodotti;
9 rafforzamento della concorrenza nei contratti di servizio pubblico locale, anche rivedendo i meccanismi di incentivazione delle aggregazioni tra Comuni in ambiti ottimali.
Tutti temi assai delicati, soprattutto per quanto riguarda servizi essenziali come il trasporto pubblico locale, la distribuzione del gas e le concessioni idroelettriche. Su questi ultimi due aspetti in particolare si è soffermata in questi giorni l’attenzione della commissione Industria del Senato, che ha ascoltato Assoidroelettrica, Federidroelettrica, Assogas, Snam, Enel e A2A. Per quanto riguarda la distribuzione del gas, il decreto legislativo 164/2000 ha previsto per il comparto l’obbligo di affidamento del servizio in concessione per 12 anni tramite gara. Nel tempo però, di fronte all’inerzia dei vari attori coinvolti, si è sedimentata sul tema una corposa normativa che ha complicato ulteriormente i processi, tanto che ad oggi su circa 170 bandi di gara attesi se ne sono visti solo 27, e solo sei gare sono giunte a un esito con aggiudicazione. Il ddl Concorrenza cerca quindi di sbloccare le gare proponendo un diverso regime di valorizzazione degli asset, per rendere più vantaggioso per gli enti locali dare in concessione la distribuzione. Difficile dire se la norma avrà un’efficacia concreta.
Ma è sul tema delle concessioni idroelettriche che il disegno di legge governativo incontra serie resistenze. L’articolo 5 del testo, in cui si prevede che le concessioni di grande derivazione idroelettrica vengano messe a gara, non piace agli attuali detentori di concessioni. L’opposizione verte tra l’altro sul tema della reciprocità rispetto agli altri Stati membri dell’Unione europea. Se questi a loro volta, in contemporanea, non istituissero gare per le proprie concessioni idroelettriche ci troveremmo in effetti di fronte a una asimmetria, l’ennesima, a tutto svantaggio dell’Italia. Aprire le gare italiane ad aziende estere favorirebbe l’assalto di grandi gruppi, spesso puramente finanziari, che considerano questi asset regolati preziosi perché relativamente sicuri, con ritorni certi per periodi prolungati. A danno anche di realtà imprenditoriali piccole e legate al territorio, si avrebbe una finanziarizzazione di un’attività che è, invece, strategica per il Paese. In un momento difficile come quello attuale, mettere a gara le concessioni comporterebbe una seria contrazione degli investimenti. Difficile non essere d’accordo con questi rilievi.
Perplessità, di altro genere, emergono anche per quanto riguarda le procedure di selezione dei componenti delle diverse Autorità indipendenti (articolo 32 del ddl). Nel tentativo di evitare sospetti sul carattere di trasparenza e imparzialità delle nomine, il ddl prevede un bizantino sistema di commissioni tecniche che dovrebbero esaminare i curricula dei candidati. In sintesi, il presidente del Senato, quello della Camera e le due Camere dovrebbero formare ciascuno una commissione di cinque membri (naturalmente nel rispetto della parità di genere) che avrà lo scopo di selezionare una short list di almeno quattro candidati a presidente o a componente per ciascuna delle nove Autorità indipendenti presenti nel nostro ordinamento. Il titolare della nomina, quindi, sceglierà tra i candidati proposti dalle commissioni. Visto che queste sono a loro volta formate per cooptazione, però, di fatto si sta solo spostando il problema dalle autorità alle commissioni.
La sensazione, insomma, è che questo ddl Concorrenza non contenga grandi soluzioni e che si avvii piuttosto a un iter parlamentare assai tormentato, esattamente come quelli che l’hanno preceduto.
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