La Consulta decide il nostro  futuro sull’eutanasia, la giustizia e la droga

Al vaglio i quesiti referendari. Bioliberismo? Potremo solo «sballarci» o «ucciderci».

Lo speciale contiene due articoli

Se per caso fossero state necessarie ragioni supplementari per augurarsi che i sei referendum sulla giustizia promossi dalla Lega e dal Partito radicale possano (prima) essere ammessi dalla Corte costituzionale e (poi) sottoposti al voto degli italiani, è stato l’ultimo weekend a fornircele. Perfino per proporre al Parlamento un intervento da minimo sindacale (fermare le «porte girevoli» tra toghe e politica) è stata necessaria al governo una mediazione spossante. Insomma, anche solo per dare il via a un intervento limitato, marginale, direi quasi impercettibile rispetto ai problemi immensi del sistema giustizia, è servito uno sforzo enorme.

In queste condizioni, qualcuno pensa che questo governo e questo Parlamento possano farsi carico di interventi profondi in materia di giustizia? Decisamente no. Dunque, a maggior ragione ha senso dare la parola agli italiani su alcuni punti decisivi, affinché sia la forza degli elettori a sciogliere alcuni nodi e a indicare la via. Calcisticamente parlando, ci siamo trovati davanti a un «attacco a due punte»: l’iniziativa del governo e i referendum. Poiché, com’era prevedibile, la prima appare debole, ha ancora più senso investire politicamente sui secondi.

I sei quesiti, pur non potendo intervenire su norme costituzionali (per evidenti ragioni connesse ai limiti imposti ai referendum nel nostro sistema), hanno il merito di consentire agli elettori sei scelte di fondo.

Sul Csm, il quesito elimina l’obbligo per il magistrato di raccogliere almeno 25 firme per candidarsi, e in altre parole evita che sia costretto ad avere il supporto di una corrente. Oggi una candidatura autonoma e indipendente è pressoché impedita: il quesito, invece, la incoraggia e la rende possibile.

Sui Consigli giudiziari (organi ausiliari del Csm, e in fondo a loro volta dei «piccoli Csm»), si estende e si incoraggia la valutazione sui magistrati. Attualmente, la parte non togata dei Consigli non può esprimersi su capacità e attitudini del magistrato, ma solo sull’organizzazione degli uffici. Una vittoria del sì al quesito consentirebbe anche agli avvocati e ai professori universitari di contribuire al giudizio. Anche perché, rebus sic stantibus, è per lo meno curioso che il 99% dei magistrati ottenga un giudizio di eccellenza.

Il terzo quesito va al cuore del problema e affronta il nodo della separazione delle carriere. Se passa il sì, quando si entra in magistratura occorre scegliere una volta per tutte se svolgere funzioni requirenti o giudicanti. Sarebbe una svolta epocale, distinguendo una volta per tutte il compito di sostenere l’accusa da quello di essere giudice terzo, dicendo stop ai magistrati che nella loro vita prima fanno il pm, poi il gip e così via.

Il quarto quesito è per la responsabilità civile dei magistrati, già sancita dai cittadini nel referendum voluto da Enzo Tortora nel 1987, ma poi purtroppo vanificata nel 1988 dalla legge promossa dal guardasigilli dell’epoca, Giuliano Vassalli. Il referendum dell’87, stravinto con l’approvazione dell’80% dei votanti, aveva infatti introdotto la responsabilità civile diretta, mentre la legge Vassalli stabilì che si poteva soltanto far causa allo Stato, che poi si sarebbe eventualmente potuto rivalere sul magistrato, ma solo entro certi limiti. E davvero la ratio di quel tradimento della volontà popolare rimase incomprensibile: il magistrato è un funzionario dello Stato; i funzionari in generale devono rispondere dei propri atti; e allora non si comprende perché mai i magistrati, cioè funzionari che si occupano di amministrazione della giustizia, non debbano a loro volta essere direttamente responsabili.

Il quinto referendum, che genererà non poche discussioni, incide sulla custodia cautelare. Attualmente, per far scattare una misura cautelare, serve il rischio concreto di inquinamento delle prove, oppure di pericolo di fuga, oppure di reiterazione del reato. Eccezion fatta per reati particolarmente violenti o di tipo associativo, il quesito fa saltare l’ipotesi della reiterazione. La logica dei promotori è che una misura cautelare dovrebbe essere un’extrema ratio, non una «regola», e che circa il 42% degli attuali detenuti si trova in carcere senza avere una condanna definitiva, e il 21% ha solo una condanna in primo grado.

Il sesto e ultimo quesito riguarda la legge Severino, e punta a eliminare l’automaticità di decadenza, ineleggibilità e incandidabilità in caso di condanna, anche in primo grado. È ad esempio piuttosto grave che oggi un sindaco venga sospeso, pubblicamente umiliato nella sua vita politica e professionale, e poi magari risulti assolto anni dopo.

Come si vede, si tratta di nodi decisivi, che ben difficilmente un governo e un Parlamento (meno che mai in uno scorcio finale di legislatura) potrebbero sciogliere. Meglio dunque sperare in tre cose: che la Corte costituzionale ammetta i quesiti; che il governo faccia coincidere il voto referendario (in una domenica tra il 15 aprile e il 15 giugno) con la tornata di elezioni amministrative, attraverso un election day che abbatterebbe i costi e favorirebbe la partecipazione; e che poi l’eventuale decisione dei cittadini non venga a posteriori rovesciata in Parlamento.

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