- Il governo lavora per affossare le richieste dei governatori del Nord. Ma all’estero è uno dei pochi sistemi che funzionano.
- L’ex ministro Erika Stefani: «L’esecutivo non fa che perdere tempo, Boccia parla ma è tutto fermo per non produrre ulteriori attriti in questa maggioranza. Ma così si ignora la voce del popolo che ha enormi aspettative».
Lo speciale contiene due articoli
«L’autonomia alle regioni? La darò io nel modo giusto». Così aveva promesso nel suo roadshow nei territori del Nord (neanche fosse un proconsole di Domiziano imperatore) prima di Natale. Ma il modo giusto del ministro Francesco Boccia è il famoso sistema mago Silvan: risolvere il problema facendolo scomparire dai radar. Così è stato e l’autonomia di chi l’aveva chiesta con il referendum (Lombardia e Veneto) e di chi l’aveva negoziata con una certa condiscendenza per affinità politiche (l’Emilia Romagna) è tornata a essere un miraggio all’orizzonte.
Al governo giallorosso, impegnato sui decisivi fronti della sopravvivenza, dell’annuncio fine a sé stesso e dell’appeasement all’Europa sui migranti, delle richieste dei cittadini lombardi, veneti ed emiliani non importa nulla. Ma nello stile andreottiano di Giuseppe Conte non è necessario dirlo, basta farlo capire con il silenzio. E tenere aperto il ministero delle Autonomie e Affari regionali, solo per poter dire: siete nei nostri pensieri. Quella che avrebbe potuto essere una primavera di novità, un primo reale rilancio del Paese al traino di regioni locomotiva, rimane un inverno del nostro scontento, un’ipotesi di accordo che vede ogni volta i governatori stilare il protocollo, portare la penna stilografica. E il governo non firmare.
Boccia si ferma alle frasi a effetto come «Vedrete che farò io ciò che non è riuscita a fare la ministra leghista Erika Stefani», «Siamo pronti a concedere l’autonomia differenziata». Ma nulla si muove perché il Pd vuole così. A differenza del Movimento 5 stelle, che due anni fa aveva appoggiato il referendum in Lombardia e Veneto (anche se una volta al governo ha dovuto subire il pressing difensivo del Quirinale), il centrosinistra ha sempre osteggiato un’autonomia vera. Il Pd nordista e postfordista ha sempre avuto due tabù: il federalismo compiuto e le partite Iva. Due totem intangibili che negli ultimi vent’anni sono costati perdita di consenso e legnate elettorali, ma invano.
Il pregiudizio resta, e l’autonomia studiata da Boccia – fra pesi e contrappesi – è l’immagine di questa contraddizione. È il modo migliore per continuare a frenare la spinta del diciassettesimo Land della Germania (la Lombardia, con il pil superiore a quello della Baviera), per appesantire ogni gesto, ogni movimento con la burocrazia centrale. Dietro un malinteso senso della solidarietà (gli ospedali e le università del Nord, soprattutto di Milano, sono già i meglio funzionanti e i più utilizzati d’Italia) si vuole nascondere e negare la necessità di una maggiore libertà di manovra per garantire competitività imprenditoriale.
L’autonomia abbandonata in un angolo come un cassonetto dell’immondizia alla Garbatella è la fotografia di una sciatteria politica senza speranza. Ma anche quella proposta da Boccia, che ha nei Comuni il centro nevralgico del sistema, non è vera autonomia. «Quel testo è irricevibile», aveva tuonato Luca Zaia. La bozza quadro stabiliva di affidare ai Comuni le funzioni amministrative, di coinvolgere le Città metropolitane, di affidare a un commissario ministeriale la definizione dei Lep (i livelli essenziali di prestazione da attuare con il principio dì sussidiarietà), di prevedere vincoli a favore delle regioni più svantaggiate.
Sussidiarietà, solidarietà e perequazione, con il denaro trasferito direttamente da chi ha di più a chi ha di meno. Uno stupendo protocollo da onlus, un cordone sanitario per bloccare immediatamente con la mano sinistra ciò che si sta per concedere con la destra. Con un problema insuperabile: se Lombardia e Veneto volessero garantire più servizi ai cittadini dovrebbero farlo a parità di costo o alzando la pressione fiscale. Come dire, ripartire da zero.
Mentre i 15 milioni di abitanti di Lombardia e Veneto continuano a spingere, rappresentati da Attilio Fontana e Luca Zaia, i 4,5 milioni di emiliani e romagnoli hanno rinfoderato le speranze dopo la vittoria di Stefano Bonaccini nella corsa alla regione. Proprio lui che aveva fatto scomparire dai manifesti con il suo nome il simbolo del Pd per non confondersi con la casta della politica, il giorno dopo il voto è rientrato nei ranghi, fedele alla linea. E l’autonomia non è più una priorità, forse neppure per il Centrodestra. Fratelli d’Italia è statalista per evoluzione naturale. E dentro la pancia della Lega, quella storica e postbossiana, gira un altro motivo frenante: neppure Matteo Salvini, dopo avere varato con enorme successo la Lega nazionale (dal 4% al 32%, ha ragione lui a prescindere) sarebbe più così entusiasta di una mossa percepita come localistica.
Così l’autonomia è tornata a essere un’apparizione scomparente, con o senza le uscite carsiche di Boccia. E sul tema, a forma di pietra tombale, non poteva non arrivare la sentenza delle Sardine, ormai attesa dalle quattro sinistre di governo (copyright di Silvio Berlusconi) come una pronuncia di Cassazione, come una fideistica espressione dell’oracolo Mattia Santori: «Significa divario, ingiustizia e falsa narrazione di un Sud che ha tutte le potenzialità per ripartire. L’autonomia non ci piace». È il segno dei tempi, chi vale zero ha l’ultima parola.
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