Giudici contro Nordio e il Garante perché si occupano dei Trevallion
Carlo Nordio (Ansa)

«Vietato parlare al conducente». Il cartello consunto che ancora si legge su qualche corriera arrugginita in Valmasino o in Cilento è la stella polare del sistema giudiziario italiano, dove la dialettica è un optional e il diritto di critica vale solo a senso unico.

La conferma arriva dall’Associazione italiana dei magistrati per i minorenni e per la famiglia (Aimmf), piccata, anzi indignata, per gli interventi del ministro Carlo Nordio e del Garante dell’infanzia e l’adolescenza Marina Terragni sulla vicenda dei coniugi Trevallion e dei loro bimbi, strappati ai genitori e infilati dentro un ginepraio di perizie, carte bollate e sentenze senza fine. Con un’immagine cupamente pavesiana, avrebbero dovuto – tutti – scendere nel gorgo muti e accettare senza fiatare l’alto magistero in toga.

«Solo il rispetto rigoroso dei rispettivi ruoli ed ambiti istituzionali può assicurare lo svolgimento delle delicate funzioni giudiziali minorili». È la sintesi di un comunicato che somiglia a una dichiarazione di guerra, firmato dal segretario Aimmf Anna Maria Casaburi e dal presidente Claudio Cottatellucci, che denunciano «indebite ingerenze». Sono evidentemente irritati per le iniziative del ministero e del Garante a difesa dei diritti dei tre bimbi finiti nel tritacarne. La posizione dei giudici è tutt’altro che conciliante. Fra un «ribadiamo», un «ricordiamo» e un «osserviamo» invitano gli altri attori istituzionali a starsene a cuccia, a non fiatare, a non prendere iniziative in autonomia. Soprattutto a non «sollecitare specifiche attività istruttorie» (come le ispezioni).

Perché? «Perché negli ultimi mesi, a partire dalla vicenda che ha riguardato il tribunale de L’Aquila», sottolineano Casaburi e Cottatellucci, il rispetto di questi principi viene sempre più messo alla prova da ingerenze, anche di soggetti istituzionali estranei alla giurisdizione, che di fatto intendono sindacare il merito delle decisioni giudiziali». L’invito al rispettoso silenzio, allo sbuffante «lasciateci lavorare», vale per tutti. Anche per il ministro, che con la richiesta di trasmissione degli atti, con qualche dichiarazione e con la pretesa di «monitorare l’andamento del procedimento» (come si permette) viene dipinto fra le righe come un inopportuno impiccione.

Tutto questo è inusuale, visto che i tribunali parlano con le sentenze e non con i comunicati. E non dovrebbero perdere l’olimpica serenità se altre istituzioni, nell’adempimento delle loro funzioni, fanno semplicemente il loro lavoro. Il fastidio è palese e ci restituisce un malinteso senso di immunità da critiche che non dovrebbe esistere all’interno dell’ordinamento (di ogni ordinamento) di uno Stato democratico. Il dito puntato con la richiesta di farsi gli affari propri sorprende perché riguarda il destino di tre bambini strappati alla famiglia naturale e arriva proprio nei giorni in cui la negoziazione e il dialogo sembrano aver preso il posto del braccio di ferro fra poteri.

Vasi di ferro con un vaso di coccio in mezzo: quello rappresentato da mamma Catherine e papà Nathan, massacrati per mesi dal sabba mediatico-giudiziario. Loro che due giorni fa hanno preso possesso della nuova casa di Palmoli (Chieti) e da lì, in un contesto definito «più stabile», hanno un solo desiderio: «Vedere il ritorno dei nostri bambini». Al programma di Gianluigi Nuzzi, Dentro la notizia, hanno ribadito: «Vivevamo una vita bellissima, tranquilla, tutti giorni facevamo ciò che ci diceva il cuore. Sveglia presto, colazione tutti insieme. Un ritmo semplice, scandito da attività condivise e da un forte senso di comunità».

Poi il terremoto, gli assistenti sociali, lo scempio emotivo, i tribunali. E il ruolo genitoriale calpestato senza che nessuno emettesse comunicati a difesa dei più elementari diritti costituzionali. Ora la repubblica dei giudici non ammette «indebite ingerenze». Lasciateli lavorare e ricordatevi che sono loro a condurre la corriera. Come negli ultimi 19 anni dalle parti di Garlasco.

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