«Truffa ed evasione», Adinolfi ai domiciliari
Mario Adinolfi (Ansa)

Ieri mattina presto Mario Adinolfi con un post su Facebook aveva annunciato felice che lui e la moglie avrebbero trascorso la serata fuori casa, «cacciati» dalla figlia che voleva festeggiare il compleanno con gli amici senza i genitori tra i piedi.

Il post era online da poche decine di minuti quando a scombinare i piani del leader del Popolo della famiglia, sono arrivati gli uomini della Guardia di finanza, che hanno notificato ad Adinolfi un’ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari, con l’obbligo di indossare il braccialetto elettronico.

Ad Adinolfi la Procura di Roma – che aveva chiesto la custodia in carcere – contesta i reati di truffa e di evasione fiscale. Oggetto dell’indagine dei pm capitolini è la cosiddetta «scommessa collettiva», un circuito di raccolta fondi da privati ai quali venivano prospettati rendimenti legati alle scommesse sportive. All’indagato viene contestata anche una presunta evasione da 400.000 euro – cifra per la quale è stato disposto il sequestro preventivo – oltre che l’esercizio abusivo dell’attività di raccolta del risparmio e abusivismo finanziario.

Secondo le accuse messe nero su bianco nell’ordinanza del gip Giulia Arcieri, Adinolfi avrebbe «ideato e promosso una iniziativa denominata “Scommessa Collettiva” (che risale al 2005), presentata ai potenziali aderenti quale sistema di partecipazione ad un gruppo chiuso di giocatori (cosiddetto betting group) operanti nel settore delle scommesse sportive, mediante acquisto di “quote” e conseguente affidamento di somme di denaro, con adesioni collocate in epoche differenti ma caratterizzate da modalità operative sostanzialmente omogenee».

L’iniziativa, si legge ancora nelle 20 pagine dell’ordinanza, veniva presentata agli investitori con la «previsione di rendimenti garantiti (in particolare: circa 13% per quote ordinarie e 40% per quote “Vip”; con promesse anche superiori fino al 150% o oltre, per le quote “Vip Plus”».

Nonostante i rendimenti altissimi, sarebbe poi stata assicurata «l’assenza di rischio per il capitale, dichiarato sempre disponibile e restituibile in qualsiasi momento», mentre i risultati sarebbero stati garantiti attraverso «l’utilizzo di presunti algoritmi o strategie di scommessa “infallibili”». In poche parole, Adinolfi, che pubblicizzava l’iniziativa sui suoi profili social, raccoglieva fondi dagli utenti privati, li usava per finanziare le sue scommesse e poi, almeno sulla carta, ridistribuiva i guadagni a tutti gli investitori.

Le cifre messe insieme sono quasi da capogiro. Secondo la ricostruzione della Procura dai suoi «clienti» il giornalista avrebbe raccolto quasi 5 milioni di euro con causale «Scommessa Collettiva». Nel dettaglio, Adinolfi ha ricevuto dal 1° gennaio 2020 al 27 febbraio 2026 4.794.647 euro. Alcuni dei clienti sembrano essersi totalmente affidati all’ex parlamentare del Pd, affidandogli cifre altissime, che in un caso superano i 150.000 euro. A completare il quadro degli accertamenti anche una causale «Cristo Regna» per 3.830 euro. L’esame dei conti correnti bancari intestati all’indagato da parte degli esperti delle Fiamme gialle hanno fatto saltare fuori gli addebiti poi contestati ad Adinolfi. «Sulla base dei dati in possesso dell’Agenzia delle entrate», scrive il gip, «è risultata un’incoerenza tra le somme accreditate sui rapporti finanziari di cui il contribuente risultava unico titolare e i dati reddituali e dichiarativi allo stesso riferibili». Insomma, Adinolfi «non ha presentato alcuna 
dichiarazione dei redditi» nel 2017. 
Le operazioni sospette segnalate dagli istituti di credito, e la ricostruzione di quanto accaduto a distanza di tempo, continua il gip, «inducono fondatamente gli inquirenti a ritenere messo
 in atto un sistema piramidale, il cosiddetto “schema Ponzi” […] relativo ad una truffa finanziaria basata sulla raccolta
 sistematica di fondi privati, e sull’accredito parziale, nel tempo, di vincite e interessi promessi così da incentivare gli ulteriori finanziamenti, inscenando la parvenza di un meccanismo che funziona», ma che «regge solo 
fino a quando vengono introdotte ulteriori risorse attraverso nuovi accrediti di denaro, altrimenti entrando in crisi».

Secondo l’ordinanza Adinolfi avrebbe speso le «ingenti somme di denaro (raccolte attraverso lo svolgimento della abusiva attività in esame) anche e soprattutto per l’acquisto di beni 
voluttuari, spese personali per beni di lusso quali, ad esempio, l’acquisto di orologi nonché viaggi all’estero (Maldive ed Egitto), quadri ed imbarcazioni». Inoltre, «risulterebbero 
conti correnti dell’indagato all’estero sui quali sono in corso accertamenti (come in Lituania)». Secondo il gip, «è dunque evidente come l’indagato si premuri di evitare la formale intestazione a sé di beni e come abbia l’accortezza di disperdere il patrimonio 
allontanandolo dalla formale riferibilità al medesimo».

Secondo il giudice che ha concesso la misura cautelare, «appare rilevante anche l’atteggiamento intimidatorio assunto da Mario Adinolfi rispetto a chi osi contrastarlo»

Inoltre, l’attività «svolta lungo un arco temporale esteso, coinvolgendo una pluralità di persone offese che, in epoche diverse, hanno effettuato versamenti a favore dell’indagato secondo modalità analoghe evidenziano una condotta che si connota per sistematicità, ciò denotando una evidente pervasiva pericolosità sociale delle stesse e dell’indagato. Pericolosità accresciuta esponenzialmente dalla notorietà del personaggio e dalla sua esposizione mediatica».

Parole che sembrano mettere fine al gioco.

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