La sgozzatrice del figlio era ok per i giudici
Fiori e un camioncino giocattolo dei pompieri sono stati messi sotto il portone della casa dove una donna ha ucciso il figlio, di nove anni, tagliandogli la gola, a Muggia, in provincia di Trieste (Ansa). Nel riquadro Olena Stasiuk
  • Il report alla base della decisione sulle visite: «Difficoltà psicologiche superate brillantemente» da Olena, che ha tagliato la gola al suo Giovanni. Le toghe fanno uscire di cella due stupratori e un assassino per obesità.
  • Uno stupratore ai domiciliari, due violentatori scarcerati per inciampi procedurali, il killer liberato perché obeso e tabagista: la cronaca è piena di decisioni incredibili.

Lo speciale contiene due articoli.

«Un allarme inascoltato» e un «pericolo che non è stato arginato». Il giorno dopo la tragedia, Muggia, il paese di 12.000 abitanti in provincia di Trieste, è sotto shock per la morte del piccolo Giovanni, un bambino di nove anni sgozzato nella sera di mercoledì dalla mamma, Olena Stasiuk. La cinquantacinquenne ucraina era «malata psichiatrica» ed era stata in cura nel Centro di salute mentale di Trieste.

Olena era «pericolosa» e già in passato aveva cercato di uccidere il bambino tanto che l’ex marito da anni aveva denunciato la sua pericolosità. Però per i giudici e gli psicologi la donna «era in miglioramento» e da alcuni giorni poteva incontrare il bimbo da sola. Agli uffici del ministero della Giustizia potrebbe arrivare, nei prossimi giorni, una relazione in merito alla decisione del tribunale civile di Trieste del 13 maggio scorso, quando accordò a Olena Stasiuk la possibilità di vedere il figlio di nove anni una volta alla settimana. Secondo quanto riferisce un’agenzia diffusa dall’Ansa, la relazione, come da prassi, potrebbe puntare a far luce sulle motivazioni che avrebbero portato i giudici a questa decisione. Olena è una «malata psichiatrica», senza un lavoro stabile, descritta da molti come «un fantasma», con precedenti «documentati» di maltrattamenti nei confronti del figlio. Ma per i giudici e per gli assistenti sociali poteva vedere il figlio da sola. Una «sottovalutazione» della pericolosità sociale della donna da parte dei servizi sociali e del tribunale? Perché Olena poteva stare da sola con suo figlio se diceva di volerlo ammazzare?

Sono tanti gli interrogativi a cui dare risposta adesso che la tragedia è avvenuta. Ora al dolore per una morte così ingiusta e prematura si aggiunge la rabbia per le «falle» che il sistema di protezione ha evidenziato. I segnali della malattia e della pericolosità della mamma erano tanti ed evidenti. Tutti «inascoltati» o «sottovalutati» come emerge da atti, relazioni degli specialisti, denunce di Paolo Trame, il papà del bimbo. Il giorno dopo l’immane tragedia, si rimettono insieme i pezzi di un puzzle che fotografa una «realtà agghiacciante». Basta rileggere le parole che la stessa Olena Stasiuk pronunciò l’11 luglio del 2018 e verbalizzate in una relazione dei servizi sociali in cui gli specialisti evidenziavano la necessità di affidare il bambino «esclusivamente» al padre. Perché? Perché Olena aveva espresso le sue intenzioni: «O Giovanni rimane con me, oppure io sono disposta a uccidere il bambino, a uccidere me, buttandomi nel mare, e a uccidere anche Paolo». A riferirle, in un’intervista a SkyTg24, è stata Gigliola Bridda, avvocato del papà del piccolo ucciso.

L’uomo, che si era separato da quella donna «malata», negli atti dell’epoca, aveva ribadito la pericolosità dell’ex moglie: «Io sono preoccupato per l’incolumità di mio figlio. Sono preoccupato per la sua integrità. La mia ex moglie può arrivare a ucciderlo. Perché ho visto quello che capitava a casa». Il papà di Giovanni, in particolare negli ultimi due anni, era sempre in ansia quando suo figlio stava con la mamma perché erano accaduti episodi «gravissimi»: era stato lo stesso bimbo, che allora aveva sette anni, a raccontare al padre di essere stato aggredito dalla mamma mostrando un segno sul collo. Infatti, da quanto è emerso, la donna aveva cercato di strangolarlo tanto che il piccolo finì in ospedale con un livido evidente sul collo, refertato con tre giorni di prognosi. Questo fu uno degli episodi più gravi, ma non l’unico segnale della pericolosità della donna.

Eppure, nell’ultima relazione della psicologa, riportata dal Piccolo, era stato messo nero su bianco che Olena Stasiuk «stava attraversando una fase di miglioramento, caratterizzata da maggiore stabilità e capacità di gestione delle emozioni». Sempre secondo il Piccolo, il report parlava di «Difficoltà superate brillantemente». I fatti, purtroppo, dicono il contrario. Il rapporto tra la donna e il bambino era seguito dal tribunale e dai servizi sociali. Il tribunale aveva affidato il piccolo al padre e, fino a poco tempo fa, gli incontri tra mamma e figlio avvenivano in modalità protetta, ovvero alla presenza degli assistenti sociali. Poi, da alcuni giorni, era stata «allentata» la sorveglianza e Olena poteva vedere suo figlio da sola. Quello di mercoledì sera era il secondo incontro tra la donna e il bimbo. Quando le forze dell’ordine sono giunte, hanno trovato il piccolo sgozzato e lei con ferite ai polsi. È stata portata in ospedale e poi arrestata. Le indagini dovranno accertare se Olena fosse in grado di poter stare da sola con suo figlio.

Nella serata di ieri, il direttore di tutti i centri di salute mentale di Asugi (Azienda sanitaria universitaria giuliano isontina), Massimo Semenzin, ha precisato che Olena Stasiuk aveva cominciato «un percorso nel 2017, è stata visitata più volte al Centro di salute mentale dopo la problematica separazione dal marito. Ogni tanto la signora manifestava dei disturbi, da ansia soprattutto, come ho letto nella cartella clinica. È stata seguita fino al 2023 poi è stata concordata una interruzione; non assumeva terapia farmacologica. Noi siamo rimasti a disposizione qualora ci avessero avvertiti che vi erano segnali di malessere, ma nessuno ci ha avvertiti». Il responsabile lo ha detto, ieri, ai microfoni dell’emittente locale Tele4, mostrando la relativa documentazione. In sintesi, nel 2023, le notizie che arrivavano al Centro di salute mentale centrale di Asugi era che, per motivi clinici, non c’era più necessità che la donna fosse seguita.

Nessuna notizia giunse, invece, in merito alla relazione tra la madre e il figlio. Ma il responsabile ha spiegato perché: «Non compete a noi».

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